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UNA DIPLOMATICA ARBËRESHË

Posted on 11 marzo 2021 by admin

Diplomatica

NAPOLI (di Atanasio Pizzi  Basile) – È stato scritto che esistono due storie, quella, ufficiale menzognera, comunemente diffusa, insegnata e raccontata ovunque, senza remore; poi c’è la storia segreta, “quella vera”, dove si trovano le gesta di uomini, avvenimenti colmi di attività in forma di lealtà tradite, sotterfugi e fatti impronunciabili.

Quale di queste due ha determinato gli ambiti per la permanenza identitaria arbëreshë, in questo breve, sarà lo scopo che si vuole perseguire, tracciando, con cura e dovizia di particolari politici, sociali, religiosi, con padronanza linguistica, al fine di confrontare minuziosamente carte, territorio e uomini.

Una vera e propria diplomatica dei tempi moderni, come si usava fare per scoprire le menzogne dei grandi imperi, gli avvenimenti, gli uomini e le nazioni che ne ebbero i conseguenti benefici, in tutto dei vincitori, specie di quanti senza gloria e meriti, si è seduta, “sulla cattedra”, privi dei basilari concetti di come e quando utilizzare la seggiola trafugata ai giusti.

Per discutere, parlare esporre o dialogare della regione storica arbëreshë, serve consapevolezza, prima di ogni altra cosa, per smettere di appellarla, arberia, in quanto, il sostantivo non ha alcuna attinenza con gli arbëreshë perché, riferisce di una parte minimale del territorio che fu dell’Epiro nuova e dell’Epiro vecchia, ai tempi in cui la capitale dell’Impero romano era Costantinopoli e sino al XV secolo.

Un paese Arbëreshë non è semplicemente un borgo o burgensis napoletano (‘o buvarése), dove abita gente che parla, balla, fa mercato e prega secondo consuetudini diverse, regolati dall’esclusiva metrica linguistica.

A tal proposito è bene precisare che i paesi arbëreshë sono cerniera dove avviene il confronto perenne di accoglienza culture, i cui presupposti ideali per convivere trovano le radici in antichi principi culturali.

Gli stessi che esperti dipartimentali di storia antica e moderna, riferiscono che se fossero stati noti ai romani, essi ancora oggi avrebbero tenuto vivo il loro impero dismesso.

Per questo i Katundë non devono essere considerati museo, piattaforma da cui emergono idee alloctone perché poi ristorate da quanti ignorano il valore del territorio, del costruito e di ogni adempimento vivo all’interno dei centri antichi della minoranza storica.

Un Katundë rappresenta la culla del confronto culturale e il suo futuro non può essere pianificato comunemente, perché solo seguendo la retta via, dettata dalla radice sotto terra riflessa nello sviluppo esterno la rendono, tassello indispensabile del modello d’integrazione tra i più solidi e duraturi del mediterraneo.

Da ciò, ogni volta che si vuole sporcare un muro, trasformare un’abitazione, chiudere una strada, modificare finestre porte apponendo materia anodizzata, sostituire un tetto, violare la toponomastica, piantumare essenze arboree alloctone piantare campi di ulivo o coprire addirittura i corsi storici fluviali, si commette una grave violazione alla propria identità storico/culturale.

Allo scopo, per evitare che si ripetano queste libere consuetudini senza gloria e tempo, occorre un confronto genuino e civile, tra vecchie e nuove generazioni, premesso che, queste ultime ancora non certificate, abbiano ventennale padronanza linguistica, siano in possesso di titolo idonei e umiltà culturale sufficiente, per acquisire i valori da ereditare.

Un “paese arbëreshë” non è un” borgo” e quanti li chiamano per una moda senza senso, ignorano il significato di questo sostantivo, almeno nell’uso che esso aveva nelle vicende storiche di espansione nel regno di napoli dal XIV secolo in avanti.

Un “paese arbëreshë” non si gestisce con gli orientamenti politici, né con le classi comunemente dominanti o organizzate, come avviene nei modelli fallimentari che mutano le idee, secondo chine, stagioni e mode che scorrono senza lasciare memoria.

“Katundë” non a caso vuol dire “il luogo del movimento” e non è ruotare attorno a se come fine prioritario, in quanto luogo del movimento è anche la culla del confronto, dove la radice delle proprie idee rimane intatta, nonostante si apra verso forme di dialogo, ma senza mai capitolare o sopraffare il proprio patrimonio.

Un paese arbëreshë è il luogo in cui si muovono uomo e ambiente naturale; l’uomo costruisce le sue dimore per mitigare le esigenze della natura, questa risponde e offre presupposti climatici, come premio delle comune sostenibilità, gli stessi che l’antica teoria di Aristotele diceva essere la migliore crescita per i buoni popoli, rispetto ad altri non proprio mediterranei.

Un “Centro antico” arbëreshë non è “la gjitonia come il vicinato”, il quartiere, il rione, le porte che menano sulle piazze o su una storta o dritta via, non è neanche il semplice luogo dove si scambia il lievito quando arriva il tempo per panificare.

Quando si discute e si espongono le caratteristiche tipiche dei centri antichi, da con confondere con i centri storici, si tratta di gjitonia  e in queste poche righe si vuole dare una solida e sintetica definizione:essa è il luogo dei cinque sensi arbëreshë, .

Essa non è altro che un laboratorio dove si intercettano le antiche radici del gruppo familiare allargato, lo stesso che nel corso dei secoli ha migrato per imposti modelli economici e sociali: prima nel concetto di famiglia urbana; per terminare oggi, nelle settiche paludi del modello metropolitano che isola persino i conviventi.

Un “casale” arbëreshë, non ha quartieri, potendo però fare un parallelismo con i rioni che nella fattispecie arbreshe si possono per certi versi e non completamente al concetto di sheshi; insieme di strade, vicoli e larghi definiti dagli elevati edilizi dell’antico ceppo.

È  l’insieme di sheshi allocati secondo regole strategiche che definisce l’insieme urbanistico del centro antico dei Katundë arbëreshë, che ha seguito solo dopo che vennero ritrovato i caratteristici ambiti paralleli della terra di origine, realizzando i tipici sheshi, organizzati in maniera  impenetrabile vicino la chiesa, nel punto di strategico di avvistamento, nel luogo più soleggiato e quello dell’unione.

Storicamente hanno gli stessi toponimi e disposizione in tutti i paesi delle regione storica che in sette regioni meridionali sommano più di cento agglomerati, che in egual misura sfuggono nell’essere alla lettura e alla finalita per la quale furono organizzati  

Questo è solo un accenno dedicato a quanti immaginano che parlare per nome e per conto degli arbëreshë e della loro storia, basta andare a scartabellare le carte degli archivi delle diocesi che furono bizantine, per poi proporre percorsi storico identitari che lasciano in tempo che trovano, perché esse stesse sono la negazione di se stesse.

Parlare o definire le tracce storiche degli arbëreshë ha bisogno di studio, intuito, tempo e pazienza, tanto meno si può paragonare a un punto di vantaggio, segnato nella rete di un campo di calcio, dove chi grida di più è ha la bandiera da sventolare crede di essere l’unico ad aver visto la rete gonfiarsi.

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