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È IL TURNO DELLA “SCUOLA” DI PALAZZO GRAVINA E, DELL’ALLIEVO DI LUNGO CORSO ARBËR (Arrëvoj moti i zhotjtë thë nghëruiturat me krje Arbër)

È IL TURNO DELLA “SCUOLA” DI PALAZZO GRAVINA E, DELL’ALLIEVO DI LUNGO CORSO ARBËR (Arrëvoj moti i zhotjtë thë nghëruiturat me krje Arbër)

Posted on 05 agosto 2023 by admin

CatturaNapoli Adriano

NAPOLI (di Atanasio Pizzi Arch. Basile) – La Facoltà di Architettura dell’Università Federico II, ha la sua sede storica in Palazzo Gravina di Napoli, è proprio qui in questo anfratto partenopeo, dove un tempo si estendevano le proprietà della basilica di Santa Chiara, nasce la prima indagine del “Genius Loci Arbanon” e, la storia del ricercatore Arbanon per i nuovi stati di fatto mai indagati.

È in questo elevato, grazie a eccellenti maestri di antica radice, i soli in grado di tramandare, tasselli essenziali ed irripetibili, per la tutela del costruito storico, agli allievi, migliori perché mai distratti.

Tramandando un modello di comportamento nell’indagare, in prima analisi generale, poi di confronto degli elementi finiti, in seguito connettere e articolare per costruire la tessitura più solida per sostenere il progetto, con sostanze del passato, del presente, a garanzia dell’isostatico futuro.

Sino a quando avremo ancora vivo il “solitario ceppo con le radici profonde”, è confermata la speranza che si possano innestare i germogli citati e, ottenere fusto, rami, fiori e frutti, di solida essenza Olivetara.

Oggi restano vive le nozioni riverberatesi nel cortile di Palazzo Gravina, che coprivano sin anche il riecheggiare di fastidiosi suonatori senza voglia di studiare, diversamente da quanti restavano irremovibili e attenti alle lezioni in corso.

Solo questi acquisirono i principi antichi, poi riversati anche nelle trame del costruito storico dei Kalabanon, Arbërj e Arbanon, dallo scrivente sempre vigile e presente, perché la scelta era stata per passione.

Sono queste nozioni solide e inossidabili, in seguito poste a germoglio buono, grazie ai casati cattedratici dell’eccellenza partenopea, quali: Alisio, Bove, Bisogni, Cantone, Capobianco, Cardarelli, Casiello, Cocchia, Distefano, De Felice, De Fez, De Seta, Fusco, Giura, Renna, Rubino, Vitale e altri, tutti Professori appartenenti, all’olimpo della ricerca, e tutti assieme sapevano far distinguere e dare valore al costruito storico, fedele al luogo naturale e utile agli uomini.

E un loro allievo con questo bagaglio di sapere, per l’attività svolta, ha iniziato innestare, i germogli conservati nello scrigno, della Regione storica diffusa degli Arbër, che non sono espressione di lamento in lingua altra, ma principi di azioni, fondamentali per tramandare le cose di tutti gli Arbër, ovvero di quanti, vissero serenamente con sacrificio e dedizione.

Se non fosse stato per questi grandi maestri della “SCUOLA” di Palazzo Gravina e, i principi di studio per il buon progetto di tutela, in campo di indagine storica, opera prima di tempo e genio locale, dal 1977 al 1982, seguito dal tirocinio nelle botteghe dei citati maestri/e, (imposti per risparmiare danaro a favore di germanici), oggi gli Arbër non avrebbero avuto chi potrebbe innestasse, molto più di una “lingua altra”.

Per questo la ricerca in lingua altra va caricata a dorso d’asino e portati nelle stalle dei mittenti perché prive di criteri del continuo, con aggiunte stilistiche, demolizioni di edifici per fini veicolabili o falsi valori ambientali anche modesti.

Per non parlare del “diradamento” o “isolamento” dei monumentali, attuati con violentando il tessuto edilizio, con le appariscenti coloriture romaniche, di superfici e infissi, delle antiche prospettive, per questo si affermano gli interventi di risanamento conservativo, basati su una preliminare profonda valutazione di carattere storico-critico, essenzialmente consistere in:

  1. a) consolidamento e tutela delle strutture essenziali degli edifici;
  2. b) eliminazione delle recenti sovrastrutture a carattere utilitario dannose all’ambiente ed all’igiene;
  3. c) ricomposizione delle unità immobiliari per ottenere abitazioni funzionali ed igieniche, dotate di adeguati impianti e servizi igienici, o altre destinazioni per attività economiche o pubbliche o per attrezzature di modesta entità compatibili con l’ambiente, conservando al tempo stesso vani ed elementi interni ai quali l’indagine storico-critica abbia attribuito un valore;
  4. d) restituzione, ove possibile, degli spazi liberi storicamente destinati a giardino ed orto;
  5. e) istituzione dei vincoli di intangibilità e di non edificazione o superfetazioni invasive.

Tutto questo, come definito nelle attività della carta di Gubbio, do si ravvisava, già da allora la necessità della valutazione storico-critica, secondo omogeneità di giudizi, affidata ad una commissione di alto livello formativo, da affidare ai professionisti qualificati, in tutto per avere stretta connessione con la commissione regionale dei Piani Regolatori, distribuendo così uniformità di intervento.

Tutto questo per liberare il territorio da interpretazioni di funzionari acerbi e senza, capacità intuito e vedute ambientali in continuità con la storia dei luoghi

Ma ce di più e, lascia a dir poco perplessi gli studiosi, sono, le lacune di innesto moderno tramandate di generazione in generazione, le quali invece di sollevare indignazione diffusa, sono vanto folclorico, scambiata per  eccellenza locale, in fine esposte come architettura parlante di una non meglio identificata arte.

Infatti il popolo più longevo del vecchio continente, distintosi per millenni per le solide attitudini identitarie, non è concepibili sintetizzarlo al mero dell’abuso edilizio come esercizio, o nella compilazione alfabetica, quando basterebbe guardarsi dento e scoprire, un codice alfanumerico, ripetuto perennemente dai battiti del cuore e memorizzato nella mente, di chi nasce Arbanon.

Sono i luminari, di cultura che dalle cattedre di Palazzo Gravina, hanno seminato perle di saggezza e, tutte assieme contribuiscono oggi a leggere, l’Ambiente naturale dei Katundë, secondo lo scorrere lento della storia di ieri, di oggi e dei domani.

È da Palazzo Gravina che parte, per la prima volta, un nuovo stato di fatto per leggere con attività di studio, pluri temi, i trascorsi e le eccellenze della popolazione Arbanon, particolarmente, partecipi, alla storia del mediterraneo, senza mai smarrire la consuetudine murata dai cuori e le menti dei suoi figli.

Sono sempre loro a non temere il tempo, tramandando la fede della promessa data, il genio seminato negli ambiti attraversati, bonificati per poi essere vissuti, in fraterna vicinanza con gli indigeni.

Parlare evidenziando, storia, fatti, cose tangibili e intangibili, oltre al genio locale degli Arbanon, non è cosa semplice e alla portata di comuni figure o esperti mai emigrati fuori dall’orto botanico familiare.

Onde evitare ciò, è bene precisare che prima di ogni altra cosa, è opportuno essere cresciuti all’interna di una famiglia di radice Arbanon e, per affermare sé stessi e la propria discendenza, deve aver vissuto di suoni, sudori e conquiste, ottenute, ascoltando dai tempi delle fasce, la zappa che sfrega sulla terra, quando era il momento di seminare, mentre in fasce, si cresceva sotto l’ombra degli ulivi o tra i filari delle viti.

Se questi suoni prodotti dal metallo quando separa la terra, non sono stati ascoltati, assieme al crepitio delle radici che si facevano la strada per germogliare; è il caso di fare altro, evitando così di allestire alfabetari per danno.

Scrivere la storia con protagonisti luoghi cose e uomini delle terre della penisola italiana, dalla parte meridionale, in continua allerta mussulmana, non può esimersi dal parlare di popoli alla ricerca di luoghi per fare famiglia, in tutto l’ambito ideale per vivere e progredire in simbiosi con la natura, quella più mite del mediterraneo.

L’elenco di queste genti in perenne movimento, pone in evidenza proprio gli Arbanon, nati non per reprimere, sottomettere o conquistare le terre di altri simili, ma l’esclusivo piacere di avere il privilegio di essere presenti e poter vedere sorgere, illuminare e tramontare, il sole più buono le terre più miti per l’uomo.

Di questa popolazione e sono molteplici, in questo breve, si vogliono esporre le cose e i fatti che hanno visto protagonista la minoranza indoeuropea più radicata del vecchio continente, ovvero gli Arbër, gli stessi ad aver vissuto le terre dei Balcani prospicenti l’Adriatico e confinanti con i Greci.

In tutto, essi sono i discendenti primi dalla frammentazione dell’originario popolo protoindoeuropeo, imparentati dal condividere, oltre al patrimonio linguistico, anche numerosi tratti sociopolitici, religiosi e culturali.

Costituiscono per questo la parte più genuina dei popoli d’Europa, storicamente fedeli al principio di non sovrapporsi ad altre genti e, né avere privilegi o incutere soprusi contro quanti già presenti.

Essi amano gli ambiti naturali per depositarvi la propria arte, la consuetudine, la credenza e tutte le cose genuine, perché genti di una fioritura comune, inclini a sostenere la natura del luogo e la propria specie.

È noto un principio, secondo il quale, bisogna avere il coraggio per essere critici costruttivi verso le cose che si amano, solo così si diventa guida, via maestra, cammino sicuro per le nuove generazioni.

Chi è legato alla storia dei luoghi natii o di adozione, non deve esimersi da questo obbligo, specie se l’argomento tratta delle eccellenti figure, la complessità dei sanciti che definisce gli elevati storici, il patto per il mutuo soccorso, espressi e ripetuti a torto dai fascicolatori seriali, che fanno “la coda” perché frequentano gli archivi.

Per iniziare e parlare degli accadimenti centrali, il punto di partenza degli oltre cento agglomerati urbani, non può che essere il XIII° secolo.

E’ ad iniziare  questo intervallo che si dispongono e si sviluppano gli agglomerati urbani e, prendono forma le macro aree secondo parallelismi, di memoria importata dalla terra di origine.

Iniziare è opportuno avviare lo studio con l’analizzare la città di Napoli, notoriamente nota per l’impianto greco romano, senza poi mai continuare ad approfondire la regolarità del cielo, la terra da quello che non appare.

In altre parole gli ordini popolani allocati tra la via Furcillense e il mare, la strada che in maniera a dir poco edificante viene banalmente definita Spaccanapoli.

In definitiva un’impinto urbano con la radice greca a cui sono state sovrapposte nelle varie epoche modelli romani, in continua evoluzione di forma dalla collina di Caponapoli sino alla Furcillense e poi da questa nel costone sino al mare con temi arabo bizantini.

Un banco tufaceo ricoperto da una coltre di lapilli puteolani e vesuviani, stratificazioni databili secondo le eruzioni vulcaniche, che le popolazioni subivano con caparbia devozione ricostruivano i mutevoli scenari in elevato.

Allo stato mancando precise notizie attribuite alla introduzione del culto religioso in Grecia, è da supporre che le colonie delle diverse nazioni si stabilirono in comune accordo, avesse­ro ciascuna le Guida e le cerimonie religiose del proprio paese, di modo che venisse col tempo a creare un sistema distribuito, secondo cui le varie parti di memoria, in: Celesti, Terrestri, ed Infernali:

i primi si chiamavano (Epurami), abitatori del Cielo, (Athanati) immortali;

i secondi, abitatori della terra, (Eroes) Eroi;

gli ultimi, sotterranei i terminati (Limès) Frontiera.

Una volta riconosciuta e individuata la progressione medesima, si calcolavano le porzioni territoriali, adibiti a credenza, radice, difesa, sostenibilità.

Dopo questa breve premessa, indispensabile a definisce il centro antico dell’originario sito, da cui estrapolare elementi utili per comprendere quali siano state le direttrici di sviluppo, successivi all’originario impianto greco a cui ebbero seguito disposizioni romane, bizantine o egizie/arabe, senza mai sfuggire al vigile controllo, delle due Aquile bicipiti che dominano e definiscono tutti i confini.

Due aquile che guardano a Nord e a Sud, limitando l’Est e l’Ovest, col il proprio corpo orgogliosamente esposto nei punti strategici pronti a generare stradioti.

Partendo dalle tre direttrici storiche che seguendo il sole da est a ovest, organizzano la citta di primo insediamento con i regolarissimi cardini, che se pur detti di matrice romana erano organizzati secondo consuetudini greche.

I tre decumani che rappresentano i solstizi dell’anno solare, originariamente raccontavano lo sviluppo del centro antico ovvero, la Strada della Somma Piazza, il superiore; la strada del Sole e della Luna il centrale e La via Furcillense l’inferiore, tre decumani, storicamente presenti a definire e dividere i dettami del Cielo della Terra e del Termine.

Tre limes che dividono citta la parte Greca, dalla Romana, da quella inferiore, dopo la Furcillense sino al mare, di estrazione rispettivamente Bizantina, Alessandrina e Araba.

E lo studio di queste epoche Partenopee, che riversata nelle macro aree delle sette regioni del meridione uniformano, l’edificato urbano dei cento Katundë Arbër, compreso la capitale Napoli.

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“MEDITERRANEO – BACINO D’ACCOGLIENZA E INTEGRAZIONE “ “La Regione Storico/Ambientale Arbër” (per la tutela delle radici di Ieri, le certezze di Oggi, per la sostenibilità dei Domani)

Posted on 03 agosto 2023 by admin

AtoNAPOLI /di Atanasio Pizzi Arch. Basile) – Alla luce delle attività in “Carmina Convivalia”, ad opera dalle istituzioni preposte, ad Est e ad Ovest del fiume Adriatico sino allo Jonio, con il fine di valorizzare e promuovere, le cose tangibili ed intangibili dei luoghi attraversati, bonificati, per essere vissuti in Arbër.

Si ritiene urgente proporre, a tal proposito onde peggiorare le cose, un supporto storico, scientifico, linguistico, consuetudinari, toponomastico, architettonico, agrario, sartoriale, architettonico, urbanistico, dei trascorsi più rappresentativi, con figure di eccellenza albanofona, illustrando cosa sia realtà e cosa leggenda, in ruolo fondamentale e determinante, di questo popolo.

Sono ormai troppe le epoche secondo le quali ha valore di eccellenza Arbër solo chi si è adoperato a scrive inseguendo gli innumerevoli ed inadatti alfabetari, come indicato da Norman Douglas, il quale con ironia si prendeva gioco degli scriba, che usavano l’inchiostro versato da altri.

Questi imprestatori d’inchiostro, allora come oggi, invece di valorizzare il genio primo, di: Editorialisti, Giuristi, Ingegneri, Politici, Bibliotecari, Ricercatori, Eroi di accoglienza sociale/culturale e ogni sorta, di figura che per la sua formazione culturale ha dato alla nazione ospitante luce, riverberatasi in tutto il vecchio continente, si ostinano allora come oggi a copiare greco.

È arrivato o meglio giunto il temine, di iniziare, per dare valore e merito, a quanti in ogni intervallo storico, hanno dato forza trainate al mondo Arbër e non solo, per questo, rimanere ancorati a vetusti stereotipi, vuoti di senso, oltretutto, immaginando, che parlare in lingua altra, fa la differenza con il mondo indigeno è una favola che non interessa ormai più a nessuno, specie alla nascente cultura Albanese.

Allo stato delle cose, per dare un contributo, fondamentale e aprire nuovi orizzonti dei trascorsi storici, degli oltre cento paesi della Regione Storico/Ambientale Arbër, sparsa in sette regioni, raggruppata in ventuno macro aree omogenee, onde evitare ideologiche, inopportune e infondate attività di tutela, apriamo nuovi stati di fatto, perché è tempo di mettere in luce i veri accadimenti della storia di questo popolo.

La minoranza, per questo non va considerata come giullaresco esperimento di figure che ballano cantano e suonano vestite strane e null’altro; giacche essa rappresenta uno scrigno dorato molto vasto e capiente, fatto di un codice identitario composto da promesse mantenute, intelligenza, garbo, valori sociali, valori religiosi e più di ogni altra cosa genio, quello indispensabile a produrre cose buone, con il poco offerto dalla natura.

Tutto questo non lo si può raccontare con il dare vita a un Katundë, con inopportuni, protocolli identitari, che iniziano e finiscono nell’atto di raffigurare episodi di vita indigena, sporcando intonaci, porte e gemellandole con le intime prospettive o rievocando guerre cruenti il giorno di una Pasqua irreale.

Come se la storia degli Arbër, non avesse eccellenze e regole identitarie di nobili principi e, se ignari preposti, non possiedono misura metodi di conoscenza, vanno redarguiti e informati, perché da troppo tempo avanzano “vale vale” equivocando sui trascorsi di accoglienza e integrazione e, se continuano ad avanzare imperterriti e ostinati a contare il numero delle migrazioni come se fossero la domenica dopo il sabato, non è certo un bel vedere.

Alla luce di tutto ciò, si rende disponibile produrre e rendere merito con documenti e protocolli identitari per quanto ancora ignorato dai dispensatori di piazza, in tutto, contribuire alla stesura di Tesi di Laurea, excursus storici dei Katundë e dl loro stanziamento, le disposizioni tipiche in pubblico confronto con quanti ambiscono e vogliono allargare l’unitiva conoscenza formativa, di tutela e resilienza, di tutto il sistema storico Arbanon compresa la Napoli Capitale,

Alla luce di ciò i temi di progetto, seguiranno il seguente Piano, rispettando cose, fatti, terre, presidi uomini e credenze;

  • Introduzione;
  • Premessa:
  • Regione Politica, Storica e Ambientale;
  • La via Egnazia;
  • Scanderbeg; la strategica diaspora;
  • I vocaboli che uniscono gli antichi Arbër;
  • Ambiti in Arbër;
  • I Capitoli e gli Onciari
  • Canto testo di memoria l’eredità identificativa dei generi;
  • Chiesa, Promontorio, Sheshi e l’antico;
  • I luoghi dell’unità e del confronto sociale;
  • Vallja: patto della buona integrazione;
  • Napoli il Calendario;
  • Confronti di credenze, i processi dell’integrazione;
  • Il fuoco la casa, il cortile e l’orto botanico;
  • Rifugi estrattivi, Tuguri additivi i Katoj
  • Kaliva e Balljva, la Misura della Casa e del palazzo;
  • Il Costume, il matrimonio e la regina del fuoco;
  • Il centro Antico della Napoli purpignera dei centri antichi Arbano;
  • Nei pressi di Santa Chiara la pena di Donica Arianiti Comneno;
  • L’Orientale di Napoli prima Università per gli Arbanon;
  • Napoli Tra Centro Antico e Centro Storico;
  • La fila delle eccellenze Arbanon: epoca e contributo;
  • Conclusioni e attività per il buon esito del progetto;

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LE PRIME “SCUOLE” CITTERIORI IN TERRA DI SOFIA (i pari bank scoliè u lljè te Dheratë i Sofisë)

LE PRIME “SCUOLE” CITTERIORI IN TERRA DI SOFIA (i pari bank scoliè u lljè te Dheratë i Sofisë)

Posted on 25 luglio 2023 by admin

arcNAPOLI (di Atanasio Pizzi Arch. Basile) – La verità che va subito svelata è il concetto Università in origine appellata “Scuola”, che nel corso dei secoli e dalla sua origine ha assunto una organizzazione gerarchica secondo cui non si riferisce di “Scuola” ma “Scuole”.

Infatti un maestro abbastanza bravo che aveva un seguito di allievi, inclini ad avere particolari attitudini a, seguire, studiare e conoscere, le vie del sapere, erano accolti a casa del maestro; cosi ha inizio la radice, dell’università sino ai giorni nostri, per quanti le frequentano con lo spirito antico di conoscenza. 

Nel caso in questione, di terra di Sofia, si può ipotizzare che il gruppo di studio locale era diretta da un prelato o più prelati a casa propria, dove svolgevano questa attività, anche fuori i canali prettamente clericali.

Per datare inizio all’avvenuto continuo, senza soluzione di continuità alla formazione di quanti vivevano questo luogo, si può ipotizza che tutto avvenne, dopo la costruzione del Palazzo Arcivescovile, il palazzo delegato alla residenza estiva degli allievi monastici del vescovato di Bisignano; siamo alla fine del XVI secolo esattamente il 1595.

Qui i rampolli delle famiglie che riuscirono a formare un proprio figlio, facendolo rientrare nei gruppi o “capannelli universitari privati” le stesse che in questi anfratti, senza soluzione di continuità, elevano figure in ogni epoca.

Le stesse che oggi rimangono come pietre miliari di una scuola all’interno della comunità albanofona, ancora senza pari, in numero e di elevata cultura e conoscenza della storia.

Nel corso dei secoli a seguire le case dei Bugliari, Baffi/a, Feriolo, Miracco, Becci di sopra e dei Pizzi, divennero veri e propri poli universitari, dove i figli delle famiglie, pieni di volontà di apprendere, ebbero modo di formarsi e divenire esempio irripetibile per tutta la Regione storica diffusa degli Arbëreshë.

Non a caso, furono proprio questi, una volta inseritisi nella società di pensiero, a far brillare i “presidi universitari locali in terra di Sofia” alla luce dei fatti e, avendo modo di concertare l’allargamento il numero degli allievi del Collegio Corsini, trasferendolo in sant’Adriano, luogo ideale citeriore, per liberali prospettive sociali, caratterizzando la formazione in libero pensiero e difesa della propria radice identitaria, sociale, civile e religiosa.

Tuttavia dopo un medio periodo di lume, ha iniziato una china senza tempo e nonostante alcuni esempi siano sfuggiti alla deriva culturale verso il basso, il luogo di terra di Sofia, conserva tutti gli ingredienti e le cose per diventare cosa fu nel passato e, quanta spinta ha dato all’unita d’Italia e di tutte le sue cose più buone.

Purtroppo da ventotto febbraio del 1986, vige un comando una legge o meglio un gruppo di lavoro sotterraneo, ambiguo e senza scrupoli, che predilige far frequentare i “Presidi universitari locali in Terra di Sofia”, cercando a sottrarre braccia ai cunei agrari, scacciando dagli ambiti del centro antico quanti hanno cuore, mente e vedute larghe, per valorizzarla in senso assoluto.

Il risultato è steso, continuamente e senza ritegno, al sole “the kopshëti pà gardë” svelando il sudore in sangue, del genio, apponendo, elementi utili a distrarre,  le prospettive di ascolto e visone, verso altrui segni distintivi di luogo, ormai ripetuto affanno operare dei peggiori; tuttavia il luogo ameno, rimane e vanta d’essere nato e per lungo tempo, luogo di prima scuola universitaria Arbër in terra citeriore.

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UN’ANSA ARBËR MAI DIVULGATA  (Bhëndj: Ghjsh Ghindiatë thë gjegnë nè)

UN’ANSA ARBËR MAI DIVULGATA (Bhëndj: Ghjsh Ghindiatë thë gjegnë nè)

Posted on 19 luglio 2023 by admin

g_colosseo-333x250NAPOLI (di Atanasio Pizzi Arch. Basile) – Nel mentre l’ANSA da ROMA, rilancia che, un altro turista, è stato denunciato dai Carabinieri del Comando di Piazza Venezia per aver deturpato il Colosseo, denunciando e sanzionando amministrativamente il turista sorpreso mentre grattava, deteriorando una parte del laterizio scalfendo le iniziali del suo nome; di contro succede che, in altri ambiti tutelati dalla legge 482 del 1999, si fa gran uso di pitture acriliche, pennellate, bombolette e chissà quali altri scalpelli e scalpellini, utilizzati a perimetrare, inconsuete attività e, deturpare porte, prospettive o monumenti di memoria storica dell’illuminismo, che se paragonata ai recenti attentati di concertazione illegale, parlerebbe la memoria alle stragi autostradali e  abitativi del secolo scorso e, per non coler esagerare, arrivare a parallelismi  in eccidi politici di eccellenza; bene immaginate se questi ambiti oggi venissero ricordati ad opera di comuni artisti senza alcuna formazione o nozione culturale, e i luoghi di appellino  Capaci, Via D’Amelio e ………, da riattare.

Dal punto di vista della tutela storica e urbanistica, alcuni luoghi non hanno bisogno di leggi specifiche, ma solo di buon senso civico è, rivolgere solo attenzioni, quando i luoghi sono memoria di centri antichi, centri storici o di storiche vie,  memoria di noi tutti, altrimenti  è segno che il termine non fa più da Limes.

Nell’Art. 9 della Costituzione Italiana è sancito, a norma di legge lo sviluppo della cultura, la ricerca scientifica e tecnica, per rispettare con dovizia di particolari le cose del passato.

Tutelare il paesaggio e il patrimonio storico/artistico, tutte le cose che fanno parte dei valori locali della Nazione.

In oltre, nella legge sono rivolte particolari attenzioni all’ambiente, la biodiversità gli ecosistemi, nell’interesse delle future generazioni titolate a conoscere il senso del bene trasmesso.

La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela delle cose, l’ambiente naturale, quello costruito e gli ambiti di carattere identificativo e, gli animali.

Come tutelare il patrimonio storico? È una prerogativa basata sulla conoscenza e il rispetto che si ha per le cose al fine di conservare il patrimonio culturale, assicurando mediante una coerente, coordinata e programmata attività di studio, prevenzione, manutenzione e restauro.

Per prevenzione si intende il complesso delle attività idonee a limitare le situazioni di rischio connesse al bene culturale nel suo contesto.

Un Complesso di azioni intese a proteggere il patrimonio, impedendo che possa degradarsi nella sua struttura fisica e nel suo contenuto culturale, per questo prodigarsi a garantirne la conservazione per consegnarlo inalterato alla posterità.

In questo articolo si riporta la definizione di centro storico e centro antico, esprimendo quale possa essere una definizione “embrionale” di centro, spalleggiato tra la L. 1497/39, e la Legge ponte n. 765/67.

Diversamente dalle aree libere sono inedificabili fino all’approvazione del piano regolatore generale; L. 1497/39 art. 1 c.3: i complessi di cose immobili che compongono un caratteristico aspetto avente valore estetico e tradizionale; Diciamo che la necessità di tutelare e diversificare la disciplina di queste zone si è affermata sempre più, diventando prioritaria a partire dagli anni ’80 del Novecento, quando ormai si era praticamente conclusa quella stagione di trasformazione edilizia che non ha guardato in faccia a niente e nessuno.

Furono infatti emanate norme sempre più rivolte al recupero del patrimonio esistente, vedasi la L. 457/78 e la L. 179/1992.

Speculazione e abusivismo edilizio continuarono il loro corso, e fu così che per arginarne gli effetti si rese necessario emanare alcune leggi particolarmente rigide come la L. 431/85, meglio nota come Legge Galasso.

Nella stessa L. 431/1985 fu statuito espressamente che tale estensione del vincolo non si applicasse a: Comuni provvisti di PRG: nelle zone A e B e – limitatamente alle parti ricomprese nei piani pluriennali di attuazione – alle altre zone, come delimitate negli strumenti urbanistici ai sensi del D.M. 1444/68; Comuni sprovvisti di tali strumenti: ai centri edificati perimetrati ai sensi dell’articolo 18 della legge 22 ottobre 1971, n. 865.

Il vero problema non nasce per i vincoli di natura paesaggistica (Parte III del Codice), bensì i vincoli di natura di beni culturali (Parte II del Codice).

Infatti secondo il D.Lgs. 42/2004 si devono considerare tutelati fino a quando non intervenga una espressa verifica di interesse in senso contrario, che spesso risulta compiuta in fase di redazione o variante generale di uno strumento urbanistico comunale (Piano Regolatore).

Allo scopo si fa riferimento a spazi pubblici, quali vie, piazze, vicoli e le relative prospettive, dove prevale una sostanziale coerenza coi vincoli “tipici e paesaggistici”.

A quanto pare il Codice dei Beni Culturali D. Lgs. 42/2004 ha rinvigorito la valenza culturale di questi spazi pubblici, e lo ha fatto, ai sensi del comma 1 e del comma 4, lettera g), dell’articolo 10 del Codice stesso.

Stiamo parlando della parte II del Codice, cioè quella impropriamente detta per gli immobili vincolati “alle Belle Arti”. Più correttamente si deve dire dei beni culturali, da tenere distinta dalla parte III dei vincoli paesaggistici.

Rinvio ad apposito approfondimento e consigli trattandosi di aree ad alto valore e pregio storico identitario, di bellezza e architettura irripetibile, diviene necessario verificare la presenza di vincoli di ogni tipo, su immobili situati in centro storico e assimilati da normative regionali o strumenti urbanistici comunali che ne tutelino anche il valore ambientale.

 P.S.  Ascoltate e se avete saggezza residua traducete, capirete il senso delle cose:

https://www.youtube.com/watch?v=kmggw1sM9rY

https://www.youtube.com/watch?v=dcjec7WZ41s

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L’ULTIMO COMPONIMENTO DI ARTE LOCALE RISALE AGLI ANNI SESSANTA IN OPERA DEL PJGÌONË (kur mjeshtrat shërbejin tek rrugat e vacabunërath me ciombata zhëin murath e Kishës)

L’ULTIMO COMPONIMENTO DI ARTE LOCALE RISALE AGLI ANNI SESSANTA IN OPERA DEL PJGÌONË (kur mjeshtrat shërbejin tek rrugat e vacabunërath me ciombata zhëin murath e Kishës)

Posted on 17 luglio 2023 by admin

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NAPOLI (di Atanasio Pizzi Arch. Basile) – Le eccellenze nate in Terra di Sofia, storicamente, non hanno mai avuto il giusto riconoscimento in ogni dove, siano stati esempio per le generazioni a venire, specie in quella terra dove videro per la prima volta luce, per avere innestati i raffinati sentimenti vicino al cuore e alla mente.

E chiunque abbia guidato la comunità, in ogni aspetto civile e religioso, li ha sempre ignorati, preferendo quanti vivevano ai margini e del loro sapere perché niente e nessuno avrebbe potuto trarre, spunto per migliorarsi o rendere merito alla comunità di genio citeriore.

Questo è un dato di fatto che alcuna figura, con un minimo di senso ed educazione culturale, dovrebbe proferire parola o difforme parola, alla luce delle tappe storiche qui brevemente annotate.

Se oggi servisse definire i termini delle eccellenze, o l’evoluzione del costruito storico del violato centro antico in Terra di Sofia, non si commette errore nell’affermare che le maestranze, in campo edile, analizzando il costruito storico, non erano o non sono mai state locali, anche se le scelte specie dal XX secolo, erano una prerogativa, ben distintiva dei muratori che non erano altro che contadini in ferie.

Questa prerogativa ha da sempre caratterizzato le cose del costruito, con gusto e giusta causa storica, delle Terre di Sofia, a ben vedere e osservando con titoli i palazzi nobiliari costruiti dalla fine del decennio Francese.

Tutti seguono una impeccabile progettualità nei tratti e nei significati dell’architettura dell’epoca e, in questi anfratti tardarono di alcuni secoli prima di apparire, grazie all’economia in ascesa.

Vero è che il centro antico prende forma e sino a qualche decennio addietro, poteva essere facilmente letto e interpretato sin anche di comunemente, oggi per opera di un esperto locale e basta.

Tuttavia la necessità risorte degli anni sessanta del secolo scorso hanno penalizzato numerosi edifici del centro antico, per la quantità di risorge che arrivavano dal duro lavoro degli emigrati economici di quell’epoca e, mancando ingegneri architetti e manovalanze specializzate, seguirono numerose imprese allestite per rispondere al mercato, ma non certo a quello che faceva testo nella Carta di Venezia, che in queste latitudini resta ancora ignota.

Per dare una misura di cosa tratta, è la stessa che in questi giorni si ode nei telegiornali, degli ignari che segano le loro iniziali nel Colosseo o nei monumenti storici Italiani, scalfendo le minimali superfici.

Bisogna attende il sorgere del sole ad est, precisamente a Serra di Zhòtë, per vedere un imprenditore edile, il quale con forza d’animo, fatta di umiltà e buoni propositi inizia ad edificare con senso e meglio, le cose nuove di questo antico luogo.

Una mente di eccellenza imprenditoriale in periodo è l’insostituibile E. Azzinnari ,che per il suo spiccato spirito di onestà, organizzava nei minimi dettagli i suoi diffusi cantieri in Terra di Sofia, disponendo specifiche professionalità nei settori strutturali, edili, impiantistici e delle rifiniture, dovendosi a suo giudizio, porre in essere, senza lacuna di sorta.

L’Azzionnaro, per questo si dedicò a progetti di interesse sociale e privato seguendo i suoi elevati e raramente qualche esempio persone a lui vicine.

Le cose private, per questo, terminarono nelle disponibilità di numerosi addetti, che incisero pesantemente nella consistenza di Solai, Architravi, opere Fondali e Coperture, per il fine di superfetare e volumizzare.

In seguito definite le misure delle nove case private, ebbe inizio la stagione del veicolare ogni anfratto ameno, storico o memoria locale, smantellando, sedili, porte, piani inclinati e ogni sorta di caratteristica che rendeva la terra di Sofia un Katundë Arbër parallela, proprio per le sue eccellenze di luogo.

L’ennesima trasformazione venne cosi allestita e, il Katundë, abbagliò sin anche il monte Mula, con i colori pompeiani e di chissà quale altra radice indigena, immaginata gratuitamente, nel mentre all’interno del centro antico uhda. dera e rrugat, per opera dei rinnovati amministrati, privati, pubblici e clericali, vide stendersi il centro storico, fuori dalla misura e le memorie locali, da allora silenziose, umiliate e lasciate inlacrime.

Negli anni sessanta e settanta i solai, i muri, le coperture e le fondazioni; negli anni ottanta e novanta, porte finestre; e dal duemila senza soluzione di continuità sono mira dei veicolatori seriali e come se non bastasse si continua imperterriti a seguire la regola del non rispetto dell’insieme comune.

Le stese che pur apparendo al pubblico inattaccabili nella intimità costruttiva, si utilizza violarne le patine esterne, come fa l’acqua quanto deve sfondare o bucare i duri lapilli.

Notoriamente tutti conosciamo la prassi che inizia goccia a goccia e cadere sugli strati lapidei, il tempo nel frattempo fa da testimone, fino a vedere passare l’acqua, senza frontiera, dall’altra parte, in tutto, piccoli strati di muro violato, per entrare in casa d’altri e fare il padrone non invitato.

Ma questa è un’altra storia, il cui approfondimento, ha bisogno di verifiche, come dicevamo prima il tempo, per questo, aspettiamo, per scardinare goccia a goccia i Scoroni che ballano, suonano e cantano in pubblica piazza senza merito.

Per concludere sottolineare un dato storico senza precedenti, non è male, don Carlo chiese a chi affidare il realizzare la recinzione del suo palazzo; gli fu risposto, anche se dovesse costare il doppio Pjgionitë, ormai sta chiudendo, almeno rimane un pezzo del lavorare il ferro, in terra di Sofia e cosi fece.

P.S. In memoria di Han van Meegeren: il falsario del XX secolo

P:S: corse in piazza con il bastone in mano e disse: chi di voi tocca la porta o il quadro dell’altare, deve discutere con il muso del mio bastone… poi voltò le spalle e torno nella sua seggiola a immaginare la recinzione da farsi.

Commenti disabilitati su L’ULTIMO COMPONIMENTO DI ARTE LOCALE RISALE AGLI ANNI SESSANTA IN OPERA DEL PJGÌONË (kur mjeshtrat shërbejin tek rrugat e vacabunërath me ciombata zhëin murath e Kishës)

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VIAGGIO DI UN ARTISTA MODERNO NEI TRASCORSI CALABRESI LOCALI DEGLI ARBËR

Posted on 15 luglio 2023 by admin

10380838_867214309955501_7137936416165119763_oNAPOLI (di Atanasio pizzi Arch. Basile) – È facile cadere in inganno, quando si ode ripetere con insistenza il titolare “Arbëria” per riferire dei luoghi dove la comunità Arbër, ha disteso il proprio bagaglio consuetudinari di genio, ambiente mai inteso come Stato geopolitico, ma esclusivamente come gioiello territoriale, perché Regione Storica, esperimento  di accoglienza e integrazione irripetibile, perché senza alcun cenno di prevaricazioni di genere e di conquista.

Il rispolverare il senso del lavoro fatto a seguito del pellegrinare locale, pubblicato a suo tempo in diverse località, è un compendio di annotazioni disegnate, a giudizio dell’artista, di una credenza smarrita, senza avere consapevolezza dell’epoca dei fatti avvenuti e trascorsi.

I dipinti, ritraggono i Katundë Arbër, con grande finezza di monito da parte dell’artista rivolto agli Arbër, una linea che assume la forza di una frustata, per ricordare cose che lui stesso non conosce e a cui non sa dare valore di tempo e di luogo per la luce di credenza.

Diventano attori il sole, la luna e le cose che indicano la strada maestra dal suo personale punto di vista moderno, avendo come suo unico riferimento il perpetuo abbraccio di generi, divulgato come struttura edile antica fatta di ingredienti, poi letti da altri, in maniera a dir poco inopportuna.

Nella presentazione delle opere, si rendere omaggio ad un artista, raffinato che attraverso la divulgazione delle sue prospettive di credenza, esse rendono la misura dell’abbraccio delle genti che secondo, l’artista a torto, avrebbero dovuto seguire la piega di credenza di quanti rimasero a guardia dei confini.

Il grande maestro, di formazione occidentale, testimone e interprete di un lungo periodo di patimento culturale, del XX secolo, ha saputo coniugare i colori intensi del Mediterraneo, racchiusi nei ricordi della sua infanzia, con i grandi temi dell’identità inviolata, di quanti preferirono l’esilio per tutelare la memoria storica.

I cromatismi pittorici, diventano così, un viaggio identitari, che percorre i sentieri della propria radice di appartenenza, incastonata negli antichi sentieri di San Benedetto Ulano, Acquaformosa, Lungro, Frascineto, Civita, Plataci, della vestizione di Spezzano Albanese, Santa Sofia d’Epiro, San Demetrio Corone, Macchia, Vaccarizzo Albanese, e a San Giorgio Albanese, una tavolozza identitaria fatta dei colori della terra, del sole, il mare e gli abbracci di approdo mai terminati.

L’artista avverte l’alito, il soffio, la brezza colma di odori e sapori, restituendo il senso materiale e immateriale delle comunità Arbër, quella unica e irripetibile, la storica ricchezza durevole, identica e senza soluzione di continuità, viva da cinquecento anni, tra questi luoghi ameni.

Questo è il tempo passato, lo stesso immerso tra gli ambiti paralleli del cuore e della mente degli arbëreshë, fatto con il fuoco e campanili dei sentimenti che riportano, al tempo delle preghiere che non sono urla diffuse dai minareti, che poi modellarono, la tempra in terra madre.

Un itinerario artistico, che diventa, atto d’amore verso queste comunità antica del mediterraneo, costruito di genio storico condiviso, ed è proprio qui che il maestro si ritrova a case sua, immaginando che sia giusto diffondere minareti inesistenti.

Il sangue non mente e per questo avverte le antiche sensazioni che attiva armonicamente i cinque senso, qui tutti lo conoscono e tutti lo vogliono, in altre parole lui vive la sensazione di ritornare a casa propria.

Il viaggio spirituale tra i paesi inizia nel Pollino inferiore, dal monte mula che guarda verso il tirreno, dove l’antica Acqua Bella scorre rigogliosa, pura e limpida, finemente incastonata tra i le montuosità che osservano l’andare del Crati, ricordo parallelo dei monti dell’Albania, le colline e le pianure, dove il maestro nasce e trascorre l’infanzia.

Il secondo incontro è con le genti prospicienti il Raganello, a quel tempo senza più il “Ponte”, abbattuto dall’incuria umana, qui conosce le pieghe del “dolce e dormiente” la quale aspetta il bacio del principe per risvegliare il senso delle cose antiche tradotte male.

Ed è proprio qui che l’abbraccio fraterno delle due dinastie, ha terminato per essere inteso come favella di abusi antropomorfi civili e religiosi in contino favellare cose strane.

Liturgia bizantina e icone caratterizzano il Katundë della carmina convivalja, che diventa più la prospettiva di un monte con la croce che un luogo di credenza, mentre Salina appare in tutta la sua bellezza naturale, riconoscendone il valore della convivenza civile dei parallelismi ritrovati, una strada che divide gli elevati non rilevando alcun atto per la credenza in luce.

L’artista fa tappa a nella frazione di Bregu, da dove si osserva la piana di Sibari, dal Crati al Trionto, la terra che dette i natali nel vate Arber son faro, o pietra su cui si erge maestosamente, l’intimità culturale senza più vesti di minima decenza.

Arriva, poi, in montagna da dove l’estrema altura di un Katundë diventa l’altare raggiante dal Mare Jonio e la Piana di Sibari si trasforma in perla dentro una conchiglia, qui la piccola comunità sta tutta raccolta in un manto di stelle nel cielo di alberi e colori naturali.

Ecco ancora lungo il suo viaggio nella nuova religione Bizantina, accogliente e gentile, è il paese dei dottori, famosa per il suo santuario, come quello del trionfatore del drago; qui il tuffarsi tra gli ulivi e i vigneti, lussureggianti di verde e d’azzurro.

Ed è qui che appare luminosa la Terra di Sofia dove dal IX si prega con lo sguardo rivolto a Costantinopoli, sdraiata su una lunga collina con la sua suggestiva prospettiva agraria di unica e rara bellezza da qui il viaggio lo porta alla stazione di posta storica, la più esposta e durevole comunità albanofona d’Italia, la più esposta a continui confronti, cosa dire poi della vallja di credenze, con le due chiese che vanno per mano e non smettono di camminare.

Infine, quella che dovrebbe essere la Corone dell’ovest, dove si articola la sua storia in concerto al famoso collegio, ed è proprio qui che l’ironico, saggio artista invia finemente un messaggio di memoria smarrita secondo lui da ricordare in minareto.

Con queste piccole sintesi artistiche, di monito, il maestro intese “lasciare un segno indelebile di una sua esperienza illuminante, iniziata non meno di vent’anni fa e oggi analizzata con educazione e dovizia di particolari, sempre molto ermetici, onde evitare lo scuotere della intellighenzia dei numerosi liberi pensatori locali, “i grandi e distratti saggi”.

Un itinerario o atto d’amore che si esprime nelle sue cartelle con un “sole più grande che sorge un mare azzurro e colline sempre verdi e floride”.

Un segno d’unione con il passato intriso di radici, innestate in fonti inesauribili, ispirazione di un’attività di ricerca che si trasforma in espressione artistica nuova ed originale, ma che nelle sue opere diventa monito locale per le numerose cose smarrite.

P.S. Vallja; Dal lat. carmina convivjali, sono canti con cui i Romani antichi – secondo un’usanza diffusa presso i Greci celebravano durante i banchetti le gesta dei propri eroi.

P.S Il Katundë non ha le cose del Borgo, perché  modello aperto….

P.S. La Gjitonia è più ricca del Vicinato; almeno il doppio……

P.S. Lo Shashi non è una pizzetta circolare dove si dispongono finestre e porte gemellate…….

P.S. Il Rione è lo SHESHI

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LA TUTELA DISARMATA

PERSO GLI ATTREZZI, LA MEDICINA FU AFFIDATA AL PICCOLO DI FAMIGLIA (u bë jatrùa thëarbërvet i birj më i vìkèrë)

Posted on 11 luglio 2023 by admin

LA TUTELA DISARMATA

Questa lettura è consigliata a quanti vivono vicino al cuore…………….. gli altri misurino distanza, tanto, altro non fanno

NAPOLI (di Atanasio Pizzi Arch. Basile) – La vera storia degli Arbër/n, emergerà solo quando tutte le figure buone, siederanno attorno ad un tavolo e daranno  il meglio di sé, senza utilizzare balconi, piazze con in pugno attrezzi da lavoro per cambiare cose; il solco è stato già tracciato dai nostri avi, esso è solido leggibile e diritto, va solo seguito interpretando gli scenari che attraversa per comprendere e diffondere storia lucente.

I trascorsi degli Arbër/n sono una terapia di guarigione per un malato terminale, per questo diventa medicina, motivo per il quali chi deve prescriverla, chi deve somministrarla e chi deve seguire l’andamento migliorativo del paziente abbisogna dei fondamentali principi nel saper riconoscerne, per tempo, distinguendo nel corso della terapia, gli effetti benefici di rinvigorimento, dai collaterali appariscenti, o eventuali malevoli terminali.

Sono ormai trascorsi abbondantemente due decenni nell’ascoltare cose, teoremi e divagazioni a dir poco inopportune, attribuite agli Arbër e, per onorare le persone che diventassi architetto, al fine di risolvere i numerosi interrogativi, del confusionario modo di intendere la regione storica degli Arber, fuori dall’esperimento linguistico, ho dato seguito a questo componimento primo.

Era il sette luglio del 2003, e lì in via Epiro, uno strano sempre più crescente vociferare, attirò l’attenzione e, mescolati alla platea che seguiva, nella sala consiliare del non più paese, una divagazione relativa al principio di Gjitonia era esposta a modo di giaculatoria alta.

Visto e considerato, il riferito del tema interessava dei luoghi natii, a un certo punto nell’ascolto, non si sapeva se ridere o piangere per le cose del passato, in quel contesto storico colmo di storia sino a quel momento incontaminato dalla vergogna.

Qui in questo medio breve, saranno per questo, analizzati con senso di semina per le generazioni future, essendo le acerbe da allora in voga, mai scese dalla cresta dell’onda, inadatte, inopportune o a dir poco ironiche, nel distinguere grano e fatuo, (in Arbër/n; Grùrë e Hellëph thë égher) foraggiando ogni cosa con espedienti senza arte, perché il risultato voleva, l’entusiastica massa distratta, essere presente per mormorare e null’altro.

D’altro canto  tracciare storia secondo studi specifici supportati dl estesi curriculum, ogni genere di cose materiali immateriali, consuetudini, costumi e attività tipiche delle genti che vivono, perché hanno costruito, meritando la regione storica diffusa degli Arbër/n, prima o poi deve emergere e se così  è trascorso troppo tempo.

Pur essendo stata difesa la distruzione di un Katundë in solitaria attività, grazie ai diffusi enunciato solidi, del costruito storico, del sociale e le figure che hanno reso famosa la minoranza in tutto il mondo.

Nonostante ciò ancora oggi esistono figure che dall’alto dei balconi, impongono manchevolezze culturali,  con argomenti Arbër/n, in parlato tipico della storica questione Albanese; a ben vedere i  titoli menano verso discipline, marginali senza completezza,  in altre parole emblema di chi con ironia compose, minareti mussulmani, sostituendoli ai campanili delle chiese greco bizantine e, quanti non capirono, li appellarono case che parlano alla luna crescente.

Premesso quanto, si vuole dare senso di tempo, luogo, uomini e genio specifico, nell’utilizzo comune di sostantivi, almeno i basilari, o meglio i fondamentali al fine di fornire certezze al comunemente diffuso, per fini turistici e televisivi, tra i quali:

  • Paese definito “Borgo”, in Arbër/n, è Katundë;
  • Rione equipollente a Quartiere, in Arbër/n, Sheshi;
  • Centro Storico e l’ignoto Centro Antico germogli dei Katundë, ovvero Ka Rrin Rellëth;
  • Piazzetta che non è, in Arbër/n, Sheshë;
  • Vicinato che, in Arbër/n, non è Gjitonia;
  • Comignoli solitari di un luogo e gli antri Arbër/n a fare fuoco in mezzo alle case;
  • Battaglie vinte a Pasqua, ballando la vittoria; in Vallja;
  • Restituire senso e valore storico ai sette giorni di agosto in Terra di Sofia
  • Comune, ovvero Bashkia in Albanese, in Arbër/n, Kushëtë;
  • Il costume da sposa, non per infanti, in Arbër/n, il Raso dei due filamenti di Casa e di Chiesa;
  • Case Parlanti, in Arbër/n, thë ngruitura pà trù;
  • Sheshi zìesh Clementinesë, memoria di un amore proibito Arbër/n;

Questi chiaramente sono solo alcuni, o meglio i più vergognosi, da correggere nel breve termine e, dei quali si fa uso gratuito, privandoli dei minimali adempimenti di rispetto, dal punto di vista storico, sociale, consuetudinario, senso e rispetto del passato, vera e propria devastante deriva che termina anche le alte cose.

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LA MACINA IN PIETRA DI CORONE E MOREA TRITURA IMPERTERRITA LE COSE ARBËR Burràthë cë nenghë nderognën me motinë

Posted on 08 luglio 2023 by admin

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NAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Quando si leggono le variegate disertazioni che compongono la legge 482/99, la mente torna nelle vicende di memoria enunciate come “Questione Albanese”, le stesse che dalla fine de XIX agli inizi del XX secolo non trovano solidità.

Tuttavia a ben vedere, quelle anomalie sociali sono contemplate nel 1999 come esigenza da tutelare Albanese, disertando così volutamente, l’emergenza della Regione storica diffusa degli Arbër/n, i quali perché Italiani, sono stati lasciati scientemente fuori dalla tutela dei legislatori del 99 che non riportavano in alcun modo l’appellativo della Minoranza.

L’indistruttibile modello sociale, denominato Arbër/n, il codice fatto di cose materiali ed immateriali, unitariamente legate con un ben identificato lugo naturale, è stata preferita una mera Questione linguistica Albanese moderna.

Per conferma pregnante e definitiva non servono luminari o addetti specificamente preparati, in quanto tutto appare chiaro appena si darà seguito all’inerpicarsi della Salita della Sapienza, per recuperare e valorizzare, finalmente, l’irripetibile scrigno di cose uniche e preziose che non sono certo depositate in Albania.

Non è da Corone o da Morea che essi provenivano, come di solito si ode cantare. Perché, non sono altro che i natii delle colline dove passa la via“Egnatia”, semplici e durevoli generazioni che affidano la forza nei valori all’accoglienza e il conforto nei riguardi di quanti lì transitassero per recarsi nel palcoscenico delle Ragioni di Credenza.

La minoranza storica degli Arbër/n non è “Arberia” sinonimo di stato, per questo, l’appellativo che si addice esclusivamente a quanti oggi vivono la Nazione moderna dell’Albania, quella eretta e istituita dopo l’aver affrontato l’annosa Questione Albanese tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo e che solo da qualche tempo si è deciso di valorizzare a scapito degli Arbër/n.

Sono gli attori della “Regione storica diffusa Arbër/n”, la penisola più accogliente del mediterraneo perché italiani e, quindi liberi pensatori, che avrebbero dovuto essere tutelati e citati nella legge detta, perché sono essi gli unici a conservare valori antichi rispettosi delle terre e le genti della discendenza.

L’ Arbër/n non è un Albanese italianizzato, essi sono i portatori sani di un modello antico; sono in pochi ad avere la fortuna di ereditare, comprendere, proteggere, per poi riverberarlo i cinque sensi alle nuove generazioni con la stessa radice pura di sei secoli orsono senza che nessuno li piegasse ad altrui mire.

Si è iniziato con il numerare le migrazioni con bauli libri e costumi come se nelle emergenze più estreme le cose di valore non è la propria vita, ma, vestizioni femminili al cospetto degli altri,

Personalmente ritengo che chi fugge perché in pericolo, non porta altro, che il proprio corpo, il cuore vivo, la mente pieno di amore e ricordi; null’altro.

Chi fugge dalla disperazione non va per mari e per monti per disperdersi o nascondere la sua ragione, ma segue strade, sia per mare che per terra, solo qui poteva diffondere e segnare il tempo con la propria ragionevole esperienza, affinché non si ripetesse e coinvolgesse altri.

Gli Arbër/n, sono stati, per la loro posizione storica e geografica un popolo, sempre sottomesso e diretti da altri, infatti: Romani con l’Impero d’Oriente, Normanni, Serbi, Veneziani e Turchi senza respiro sono stati l’eterna fucina senza incudine e martello.

L’epopea di Giorgio Castriota fu uno sprazzo di vivida luce, che interruppe solo per breve tempo il ciclo uniforme della tradizionale sottomissione, tuttavia, grazie al solco da lui tracciato, gli Arbër/n ebbero modo di conservare le dritte cose.

Infatti il dominio straniero non ebbe efficacia di assimilazione o attecchito cose agli antichi abitanti delle terre oltre adriatico poste ad est, segnando la parte più esteriore dell’anima e del corpo, che senza soluzione di continuò allora come oggi, proteggere i sensi il cuore e della mente, denotando negli albanesi un valore figurativo esterno che denota la piega di fucina.

Diversante dalla completa fierezza esterna e interna, materiale e immateriale che contraddistingue degli irriducibili Arbër/n del modello Kanuniano, che costringevano i conquistatori a limitarsi alla semplice custodia, delle vie di transito e non certo diffusamente all’interno.

Storicamente, la supremazia straniera non si estese dunque all’intera Albania, che rimase, in massima parte, come una regione isolata nell’ordine politico e nell’ordine sociale.

In particolare, poi, il dominio ottomano ebbe molti riguardi per queste caparbie dinastie diversamente dalle altre genti balcaniche con atti di oppressione e repressione.

Entro l’Impero della mezzaluna Arbër/n non erano né grandi né ricchi, tuttavia il popolo, relativamente uniforme rimaneva permanentemente suddiviso da discordie interne, difendendosi con ogni avverso con l’uso dei codici identitari mai svelati.

Carattere, costumi, linguaggio, credenze, culto fiero dell’indipendenza, si presentavano come prerogative albanese, immutate e prolungate attraverso secoli.

Nondimeno, il consolidarsi di nazionalità spiccate e fortemente assimilatrici non poteva rimanere immune rispetto allo sviluppo politico e sociale soggetta al Turco più per dominio formale che effettivo.

Così, a nord l’orbita serba attirava misure montanare dei Gheghi, in parte stanziati anche nel Montenegro, Mirditi e Dibrani; a sud dal fiume Skumbi o Skumbini l’orbita ellenica, poté assicurarsi la supremazia dei Toschi alimentando divergenza di interessi tra i due poli e l’Albania centrale.

Una sorta di regione neutra tra due stirpi e, nel contempo debolezza diffusa per l’intero paese, protetta marginalmente da una cintura di ostacoli natura verso l’esterno.

Il Castriota fondò la sua opera politica grazie alla posizioni di Kruja , di Elbasan e di Berat, dalle quali tenne a soggezione l’alta Albania, Musakia, Acroceraunia, Tepeleni ed Argirocastro e grazie a questa posizione poté realizzare quel solco politico che oggi sfugge alle attenzioni delle istituzioni, nonostante il presidente Mattarello lo metteva in evidenza nel suo discorso a San Demetrio, appellando la regione storica diffusa degli Arbër/n il modello più longevo di accoglienza e integrazione mediterraneo.

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CatturaNapoli Adriano

PROGETTO: NAPOLI E LE SUE PROVINCE FUCINA DEGLI ARBËR

Posted on 27 giugno 2023 by admin

CatturaNapoli AdrianoNAPOLI (di Atanasio Pizzi Arch. Basile)

Progetto per la Regione Campania

    • Premessa

    La Campania come altre regioni ha accolto e dato seguito locale, alla legge nazionale in ambito di tutela delle minoranze storiche, nota come 482/99, secondo quanto disposto e, pubblicato nel Bollettino Ufficiale del 22 dicembre 2004 n. 63.

    La specifica applicazione ha trovato seguito in istituti e presidi civili e religiosi, in concertazione con le provincie, i comuni e luoghi dove le cose degli Arbëreshë, hanno trovato ambito per insediarsi e integrarsi.

    Le mire della Regione Campania, sono finalizzate a tutelare il patrimonio linguistico, storico e culturale del comune di Greci in provincia di Avellino, d’intesa con i presidi regionali preposti a divulgare, promuove e sostenere, l’inserimento della lingua, oltre a ricercare unitamente, gli effetti resi alla società in senso storico e culturale dell’operato arbëreshë.

    Valorizzare la memoria delle figure e le attività in seno al territorio regionale, hanno evidenziato questa eccellenza che dal punto di vista sociale e integrativo, risulta essere la più longeva del mediterraneo.

    La Regione, la Provincia e le Università della Campania concorrono tutte, con la comunità di Greci, all’istituzione, promozione, finanziando: biblioteche, attività multimediali, archivi documentali, i midia, i dati, con raccolta di materiali storici, folcloristici, artistici, linguistici e del Genius Loci Arbëreshë.

    Storiche eccellenze in diverse attività e momenti della storia della regione in senso generale, contribuendo alla valorizzazione, in senso generale della regione dal XVI secolo ad oggi.

    Lo scopo della legge regionale, punta a realizzare, premi letterari, artistici, iniziative e manifestazioni con finalità utile alla divulgazione di fatti di rilevanza con luogo Napoli e la Campania.

    La Legge regionale della Campania n. 63 del 22 dicembre 2004, ha trovato diversi momenti di applicazione in comune accordo con presidi universitari quali: l’Università Orientale, Federico Secondo, Suor Orsola Benincasa e l’Università di Salerno, aprendo nei diversi momenti di applicazione, le prospettive sempre più ampie di rilevare, l’utilità di studio comparato ben oltre il tema o esclusiva dell’idioma.

    Oggi a distanza di anni, e viste le nuove ricerche rivolte alla minoranza Arbëreshë, si vuole ulteriormente innalzare il Comune di Greci in quanto depositario dei momenti di eccellenza che hanno visto la Campania con protagonista il genio espresso in numerose discipline questo popolo di emigranti.

    A tal fine si propone n progetto che dia una misura o meglio una prospettiva più ampia l’insieme caratteristico e caratterizzante la minoranza, di quello che un tempo fu Regno di Napoli o delle due Sicilie, e oggi regione dell’Italia Unita.

    Vero è che a seguito dell’applicazione della legge, e trascorsi quasi due decenni, si vuole rilevare un dato inconfutabile mai posto compiutamente in essere, ovvero, i momenti di accoglienza, integrazione e cooperazione, in tutte le provincie della Campania degli arbëreshë, oggi ritenuto modello di accoglienza e integrazione, tra i più solidi del mediterraneo.

    Svelando ciò si dà anche merito alle cose buone realizzate in numerosi campi, generalmente attribuite quale merito dei regnati, o al momento storico, sminuendo generalmente il genio, la figura o l’uomo, che le ha immaginate, studiate e proposte, per diventare primato.

    • Introduzione

    Greci è un piccolo abitato in provincia di Avellino, allocato nei pressi di un antico tratturo che corre lungo la dorsale del fiume Cervaro, a ridosso delle paludi Sipontine, i Monti Dauni e l’Irpinia, menzionato dopo il 535, presumibilmente fondato, dal generale Belisario, per volere dell’imperatore di Costantinopoli, Giustiniano.

    La sua posizione di cerniera tra le regioni di Abruzzo, Puglia e Campania gli consentì di assumere un ruolo commerciale di rilevo nel corso della storica.

    Il 14 agosto del 1461, a seguito della gloriosa battaglia di Orsara, in località Terrastrutta, nelle vicinanze di Greci, il condottiero Giorgio Castriota, lasciò in quella zona diverse guarnigioni di albanesi a guardia dello strategico polo.

    L’insediamento degli albanofoni a Greci, non avvenne in tempi brevi giacché una vera e propria popolazione del piccolo agglomerato di case, ebbe modo di coagularsi tra il 1468, a seguito dell’accoglienza della famiglia del condottiero albanese a Napoli e poi dal 1533, (flussi migratori più consistenti e secondo un progetto di strategia predisposto secondo l’Ordine del Drago), iniziarono, cosi le vicende di confronto e integrazione con le genti indigene, garantita dal eguale rispetto per il territorio.

    Questi erano i tempi dell’Umanesimo, il fenomeno culturale germogliato appunto dal XIV secolo, secondo i canoni della riscoperta della cultura dell’antichità classica greco e romana, in tutto la capacità dell’uomo di agire nella vita civile e politica con la volontà di far rivivere, le virtù del mondo antico e, Greci, il Katundë degli Arbëreshë, su questi argomenti, aveva ben saldo nel suo costruito elementi per migliorarsi perché nata greca e ricostruita romana.

    A seguito di ciò, definiti i rapparti di scontro e confronto tra le genti indigene e i rifugiati della diaspora albanese, a fine seicento ha inizio l’illuminismo, ovvero, l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità in quanto stato generico, dell’incapacità di valersi del proprio intelletto, senza la guida di un altro.

    Questo naturalmente non per difetto d’intelligenza, ma dalla mancanza decisionale in autonomia, altre parole il coraggio di far uso delle proprie forze intellettuali, senza essere guidati da altro, secondo il motto dell’Illuminismo che diventa:

    “Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!”

    Napoli per questo è stata meta principale di nuove leve pronte a definire e spargere il proprio genio senza però, dimenticare gli Studi nella città di Salerno, risalenti al secolo VIII d.C. ovvero, la “Scuola di Salerno “.

    Questa unica del suo genere si fondava sull’unione tra la tradizione Greco-latina e le nozioni acquisite grazie alle culture Araba ed Ebraica e, rappresenta un momento fondamentale nella storia della medicina, infatti introduce nel metodo l’impostazione della profilassi.

    L’approccio era basato fondamentalmente sulla pratica e sull’esperienza che ne derivava, aprendo così la strada alla cultura della prevenzione e della medicina empirica, la scuola comunque, oltre all’insegnamento della Medicina, impartiva anche insegnamenti di Filosofia, Teologia e Diritto.

    E è qui che si recò per conseguire il suo primo titolo accademico Pasquale Baffi, una volta espulso dal Collegio Corsine e, tra l’abazia di Cava dei Tirreni, l’Università di Salerno e nella sezione distaccata in Avelino dove insegnava, Greco e Latino, inizia la sua carriera senza eguali, come linguista e analista primo della lingua Arbanon, di cui la storia della minoranza proveniente dalle sponde dell’Adriatico, non ha ancora avuto occasione di acquisire consapevolezza, perché continuano da scoli a rimanere poco attenti.

    Dopo la parentesi negli antichi presidi culturali Salernitani, viene richiesto il suo apporto a dirigere il corso di Greco e di Latino nella Scuola Militare Nunziatella, che a quei tempi allocava i corsi della Marina a Portici e quelli Militari in Napoli, nel Castello di Ruggiero II, oggi presidio del giudice di pace, perché non ancora pronta la sede storica oggi nota per la formazione di ufficiali.

    Napoli dal periodo dell’illuminismo e senza soluzione di continuità ha allevato, un numero imprecisato di figure Arbëreshë e non solo, le quali per il loro lume e la dedizione che mettevano nelle cose in cui credevano, fecero brillare e affermarono il genio degli Arbanon, Arbërj o Kalabanon, in tutto il vecchio continente e oltre.

    Figure che dal punto di vista sociale, culturale, politico, intellettuale o in campo della scienza esatta, giuridico, e dell’uso del suolo comune, hanno depositato perle di saggezza ineguagliabili e, in molti casi hanno visto le province campane, meta scientifica per leggere e capire cose buone, le stesse poste in essere, per la salvaguardia e l’equilibrio geologico del territorio e in favore dell’uomo.

    • Progetto e Conclusioni

    Nasce qui l’esigenza di allestire un progetto supportato da un gruppo di lavoro con Associazioni (ACLI), Università, Istituzioni, tutte a garantire figure multidisciplinari, indispensabile unità di concertazione diretti da un referente capace di fornire nuova linfa interpretativa alla legge del 22 dicembre 2004 n. 63, raccogliendo catalogando, analizzando e studiando, dati fatti e cose, secondo una visione multi disciplinare moderna, che non si ferma al mero esperimento linguistico, ma che analizzi la radice delle cose, seguendo il tronco che unisce i vari rami, che germogliano e fanno quei fiori e frutti particolari: arbëreshë.

    Tutto questo al fine di e per compilare una mostra itinerante, in grado di esprimere luoghi e uomini secondo lo scorrere del tempo e senza prevaricazioni di sorta, ad iniziare da dalla terra madre degli Arbanon, poi Napoli seguendo le radici lungo gli oltre cento paesi di origine arbëreshë e terminare a Greci in Provincia di Avellino, dove in pianta stabile sarà allestito un edifico o polo di attrazione della storia degli Arbëreshë.

    I cui titoli seguiranno le vie dell’idioma, la consuetudine, gli ambiti attraversati per essere bonificati, i cunei agrari, il costruito i costumi, la casa e la credenza che uniscono i due termini adesso citati.

    La commissione in oltre avrà il compito di promuovere misure atte alla costituzione e la definizione della “Carta per la Tutela e Salvaguardia delle Minoranze Storiche”

    Tutto questo per evitare il susseguirsi di compilazioni a dir poco inesatte, di fatti, e cose materiali e immateriali dell’eccellenza impareggiabile, che dalla emanazione in avanti non dara più spazio a libere interpretazioni.

 

 

P.S. Il progetto è stato redatto dallo scrivente, per questo ogni utilizzo da parte di altri privati e/o associazioni senza consenso sottoscritto è sottoposto alle leggi del Copyrait, si adisce  secondo le normative di legge.

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GIUGNO IL TEMPO DEL RACCOLTO FATUO RIMASTO (tue mbiedur ghì e finghillë pa Zjarë)

GIUGNO IL TEMPO DEL RACCOLTO FATUO RIMASTO (tue mbiedur ghì e finghillë pa Zjarë)

Posted on 25 giugno 2023 by admin

cenere e carbomeNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Ormai sta diventando una consuetudine a dir poco vergognosa, l’allestire fatuo storico, da giugno a settembre e, questo del 2023 in corso e la terza edizione che senza soluzione di continuità espone atti, fotocopie, inesattezze o guerre di pasqua vinte per fare festa.

La cosa ancor più grave resta stesa alla luce del sole, ed è il dato del perseverare con attività nell’aia del fatuo a termine, con abbagli storici, stesi senza vergogna, innanzi alle storiche case di quanti conoscono, sanno e così facendo, tutto diviene via crucis in pena di dolore, per chi osserva e ascolta le attività fuori loco e palmo.

Va tuttavia rilevata la pazienza dei saggi, i quali, si dimostrano comprensivi visto il gran numero di comunemente che, ballando e cantando, sventolano natalizi, spargono radici e, per mare tornando a casa.

Scendere con la scopa in mano nell’aia del “trapeso”, sarebbe la cosa più opportuna da farsi, ma chi è saggio usa la scopa per fare altre cose, perché spera che il buon senso deponga radice e, curi le menti di questa schiera d’incultura di “mezza festa”.

Ormai il mese di giugno è considerato la vigilia, “la mezza festa” il momento di tutto quello che rappresenta il nulla per l’Arbër, non resta altro da aggiungere, bisogna solo prendere atto del dato che sono anime in pena lontane dal proprio cuore.

Giugno ormai è da ritenere il mese in cui si manomettono le pietre fondali della storia e, tutto diventa “lecita magistralis”, infatti, sono tanti che scendono armati di chitarre, mantice e tamburello, per indirizzare i/le costumanti/e a turcofone ruotate, cantare e, cosa più grave sollevare la veste del marito e del padre.

Non è concepibile che dall’alto degli scanni, di quanti avrebbe dovuto garantire pubblicamente, misura, parole, atti e cose, come il dovere del ruolo assunto gli imponeva, affermare che: la storia letteraria, della minoranza più longeva del vecchio continente, sia iniziata nel 1831.

Poi se a quest’affermazione, affidano l’operato di nobili eccellenze risalenti al 1775, le stesse volutamente ignorate per dare spazio a una anomala figura, incerta persino della sua natura, il quale poco attento immaginò che catapultarsi a Napoli per cose, nessuno le avrebbe potute riconoscere, come ha fatto il figlio quando ha avut innanzi il copiati dell’opere paterna ancora violato.

Conferma resta il compilante, che si vide costretto a tornare indietro a ricamuffare ogni cosa, con più confusione della sua banalità culturale da allora in poi messa di lato.

Poi germogliarono gli anemici guerrafondai dal vallone senza bandiera, pronti ad armarsi e partire appena odorata la polvere da sparo dei venti rivoluzionari, i quali recatisi in ogni dove, chiedevano ai locali in rivolta, a chi, cosa e dove mirare per seminare morte.

A quanti hanno frequentato quel presidio di incultura “ilibërato” non resta che chiedere di smettere: Basta, Basta, Basta, Basta, Basta, Basta, Basta, Basta, Basta, Basta, Basta, Basta, Basta, Basta e Bastaaaaaaaa…….e se non lo avete capito BASTA, chiudete bottega e fate orti; si, a voi, proprio voi che dite di essere “titolo”, “titolati” e “certificatori”, smettetela una volta per tutte, di seminare grano a giugno, tanto non germoglierà mai e neanche di fatuo a settembre come inconsciamente avete promesso non fate nulla, dopo aver redarguito i saggi che vi superano in ogni dove.

Giugno rappresenta il baricentro della estate Arbanon, il tempo di raccogliere i seminativi per questo bisogna sapere bene quello che si coglie per separarlo dalle cose fatue.

Saper riconoscere e ripetere questi antichi gesti consente al futuro continuità del luogo, in comune convivenza con l’uomo, il mese è il primo momento di esposizione alla calura estive: e non certo è il luogo adatto per esporre neonati in fasce non all’ombra, altrimenti si terminano le cose buone della specie per pochi frutti acerbi.

Ora inizia luglio, riservandoci non certo cose migliori, del mese appena trascorso, certamente si continuerà nel non rispettare uomini, cose, vestizioni, civili, religiose e, si diventerà ancor più estremi, nello smarrire i sensi del protocollo di credenza e onorare, quei tragitti che uniscono tutte le case con la chiesa.

Si vuole sottolineare in questo breve discorso il rispetto che le grandi famiglie hanno sempre avuto per il ricorso dei propri figli, come quando nel 1799 i Serra di Cassano si videro impiccato in maniera a dir poco indecente il figlio Gennaro, rampollo 27enne, essi per questo chiusero il portone che affacciava verso la residenza reale e da oltre duecento anni rimane chiuso in senso di disprezzo verso quella corona, e ancora oggi quell’atto rimane vivo tra quei palazzi, nonostante la prospettiva sia mutata.

Questo, valga di esempio, per chi ha consapevolezza e cognizione di tempo, uomini sangue e cose, alla ricorrenza del luttuoso 18 Agosto, festeggiato perché risultato di conti errati, un falso storico e nulla più, quando a suon di fanfare e onorificenze, ironicamente, pure alla stessa ora, beffa storica di una duplice inforcatura  del 1799 e del 1806.

Non è diverso il ricordo degli altri uomini illustri, associato generalmente a nere figure antagoniste, nelle vicende che videro protagonisti glia Arbanon.

I nomi di questi tutti riversati in una cesta per fare estrazione o riffa e, per il sole cocente di mezzo dì, si finisce per estratti come eccellenza, un nero, collocandoli in lapide ricordo con il risultato di 64 certificato per 66 e quindi il giuoco risulta essere truccato.

La letteratura non riconosce a Pasquale Baffi, il dato di essere il primo letterato a comparare le parole Arbër con quanti, con questo popolo, si sino confrontati, per questo è il compositore primo di grammatica  e tutto il resto viene dopo.

Se a questo aggiungiamo le disertazioni gratuite di quanti millantano di saper leggere e non riconosce nei discorsi, lo svolgimento dei periodi ad opera del grande letterato sofiota, è il segno inconfutabile che per concorrere al titolo accademico, molti non hanno fatto i compiti a casa e, quello che più conta, non riconoscono la grammatica del maestro con quella di pesatori di grano per tomoli d’interesse.

Si fanno presidi universitari e si perde la mira per la quale scopo furono istituite, tutto questo succede quando non si ha una titolarità specifica dell’argomento, pellegrinaggio senza meta verso le cose moderne che hanno facile misura di tutela, in senso generale, ragion per cui si cerca di innestare l’età della pietra, con l’impero romano, il medio evo e l’era della globalizzazione, senza il minimo riguardo del tempo che tra queste le differenziate.

Il dato che emerge non presta alcuna attenzione alla storia in senso generale e poi come in tutte le cose nessuna attenzione è rivolta alla tutela delle architetture storiche o degli ambiti all’interno dei “centri antichi”, specie nell’esporre cose o fare ricerca verso le attività agresti o la dieta mediterranea, tralasciando i Cunei Agrari, che nella maggior parte dei casi, sono una meteora ignota, comunque non buona da tutelare.

Eppure basterebbe accogliere le figure giuste per intercettare cosa serve e cosa è fatuo, specie per avvicinare i canali turistici che contano, preferendo “bërlocarsi di tutto punto”, per annunciare rapporti intimi e distrarre le piazze divertite, in tutto, continuare ad essere ignari del messaggio inviato.

Cosa dire poi degli inesistenti “Borghi Arbëreshë”, di cui senza formazione si riferisce del costruito, risalente a detta dei cultori, a sei secoli orsono, anche se i materiali dei modelli indicati, descritti e circoscritti, come originali dell’epoca sono tipici delle superfetazioni degli anni sessanta del secolo scorso, a detta sempre degli espositori, ispirati dalle direttive del Cubismo Analitico e Sintetico, in tutto, un penoso falso storico per attrarre ignari turisti, della breve colazione, che partono senza nessuna memoria e contenti di aver mangiato a pranzo.

Se poi il tema diventa la tutela delle parlate locali, oggi tanto in voga e divulgato, per opera di meteore linguistiche a dir poco inopportune, non esistono temi in grado di dare in barlume di fondamento agli orgogliosi alfabetari locali, sbandierati e riverberati ai quattro venti, con le parole Autobus per la “A”;  Elefante per la “E”; Pinocchio per la “P”; Orologio per la “O”; Telefono per la “T”; Gorilla per la “G”; ritengo questi accenni siano sufficienti per evitare di scuotere il sonno eterno dei nostri Avi.

Chiaramente soffermarsi sul protocollo della vituperata Gjitonia è un obbligo, specie se diffusa come Vicinato o ancor peggio di Strade, Piazze e Palazzi, questi ultimi fatti di libri rari, portati dall’Albania dentro bauli(?), mentre le altre lastricate di pergamene scritte in latino e greco, tanta cultura alla pari, dei materiali edilizio per fare abusi, come ferro, amianto, plastica e ogni sorta di additivo inquinanti

Si cantano e si ballano valej non avendo alcuna ragione del significato, confuso per battaglia vinta, come se il popolo più antico del vecchio continente, per ballare e per cantare, doveva attendere la Pasqua del 1460 dopo aver fatto strage di uomini donne e bambini.

Altro dato mortificante è allestiscono musei biblioteche e archivi senza che si consulti un luminare titolato per innalzare o articolare questi presidi; potrebbero esser eccellenza, ma si preferisce averli “varruni”, di cose accatastate e delle quali non si conosce, senso direzione, tempo e regole utili alla sostenibilità locale abbandonata così al consiglio del primo viandante, il quale anche se formato non sa e non conosce nulla di quelle pieghe, diplomatiche o temi dirsi voglia locali.

Ormai non si distinguono cosa siano le cose di casa e le cose della credenza, all’interno dei perimetri civili di quelli sacri e le vie del culto, unite indelebilmente.

Ormai oggi tutto si è appiattito ogni cosa è stata cancellata, al punto tale che il capofamiglia del rione Kanun, viene emulato alla pari dei protettori di credenza che dovrebbero essere altra cosa.

Anelli, chiavi, battenti e mezze porte, sono cose della casa, ormai parte anche dei luoghi di culto e, senza misura, grazia, per i Santi che non descrivo più le vie della storia locale, ma diventano luogo dei sani all’inizio dell’evento e, non si ha misura o sostantivo plausibile per “sostenerli” al termine della processione fondamentale per incamerare visibilità degli accasati.

Essere sempre coerente e vicino alle cose, gli uomini, l’ambiente, la storia dai tempi in cui furono e rimasero Arbanon, non importa, resta solo il valore di quanti dicono di sapere, tanto sono e restano, molto più distanti del mio cuore, perché credo sempre nell’essere un Arbëreshë e, non importa altro,

Non bisogna aprissi mai alle cose nuove della vita senza avere riferimenti certi, ovvero come si è stati allevati dai sapienti Genitori e Gjitoni e, tutte le cose che affermano non si citano solamente, ma devono trovare conferma, solo così diventano e sono il momento di conferma per tutti noi.

Mantenere la mente aperta, per un modo profondo e sincero di vedere le cose, senza altri fini o campanili di persone del passato, è l’obbligo che perseguono le persone sagge Arbëreshë.

Viviamo questa vita con il ruolo che una famiglia albanofona, generalmente per discendenza affida a un abilmente dotato, compito non per tutti, ma solo per pochi; in quanto servono anche l’occhi nel cuore, nella mente e, non tutti sono designati per natura ad averne tre.

Non importato cosa cercano di sapere e fanno le altrui genti, né si deve dare peso di cosa sanno e non vogliamo sapere, perché essi comunque vivono lontano dal cuore, perché noi viviamo orgogliosi di essere abilmente dotati.

Ignota rimane l’unità di misura con cui calcolano le cose fatte, sicuramente loro sono molto lontani dal proprio cuore, in quanto non hanno mai provato a credere in cosa siamo e, poco importa cosa diffondono, non importa cosa conoscono e di quanto e di cosa preferiscono contare, ballare o apporre bërlocun.

Esprimersi ermeticamente è l’unico modo per difendere le cose buone, perché quando essi proveranno a capire si comprenderà chi sono i veri ricercatori e quanti vivono a modo inverso, per copiare ricerca altrui.

Tutte queste parole non si affermano per cercare croci di bosco, ma riferisco la fiducia che giunge ogni giorno con cose nuove grazie all’occhio della fronte, del cuore e della mente.

Quello che poi appare è un problema di chi ti deve accogliere e si vergogna, immaginando che due occhi sono meglio di tre.

La mente deve essere aperta per vede cose in Arbanon, non riservare altri fini è obbligo, non importa altro, non importa quello che dicono, non importano i giochi di storia, non importata quello che fanno, non è mai importato quello che sanno, perché la visione trittica non ha rivali e camminare con il vero e, sicuramente state sempre vicino al cuore, credendo per questo sempre in chi e cosa siamo e, non importa nient’altro.

Io sostengo la storia, quella vera, la stessa che ha un inizio, uno svolgimento e il continuo secondo la dinastia di oltre Adriatico ereditata; credo nel Castriota, nella Comneno, nel Baffi, nei Bugliari, nei Giura, nei Torelli, gli Scura e, non importa altro, tanto il resto è noia copiata o riportata per essere illuminati nel palco dei cantanti.

Per terminare si potrebbe ironizzare affermando che tutto quello che è stato fatto per la tutela è finito con il distruggere con largo anticipo, quando doveva essere tutelato e avere più vita e, a ben vedere osservando le ondate che arrivano ad est del fiume Adriatico da un poco di tempo a questa parte, per fini di tutela e cooperazione, peggiora ancor più le cose, cancellando quello che dovevamo difendere.

Restano solo le cose giuste degli ostinati buoni, armati dell’occhio della fronte, del cuore e della mente, i quali continuano a catalogare e scrivere, per lasciare almeno l’impronta di un essere umano, lungo quel solco tracciato il giorno prima del 17 gennaio del 1468 dal Castriota e i suoi fidi.

A queto punto torna in mente uno dei principi delle storiche massaie Arbëreshë, le quali durante la settimana per fare cose dal maiale dove valeva la regola che: nel dubbio mettete tutto nella madia: alla fine facciamo Nduja, tanto, uno disposto a cibarsi, lo troverete sempre da giugno a settembre, dopo il duro lavoro sotto al sole dei campi che hanno già dato.

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