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QUESTO È IL TEMPO CHE IMPERTERRITO SCORRE PER LAPIDARE

Posted on 04 aprile 2020 by admin

Lapidazione20201NAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – In questo breve si vuole porre l’attenzione verso l’autunno che non smette di terminare e adombra un numero considerevole di Katundë, specie in perdita di riferimenti urbanistici e architettonici, non adottando nessuna forma di  tutela, specie nella metrica degli adempimento progettuali, sia in forma pubblica e sia privata.

A tale proposito si vogliono trattare i motivi perché siano state preferite le vesti tipiche già esistenti a breve distanza dal centro, “imponendo”, sia in forma di aspetto, sia in mutazione cromatica, e sia di forza meccanica, le “volgarmente denominate Beole”.

Sarà impresa ardua, comprendere quali siano stati i dettami storico-progettuali, fiore all’occhiello, della spaccatura tra passato, presente e futuro; la stessa che ha disgregato ambiente naturale, costruito, in tutto le armonie che acuminavano gli uomini delle terre antiche dette Ka Laberi.

Identificare i pensatori erranti, gli ironici giullari, gli ignari esecutori, e gli accatastatori del “Patimenti Vulcanici”, fuori da ogni regole dell’anomala lamia; tuttavia essa si può riassumere in evento di “foglie in autunno”.

Aggredire il “Centro Antico”, con “piccone, pala e vecchie carriole” è stato come coprire gli ambiti violati con le foglie secche; agli osservatori inermi e inascoltati, non rimane altro che attendere, come accade alle anime in pena o foglie in autunno il vento.

Il risultato: un freddo e asettico scenario dove non si colgono più gli aspetti che definivano le gjitonie, (luogo dei “cinque sensi”, il riecheggiare che si è modificato, la rifrazione della luce in tutto manca il senso di stare a casa propria.

Il centro abitato un tempo parzialmente lastricato: secondo esigenze che soddisfacevano il connubio tra uomo e natura, evincono quali fossero lastricate e perché, diversamente da quelle lasciate secondo l’aspetto naturale, in base alluso in funzione degli eventi meteorici.

Selciati in pietra di cava locale dalle forme irregolari erano adagiati, su cuscinetti di terreno vegetale misto a sabbia; livellate mediante la percussione; appena data regola alla superficie, venivano ricoperti gli interstizi con terra fine, così le superfici più esposte all’ erosione erano pronte ad affrontare le intemperie, preservando un piano idonea calpestabile per agli uomini e rotabile.

Erano tante anche le scalinate con gradini dilatati ben distante tra di loro, che caratterizzavano percorsi più impervi, al fine di consentire l’uso con animali da soma o percorribili apiedi.

Se i “progettisti pensatori” avessero avuto adeguata conoscenza del territorio, avrebbero dovuto avere consapevolezza che ogni luogo ha e difende memoria, religiosa, sociale e culturale, dove gli uomini riconoscono se stessi e il gruppo gjitonale, cui appartengono.

Le piazzette, “sheshi”, le strade “uhdetë”, i vicoli “rrùgat”, i cerchi concentrici del nucleo ideali detta gjitonia; cosi come i quattro cantoni dividendi, questo storico Katundë, notoriamente riconosciuti come: il Superiore “Drelarti”, l’Inferiore “Drehjimi”, dividendi ulteriormente e trasversalmente dalle due fontane storiche, rendevano limpida e chiara, come le loro acque, la lettura del paese individuando sin anche il suo fulcro ideale di primo insediamento di approdo degli Arbëreshë.

Ridurre tutto a un semplice articolo, ha penalizzato è smarrito il senso storico dei piccoli centri antichi; le forme esili e monocromatiche delle beole, riducono in solitari elementi, la radice caratteristica degli ambiti che sei secoli di storia avevano solidarizzato.

Non vorrei aprire trattato sulle vie storiche del centro antico, anche se una parola di accenno vada  sulla strada detta “Limite dei latini”, (Limë litirë) questa in specie tra dispetti dinastici, e conquiste di potere ha spento una traccia storica di inestimabile valore, un frammento di storia irripetibile a cui oggi con la memoria ancora viva si potrebbe porre rimesio e lasciare almeno il segno di quel confine.

Terminerei con l’accennare della piazza  il luogo della battaglia finale o meglio il luogo della disfatta stesa al sole ancor oggi visibile e delle cui linee non si comprende da dove vengono e dove vogliono portare.

Senza consapevolezza è stato preferito generare linee, queste non contemplano in alcun modo una direttrice cui si può ipotizzare senso, se non quello si ignoto allo stato puro.

Si è tracciato un’asse in marmo bianco (quello che si usa nelle abitazioni popolari per le soglie delle finestre) annegato nella pavimentazione definendo l’asse stradale provinciale che per lo scorrere di veicoli di ogni genere si sono ben presto sgretolati; se a questo si aggiunge un ingombrante manufatto ottagonale(??????) (di li a poco rimossa appena il ricordo ha illuminato i posatori ) che proprio li in quel luogo da decenni aveva luogo ideale la manifestazione storica che ricorda l’inizio della stagione estiva della minoranza arbëreshë.

L’auspicio che tutti noi di buon sensi ci auguriamo è che al più presto questa lapidazione anomala sia rimossa dai vertici istituzionali o per lo meno nel breve si due legislature sia integrata e caratterizzata, non con diademi di aquile a due teste ne con lampieri, serve buon senso e conoscenza storica per dilavare tutte le cose inutili e ripristinale gli equilibri altimetrici e quelli cromatici, in grado di restituire il valore storico di ogni specifico anfratto.

Non servono Tecnici che vanno con Acacie legate al guinzagli per applicarle magari sul tetto della chiesa o sopra i profferli e fare giardini verticali a modo del “Bovario” o del “Clatrasa” di turno, con piante e fili di ferro, vogliono cambiare il senso sin anche dei balconi a modo di tirantati.

Allo stato delle cose urge ridare la dignità agli spazi, al costruito per garantire la fruibilità più consona alle persone che vivono, per fornire gli elementi idonei, in linea con quanto ereditato e renderlo  riconoscibile alle nuove generazioni; il bagaglio storico-culturale giunto con rigida continuità prima dell’intervento di vestizione fuori dal tempo e dal luogo.

L’identità di ogni popolo si conserva nel tempo, mantenendo immutato il senso globale delle cose, così come impongono le carte storiche del restauro e la conservazione, non solo le tradizioni, gli usi e i costumi, ma anche il senso del luogo, partecipa a rendere  caratteristico e genera i cinque sensi, quelli unici, capaci e in grado di riportarti a casa.

Tutto ciò che ci circonda, tutto ciò che ci accompagna nel nostro vivere quotidiano diventa una testimonianza della nostra stessa esistenza, ragion per la quale, chi si pone e promette di sostenerli e difenderli, ha il dovere di trasmettere alle generazioni future, così come le precedenti hanno, ( almeno sino agli anni sessanta del secolo scorso).

La memoria non deve andare troppo indietro nel tempo per riportarti nelle regole del tempo; vicoli i vicoli e le strade o le piazze, se non ti fanno avvertire le sensazione che il tempo conserva per te, di quale centro antico stiamo trattando? Non è che si vogliono vivere le epoche di un tempo ma almeno l’essenza cromatica e dell’uso dei materiali deve avere rispetto del luogo; oggi queste sensazioni non si riescono più a provare e neanche hanno i requisiti minimali per dare spunto all’immaginario.

Tutto il centro storico è invaso da una cementificazione verticale ed orizzontale senza rispetto, neanche verso le vegetazioni, sostituiti da gli illusori cromatismi di narranti murales o pigmentazioni delle quinte architettoniche a dir poco grottesche.

Non ultimo, ritengo si a il caso di soffermarsi, e porre l’accento sulle anomale  e indegne ristrutturazioni o edificati edilizi di nuova costruzione che dagli anni sessanta del secolo sorso interessano i centri sstorici senza alcuna adeguatezza strutturale e geologica.

Tipiche e costantemente utilizzate sono gli elementi strutturali moderni su murazioni di materiali di spogliatura risalenti al XVII secolo, questi in specie senza i minimali requisiti di indagare strutturale e di risposta del terreno sottostante.

Questi temi oltremodo interessano i centri antichi in forma strutturale e le aree di espansione in forma  geologica, in tutto rappresentano pericolose carenze strutturale e geologico senza eguali, sicuramente quando succederà non saranno in grado di rispondere ad eventuali, che si augura non abbiano mai luogo.

Invece di fare restauro conservativo finalizzati a restituire dignità formale e funzionale, si è preferito seguire la via del razionalismo abitativo moderno, figlio dell’inurbamento selvaggio, poi è legittimo chiedersi per quale fine se questi luoghi ameni non hanno partecipato alla nascita di modelli riconducibili all’industria.

Lo sforzo progettuale a dir poco inadeguato, denota l’errore di pensiero, fuori da ogni logica che vuole mantenere costante il rapporto tra ambiente naturale, costruito ed esigenza di quanti vi abitano.

La conservazione e la caratterizzazione sono gli elementi “scapestrati” con cui si è voluto trattare gli ambiti del centro storico che ha dato forma a questi luoghi, d’altronde come potevano “ gli operatori” se non consapevoli dei canoni dell’urbanistica romana e di quella greca; le sorgenti da cui gli arbëreshë attinsero, quando ancora s’identificavano “Ka Laberi, Arbëri o Arbanon”.

L’auspicio è di sensibilizzare le coscienze tutte, affinché si possa recuperare il senso e dare la dignità a quegli spazi e continuare a fornire alle nuove generazioni oltre che nozioni precise, anche luoghi dove stenderle al sole senza vergognarsi o essere scambiati per altro.

L’identità di ogni popolo si conserva nel tempo mantenendo integri non solo le tradizioni, gli usi e costumi, ma anche rispettando il senso dei luoghi, mante­nendone l’assetto formale, cromatico e di riverberazione dei sensi.

Tutto ciò che ci circonda, deve essere in grado di sostenere i nostri valori identitari, a cosa serve saper sinteticamente parlare, cantare e ballare o rievocare sacre processioni se poi gli scenari e il riecheggiare dei nostri atteggiamenti non segna e riverbera con senso finito la continuità del valore storico?

Quanti si pongono ai vertici e promettono futuri in linea con il passato, come possono farlo se sono soli e non conoscono nulla di quanto promesso?

Eppure si elevano a buoni tutori di un’identità che per trasmetterla è molto difficile: non basta vestire in stolje e stendere a terra il gonfalone per segnare luoghi; questo simbolismo è tipico di chi in suo ricordo lascia li depositano un segno di croce magari scolpita su di una “Beola”.

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