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REGIONE STORICA ARBËRESHË

Posted on 06 marzo 2019 by admin

Regione storica ArbëreshëNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Nel passato, ho chiesto per quale motivo Giuseppe Bugliari di Santa Sofia, Luigi e Rosario Giura di Maschito, Pasquale Baffi, di Santa Sofia, Vincenzo Torelli di Barile, Pasquale Scura di Vaccarizzo e tante eccellenze, non siano riconosciute come personaggi storici per gli arbëreshë.

La cultura moderna, quella che legge la regione storica  come arbëria, riconosce  eccellenze fondamentali solo quanti hanno ritenuto scrivere una lingua storicamente parlata; adoperando oltretutto  alfabeti greci, latini, ispanici, turchi, francofoni, per citare solo alcuni, oltre trenta esperimenti alfabetari dedicati ad una popolazione che storicamente è riconosciuta come non alfabetizzata.

A tal proposito è bene ricordare che l’editore per eccellenza dell’ottocento napoletano, Vincenzo Torelli da Barile, sottolineava dopo la lettura di un testo in arbëreshë (?), con lettere latine e greche, quale fosse stato il bacino di utenza in grado di avere i titoli idonei a comprendere quel componimento romanzato.

da allora non molto è mutato, anzi è palese identificare gli ambiti indefiniti come un teatro a cielo aperto, in cui ogni cosa viene posta in essere artificialmente, uomini, letterati, ingegneri, clericali, editori e ogni genere di bene materiale ed immateriale viene perennemente posta in secondo piano, in favore di una non meglio identificabile storia colma di lustri e priva d’ombre.

Questo è un dato inconfutabile, diventata regola o meglio il terreno su cui si  districarsi quanti si pongono come obiettivo, l’ordine almeno all’interno del recinto senza confini detta Gjitonia.

Uno scenario dove la confusione fa da protagonista, per questo bisogna adoperarsi tantissimo per analizzare ogni cosa, al fine di ricollocarla li da dove inconsapevolmente è stata rimossa; un lavoro immane portato avanti per passione, e gli artefici antiquari imperterriti giocano a dare la colpa al proprio gjitonë inconsapevoli del tempo che passa e cancella.

Motivo per il quale si ritiene indispensabile disegnare una Regione storica d’indagine, entro la quale comparare gli elementi e ogni piccolo particolare che possa caratterizzare e ridare lustro agli uomini e alle vesti del passato.

Sicuramente il tempo ha fatto nascere leggende e favole che non hanno alcuna attinenza con gli elementi recuperati, ma l’esperienza e le comparazioni storiografiche produrranno sicuramente benefici per giungere a un buon progetto di tutela finale.

Bisogna stare attenti e non fidarsi di quanti si ostinarono e si ostinano a grafo-giuocare, e ritenere appartenenti alla Regione storica Arbëreshë, solo quanti si sono espressi in forma scritta e canora priva di ogni metrica, magari con cadenze familiari, espressione di frammenti di macro area; certamente questo non è un buon segno, in quanto, essa è sintomo di ostinazione, campanilismo, arte dell’apparire e non trova alcun senso nel processo di tutela del genio arbëreshë.

Come si è potuto immaginare che valorizzare l’intero sistema, regione storica, fosse sufficiente scrivere ritenendo il genius loci, un tema non appartenete agli esuli arbër, o  la gjitonia figlia del vicinato indigeno?

Come si è potuto ritenere per anni che la minoranza, riconosce figli intelligenti e prolifici, solo coloro che si sono ostinati a scrivere quando la storia ci dice che greci, romani, bizantini hanno preferito non associare ad essa alcun segno grafologico; a nulla sono valsi gli avvertimenti di grecisti e latinisti, del settecento e dell’ottocento, i quali invitavano perentoriamente a porre fine a questa complicate e inesorabile deriva.

La Regione Storica Arbëreshë è un compendio sonoro irripetibile, in tutto il vecchio continente, essa non ha mai avuto alcuna  forma scritta o  figurativa, ne ha caratterizzato, il suo percorso  storico attraverso di esse se non, attraverso le metriche che non seguissero consuetudine e canto.

Un dubbio a questo punto nasce spontaneo, se gli intellettuali odierni non riconoscono gli illustri della regione storica, nonostante abbiano pensato, ragionato e tenuto alto il buon nome degli arbëreshë in Europa con il loro ingegno e il libero pensiero, che e cosa credono di privilegiare con l’albanese scritto?

Voglio chiedere, a quanti ritengono fuori da coro della gloria, gli illustri che non hanno ritenuto scrivere l’albrështë, quale collocazione danno ai padri e alle madri arbëreshë di ognuno di noi?; anche loro senza saper ne leggere e ne scrivere  sono riusciti a tramandare un idioma così antico, senza inviare in stampa libri o qualsivoglia componimento, su quei quaderni antichi a righe rosse con la copertina nera, dove al posto del nome rimane un quadratino vuoto?

Che peso danno questi illustri sostenitori a esempi come Rusaria Pigionith, Anmaria Vucastortith, Adolina Congoreglit, Sarafina Curtithe, Temisto M., Bugliari A., Guido B., Ceramella P., Baffa F., Pizzi V., e tutte le madri e tutti i padri della regione storica che pur spezzandosi la schiena a produrre benessere, senza componimenti scrittografici secondo gli standard che oggi ci richiede l’Europa, hanno tramandato lingua, usi, costumi e consuetudini con una caparbietà tale, da riecheggiare in tutta la regione storica, sfidando giorno dopo giorno, ogni sorta di artifizio che non parla e non suona secondo la metrica degli arbëreshë?

Per ricordare la sapienza di tutte le donne e gli uomini arbëreshë, che dedico questo breve che va a quanti oggi fanno riecheggiare questo antichissimo codice sociale; invece che perdere tempo nello scriverlo ponendolo nelle disposizioni della globalizzazione; questo non vuol dire mettere barriere, ma rispettare e avere cura della nostra identità, almeno, all’interno dei perimetri diffusi della Regione storica Arbëreshë, costruita dai nostri padri proprio per questo.

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