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KATUNDË LUOGO DI CONFRONTO DI GENERI IN OPEROSO PATIRE DI CREDENZA katundë arbëreşë ritènë drekjë

Posted on 15 marzo 2026 by admin

DSC_6634NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – I centri abitati rivitalizzati e resi produttivi dalla comunità arbëreşë nel Mezzogiorno italiano, rappresentano un caso di studio particolarmente significativo per l’analisi dei processi di reinsediamento, adattamento ambientale e conservazione culturale all’interno degli ambiti diffusi del mediterraneo.

Le comunità di popolazioni Balcane migrate verso la penisola italiana si stabilirono in diverse regioni dell’Italia meridionale, in particolare in Abruzzo, Calabria, Basilicata, Sicilia, Molise, Puglia e Campania, contribuendo a ripopolare, risollevare sistemi produttivi di numerosi centri abitati spopolati o, segnati da crisi demografiche, conflitti sociali ed economici e quando anche loro vissero queste problematiche innalzarono in memoria e riconoscimento luoghi di preghiera per lo scampato pericolo.

Da ciò, il processo di reinsediamento non implicò soltanto una semplice occupazione dello spazio, ma determinò anche una profonda riorganizzazione del paesaggio abitato, per sostenere il sistema produttivo di luogo, sviluppato dalla comunità caratterizzandone l’interazione tra spazio domestico, attività agricola, gestione delle risorse naturali e quelle di credenza orientando sin anche il complesso urbano in generale.

Tale modello riflette un’economia prevalentemente di sussistenza, fondata su pratiche agricole tradizionali, sull’allevamento domestico e l’utilizzo di conoscenze botaniche tramandate oralmente secondo antiche credenze.

All’interno di questo sistema, l’unità domestica non costituiva soltanto il luogo della vita familiare, ma rappresentava anche il fulcro di un microcosmo produttivo nel quale abitazione, orto, giardino percorsi e spazi destinati ai generi tutti formavano un complesso funzionale integrato.

Il fulcro di questo sistema era rappresentato dal giardino e dall’orto domestico, che svolgevano un ruolo centrale sia dal punto di vista alimentare sia da quello culturale e della medicina empirica.

L’orto per questo non era soltanto uno spazio di coltivazione destinato alla produzione di ortaggi e legumi per il consumo familiare, ma costituiva anche un luogo di sperimentazione e conservazione di saperi legati all’uso delle piante.

In esso erano coltivate numerose specie aromatiche e officinali, utilizzate nella medicina empirica popolare per la preparazione di infusi, decotti e rimedi naturali.

In questo senso, l’orto domestico o botanico assumeva una funzione assimilabile a quella di una piccola farmacia naturale, nella quale il patrimonio arboreo veniva valorizzato e adattato alle esigenze quotidiane della comunità tutta specie dal punto di vista salutare.

La presenza di queste coltivazioni, testimonia l’esistenza di una conoscenza approfondita delle proprietà terapeutiche delle piante, spesso tramandata all’interno della famiglia e in particolare attraverso la trasmissione orale tra le donne le donne, che rivestivano ruolo fondamentale nella gestione dello spazio delle pratiche di cura domestiche.

Il giardino e l’orto diventavano così luoghi nei quali si intrecciavano dimensioni pratiche, simboliche e culturali, contribuendo alla definizione dell’identità e della memoria collettiva arbëreshë.

Accanto allo spazio dell’orto e del giardino, l’organizzazione della casa rurale arbëreshë comprendeva anche una serie di strutture funzionali legate alla vita quotidiana e all’economia domestica.

Tra queste assume particolare rilevanza la cosiddetta “casa vernacolare o del bisogno”, ossia lo spazio destinato alle necessità fisiologiche, che rappresenta un elemento significativo per comprendere le modalità di gestione dell’igiene e dell’organizzazione degli spazi essenziali all’interno dell’ abitazioni tradizionali.

Sebbene si trattasse di strutture semplici e spesso collocate all’esterno dell’abitazione principale, esse costituivano parte integrante del complesso domestico e riflettevano un modello abitativo adattato alle condizioni ambientali e alle risorse disponibili.

Un ulteriore elemento caratteristico dell’organizzazione domestica era rappresentato dal vuttò e della porcilaia, questi, spazio destinato all’allevamento dei suini su scala familiare e luogo per lo smaltimento dei rifiuti naturali domestici.

L’allevamento domestico del maiale rivestiva infatti un’importanza fondamentale nell’economia tradizionale, poiché garantiva una fonte stabile di proteine e permetteva la produzione di alimenti conservabili come salumi e carni stagionate.

La porcilaia, generalmente situata in prossimità dell’abitazione o in un’area adiacente all’orto, era parte di un sistema riciclaggio nel quale gli scarti alimentari e agricoli venivano riutilizzati per l’alimentazione degli animali, contribuendo a ridurre gli sprechi e a ottimizzare l’uso delle risorse.

Questo modello di organizzazione dello spazio domestico evidenzia come l’abitazione rurale arbëreşë  fosse concepita non soltanto come luogo di residenza, ma come un sistema complesso di produzione, consumo e gestione delle risorse.

L’integrazione tra orto, giardino, strutture di servizio e spazi destinati all’allevamento domestico rifletteva una visione del territorio profondamente radicata nella cultura contadina e caratterizzata da una forte capacità di adattamento alle condizioni ambientali del Mezzogiorno italiano.

Allo stesso tempo, questi elementi permettono di osservare il modo in cui le comunità arbëreşë riuscirono a preservare e rielaborare parte del proprio patrimonio consuetudinario all’interno del nuovo contesto geografico da cui estrapolarono materiali primari e sociali in cui affiancarono le proprie radici.

Il paesaggio domestico e agricolo che si sviluppò nei centri abitati arbëreşe rappresenta infatti il risultato di un processo di incontro confronto e affiancamento di tradizioni tipiche di diasporici e pratiche agrarie locali, dando origine a forme ibride di organizzazione dello spazio e della produzione.

Lo studio dei giardini domestici, degli orti, delle strutture di servizio e degli spazi destinati all’allevamento consente pertanto di cogliere alcuni aspetti fondamentali della vita quotidiana nelle comunità e di comprendere meglio le dinamiche attraverso cui queste popolazioni hanno contribuito alla trasformazione del paesaggio rurale dell’Italia meridionale intercettando in questo breve la resilienza condivisa dei centri antichi.

In questa prospettiva, l’analisi della cultura materiale e immateriale l’organizzazione dello spazio domestico e quello ambientale rivela quali siano stati gli strumenti primari per interpretare i processi di continuità, adattamento e innovazione che hanno caratterizzato la storia di questi insediamenti.

L’attenzione verso il ruolo del giardino e dell’orto come luoghi di produzione alimentare e di conoscenza botanica tradizionale permette di inserire l’esperienza arbëreşe all’interno di una riflessione più ampia sui sistemi agricoli tradizionali e sulle forme di sostenibilità sviluppate dalle società rurali mediterranee.

L’uso dei materiali locali e l’organizzazione dei sistemi sociali interni hanno reso possibile l’assemblaggio di un modello insediativo definibile come città aperta.

Tale configurazione urbana ha caratterizzato numerosi centri abitati arbëreşë, trasformandoli in esempi significativi di rinnovamento territoriale e sociale.

A differenza del borgo medievale, strutturato secondo regole spaziali chiuse e gerarchiche, questi insediamenti non riproducevano una rigida organizzazione piramidale della società né una disposizione urbana funzionale al controllo e alla stratificazione sociale.

Il Katundë arbëreşë, infatti, si configurava come un sistema abitativo fondato su principi di maggiore uguaglianza e su una distribuzione più orizzontale delle relazioni sociali.

L’impianto urbano, insieme alle pratiche comunitarie e all’uso condiviso delle risorse locali, favoriva forme di convivenza meno gerarchizzate rispetto ai modelli urbani tradizionali del Medioevo europeo.

In questo senso, il Katundë rappresenta non soltanto una tipologia insediativa, ma anche un dispositivo socio-spaziale capace di tradurre in forma urbana un ideale di equilibrio comunitario.

Questo modello di rinnovamento abitativo, basato su apertura, adattabilità e integrazione con il contesto territoriale, ha costituito un riferimento implicito per successive forme di organizzazione urbana nel bacino mediterraneo.

In particolare, la sua logica distributiva e la relazione diffusa tra abitato e territorio hanno anticipato alcuni principi che, in epoche più recenti, sono stati associati al concetto di città diffusa e nel più ampio contesto europeo.

In tale prospettiva, l’esperienza del Katundë Arbëreşe può essere interpretata come una delle matrici storiche di modelli insediativi alternativi alla città compatta e gerarchica.

Essa testimonia come pratiche costruttive locali, organizzazione comunitaria e struttura urbana possano convergere nella definizione di un paradigma abitativo fondato su apertura, equilibrio sociale e integrazione territoriale.

La tipologia insediativa Katundë può essere compresa pienamente solo considerando l’intreccio tra organizzazione spaziale e sistema di credenze che strutturava la vita quotidiana della comunità.

L’assetto del centro antico non rispondeva infatti esclusivamente a esigenze funzionali o economiche, ma rifletteva una più ampia costruzione simbolica nella quale spazio, pratiche sociali e religiosità costituivano un insieme coerente.

All’interno di questo sistema, i percorsi che attraversavano in luogo di confronto e movimento (Katundë) assumeva significati che andava oltre la semplice funzione di collegamento e, rappresentavano vere e proprie traiettorie di senso, lungo i quali si articolavano ruoli sociali, relazioni di genere e pratiche devozionali.

In particolare, si può osservare come tali percorsi tendessero a connettere luoghi specifici associati simbolicamente alle diverse sfere della vita comunitaria.

Da un lato, la dimensione femminile si collocava prevalentemente lungo l’asse che univa la casa e la chiesa. Questo itinerario racchiudeva gli spazi della cura domestica, della trasmissione dei valori familiari e della partecipazione alla vita religiosa.

La casa costituiva il centro della riproduzione sociale e culturale della comunità, mentre la chiesa rappresentava il luogo della legittimazione spirituale e della coesione collettiva.

Il percorso che le collegava assumeva dunque il valore di un itinerario quotidiano e simbolico, nel quale la dimensione domestica e quella religiosa si rafforzavano reciprocamente.

Dall’altro lato, la sfera maschile si sviluppava prevalentemente oltre questa misura, ovvero, verso l’agro circostante, lo spazio produttivo che garantiva il sostentamento della comunità.

Gli uomini erano infatti più direttamente coinvolti nelle attività agricole e nei rapporti con il territorio esterno, e il loro movimento quotidiano tracciava un sistema di percorsi che metteva in relazione il nucleo abitato con i campi, i pascoli e le risorse del paesaggio rurale.

Questi due sistemi di movimento, quello interno, legato alla dimensione domestica e religiosa, e quello esterno, orientato verso la produzione e il territorio, non erano tuttavia separati, ma costituivano parti complementari di un unico ordine sociale e simbolico.

La loro integrazione veniva resa visibile e rafforzata dalla presenza di elementi devozionali disseminati lungo i percorsi principali, in particolare, icone e piccoli segni sacri fungevano da marcatori simbolici della “via maestra”, orientando i fedeli non solo nello spazio fisico, ma anche all’interno di un percorso spirituale condiviso.

Questi segni religiosi contribuivano a sacralizzare lo spazio di confronto in continua crescita e solidarietà di movimento, trasformando i tragitti quotidiani in momenti di memoria e devozione.

La loro collocazione lungo i punti nodali dei percorsi consolidava l’idea che la vita sociale, il lavoro e la dimensione domestica fossero parte di un ordine unitario fondato sulla fede e, in tal modo, il paesaggio del Katundë si configurava come uno spazio culturalmente costruito, nel quale architettura, mobilità e religiosità si integravano in un sistema coerente.

In conclusione, l’analisi della tipologia del Katundë rivela come la struttura del ce centro antico colmo di consuetudini diasporiche, non possa essere interpretata esclusivamente in termini morfologici o funzionali. Essa va piuttosto letta come il risultato di un complesso intreccio tra organizzazione sociale, ruoli di genere e pratiche religiose.

I percorsi che attraversavano l’insediamento costituivano il dispositivo attraverso cui tali dimensioni venivano quotidianamente vissute e rese visibili, contribuendo a mantenere saldo il legame tra spazio, comunità e sistema di credenze che seguiva unitariamente questa storica processione che oggi rievochiamo con le gesta dei santi protettori e tutte le feste comandate.

 

Arch. Atanasio Pizzi Basile (Attento Ricercatore Napoletano Arbëreşë Tenace) A.R.N.A.T.

Napoli 2026-03-15

 

 

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