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LA TERRA CHE HA DIMENTICATO COME ABBRACCCIARE IL PARTENTE ARBËREŞË Katundi imë u bë pisà lljtirëvetë

Posted on 25 aprile 2026 by admin

la chiesa che perde la faccia

NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – C’è oggi un fervore nuovo, un pullulare di idee che, per ambizione o esaltazione indigena si ostina e mira a escludere quanti meriterebbero abbracci pubblici sul palco della vigilia del Santo Patrono, prima che si dia inizio alla fiaccolata.

Allora accade che in questo luogo di storico sapere, oggi si va avanti in precario equilibrio e senza tutela, dei valori identitari che si esaltano senza fondamento, giacché affidati a ignari e malevoli generi o, meglio, indegni condottieri/e che mirano a demolire la sostanza degli ambiti e delle cose per fare gioco con la pallina e i tre bicchieri scuri su cui puntare la dignità altrui.

Tutto questo naturalmente si concretizza in paradossi diffusi del nostro tempo o deriva alluvionale, secondo cui, le grandi e suggestive occasioni, sono consegnate sempre con raggiro a incompetenti sempre più fragili o fannulloni statici e pronti a cancellare il senso delle pieghe storiche che dovrebbero vitalizzare e sostenere.

È come se un infermo, pur consapevole della propria malattia e della possibilità di cura, si rivolgesse non al medico ma al ciabattino, confidando che basti la buona volontà a sostituire la conoscenza.

Così, le idee si deformano, si banalizzano, o peggio diventano strumenti nelle mani di faccendieri moderni, abili nel tessere trame ma incapaci di intrecciare un arazzo identitario e duraturo.

Anche in contesti culturalmente ricchi e stratificati, come quelli della diaspora, cresce con troppa enfasi un fiume in piena, dove figure cattedratiche più legate al prestigio formale che alla responsabilità intellettuale veritiera, sono preferiti ai “partenti con titoli di merito alti” che possiedono radici pronte a germogliare.

I Partenti, i veri e solidi custodi della preziosa memoria, oggi sottoposta al rischio della dimenticanza dei restanti, favoriti dall’ardire di accogliere figure che vivono nel sonno di nenia malefica dell’ischitano lljtirë.

Il vero nodo, allora, non è la mancanza di idee, ma la distanza tra chi potrebbe realizzarle perché a suo tempo ha saputo ascoltare il parlato arbëreşë e chi non sa oggi fare, penitente sosta davanti la soglia degli anziani che attendono di essere ascoltati.

E finché questa frattura persiste e avanza lenta, continueremo ad assistere a progetti incompiuti, potenziando dispersioni e raccogliendo attrezzi senza memoria del mostro faticoso e storico passato.

Perché le visioni, per essere realtà, esigono non solo passione mirata al mero guadagno, ma disciplina, studio e responsabilità, tutte le qualità che non si possono improvvisare e ne delegare agli inculturati di passaggio epocale.

Quando la deriva del tempo smarrisce il senso delle cose, accade che anche i luoghi più sacri vengano travolti da un rumore che non appartiene all’eco delle funzioni ecclesiali.

E se il manifesto che dovrebbe annunziare il natalizio, si limita a raccontare fiera senza gli emblemi di luce divina o terrena, palesando così il tempo che le istituzioni dovrebbero trovare riparo per continuare a svolgere ruolo e doveri di ufficio e non di libero arbitrio.

Non è soltanto il mutamento delle abitudini o il naturale scorrere delle epoche, ma è qualcosa di più profondo, infatti si tratta di una trasformazione che svuota i simboli, li sostituisce con apparenze fragili, spesso incoerenti e, talvolta persino irriverenti o blasfeme.

Così, davanti alle chiese, un tempo custode di silenzio, raccoglimento, mistero e devozione, sorgono mercati di dubbia operosità, che finiscono per coprire, annullare, cancellare ciò che la facciata stessa intendeva raccontare, quando era rappresentata a diffondere luce e accogliere tutti i fedeli danti all’altare.

Gli emblemi scolpiti nella pietra, le storie sacre affidate alle forme e ai segni, vengono cancellati o appiattiti se non addirittura rimossi per dare valore a disegni dissacranti, bancarelle e voci che nulla hanno a che vedere con il significato originario di questo luogo di memoria antica penosamente raffigurata senza una idonea prospettiva.

Il tempo prima e dopo del natalizio, avrebbe dovuto richiamare alla contemplazione, alla misura, a una gioia composta, ma si trasforma in frastuono disordinato, esaltazioni a rappresentare l’inferno, dove belati, richiami, abbuffate, un continuo vociare dei “nipoti stornati scambiati per nonni” richiamano più il consumo di vino nelle antiche cantine, che il raccoglimento di luogo sacro.

I canti sacri, che un tempo risuonavano come un filo invisibile capace di unire le persone in uno stesso sentimento, vengono coperti da suoni confusi e dissonanti, perdendo la loro funzione elevare per unire.

In questo scenario, anche ciò che dovrebbe custodire e indirizzare il senso del luogo, sembra talvolta smarrirsi sin anche, nelle figure di genere clericale, che dovrebbero essere esempio di sobrietà, custodia e guida, ma si dispongono e fanno di tutto per trascinare in contesti in cui non distingue più cosa è sacro e cosa significa profano, tra celebrazione e spettacolo perché tutti sono costretti a seguire i musici di genere tarantati e militarizzati.

Non si tratta di rifiutare il presente o di opporsi al cambiamento per principio, ma piuttosto, il rammarico nasce dalla perdita di un equilibrio, dalla sensazione che qualcosa di essenziale sia stato dimenticato, o continuamente violentato.

Quando ogni spazio diventa indistinto e vacuo, quando ogni momento è ridotto a occasione di consumo o intrattenimento, allora anche il valore dei luoghi si dissolve e, la chiesa non è più percepita come casa di silenzio e di incontro con il divino, ma come semplice scenario, contenitore come tanti, da riempire e scuotere della sua identità più profonda quando passa il carro dei rifiuti.

E come se la messa di pasqua sia stati il momento della truffa del diavolo, che invece di lasciare spazio al Gesù risorto, si è nascosto sotto i banchi e appena tutti sono tornati a casa, quel luogo è diventato un circolo infernale del fuoco governato da diavolo che prende le anime e lascia il corpo libero di fare quello che vuole.

È in questo smarrimento che nasce il desiderio di un ritorno all’ordine, non imposto, ma compreso, non rigido ma consapevole.

Un “miracolo”, forse, non nel senso straordinario del termine, ma come risveglio collettivo, secondo cui la capacità di riconoscere nuovamente ciò che merita rispetto, ciò che richiede misura, ciò che non può essere ridotto a semplice contorno.

Il “saggio partente” di cui si avverte la mancanza non è soltanto una figura, ma un principio, un nuovo inizio e, egli rappresenta la saggezza divina come quella che sa distinguere, rimette ogni cosa al proprio posto e, restituisce a ogni luogo il suo significato.

Quando la vergognosa deriva apparisce a realizza musei di operosità incerta, mercati davanti la chiesa che coprono, annullano o cancellano gli emblemi di facciata della chiesa, attenuando così sin anche il senso dei canti sacri, oltre il significato di quel natalizio con belati, abbuffate e cantinieri dei luoghi più blasfemi del genere umano e, se a tutto questo poi si aggiunge la irriverenza verso il santo da parte dei clerici e dei generi che segue i musicanti stonati di generi mal vestiti.

Questo dà la misura che è il tempo di chiedere un miracolo e sperare che il saggio partente ritorni a rimettere ordine a questo luogo ormai diventato la casa del diavolo e non la chiesa di Gesù cristo.

 

 

Senza questa consapevolezza, il rischio è che tutto diventi intercambiabile, che anche ciò che dovrebbe elevarci venga trascinato verso il basso, fino a perdere ogni differenza.

E allora sì, il rammarico si fa più profondo e greve, perché non riguarda soltanto l’estetica o l’ordine esteriore, ma il senso stesso del vivere insieme.

Ritrovare quel senso, restituire dignità ai luoghi e alle occasioni, significa anche restituire dignità a noi stessi, alla nostra capacità di riconoscere il valore delle cose oltre il loro uso immediato.

Forse non serve davvero attendere un miracolo, ma piuttosto coltivare uno sguardo diverso, uno sguardo capace di vedere, sotto il rumore e la confusione, ciò che ancora resiste e può essere salvato.

Da lì, con pazienza e responsabilità, può nascere un nuovo ordine, non imposto dall’alto, ma costruito nel rispetto e nella memoria di ciò che quei luoghi sono stati, e che, nonostante tutto, possono ancora tornare a essere vivi se diretti e proposti dal “Saggio Partente” diversamente apostrofato.

Lui per questo rappresenta un gesto di azione, anche se si è sentito dite lascia stare ormai l’inferno e stato costruito, vediamo sin dove arriva e quanti giri è profondo, poi ci adopereremo, magari benedicendolo perché e giusto che anche esso esista.

Ma il “Saggio Partente” neanche tutto questo approva e per questo compila questa diplomatica con la speranza del miracolo del richiamo abbia luogo, in questa terra che un dì era dolce e ora splende l’amaro.

 

Arch. Atanasio Pizzi Basile – (Maestro acquafortista che da senso e forma alle cose arbëreşë).

Napoli 2026-04-25

 

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