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“L’ARBËRESHË: UN IDIOMA INTIMO”

Posted on 27 gennaio 2019 by admin

ARISTONAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Chiunque abbia immaginato che dare continuità storica, alla lingua di quanti vive la Regione storica più numerosa d’Italia, sarebbe bastato scriverla, ha commesso un grave errore e oggi deve salire sul cumulo di scorie contaminanti prodotte, allontanando preventivamente gli ignari che hanno intrapreso la stessa rotta.

L’idioma delle popolazioni balcaniche che dal XIV secolo cercarono riparo nel meridione italiano, storicamente ha la peculiarità di essersi tramandato oralmente, regolato, dalla metrica del canto.

Questo è un dato inconfutabile da cui non si può prescindere, nonostante la indubbia valenza storica dell’idioma legato sia alla metrica e sia alla consuetudine ambientale è stato inteso come un giardino di pertinenza delle sole discipline linguistiche e musicali.

L’inconsapevole atteggiamento ha innalzato alcuni addetti ad afferrare imprudentemente lo scettro della tutela, e nonostante gli innumerevoli avvisi, dei luminari del passato, gli addetti si sono ostinati a fornire alfabeti e grammatiche, che già nel 1912, secondo Norman Douglas superavano, notevolmente le tre decine, prevedendo per questo futuri a dir poco bui.

Tutto ciò avveniva nella totale inconsapevolezza storica che, l’arbëreshë è un idioma intimo, un codice, motivo per il quale, si sarebbe dovuto tramandare (confidare) a persone vicine di cui si ha e si deve avere la massima stima, fiducia e rispetto, in altre parole, i familiari o chi ben accolto negli ambiti della gjitonia.

Nonostante le innumerevoli notizie e nozioni che Gerhard Rohlfs “l’archeologo delle parole” ha lasciato relativamente alle tracce della lingua arbëreshë, delineando percorsi e insediamenti, spiegandone la natura queste notizie sono rimaste inascoltate e ne comprese.

Che senso ha avuto negli ambiti di tutela attingere le risorse della 482 per apporre la toponomastica bilingue, oltretutto non condivisa, se si esclude/ono, lo/gli scrivente/i locale/i, che l’hanno inventata e che non ha portato alcun benefici.

Meglio hanno fatto alcuni paesi grecanici del reggino, rifiutandosi di apporre la doppia toponomastica rimandando al mittente le risorse, in quanto, i temi moderni non trovavano alcuna collocazione storico linguistica con l’antico idioma greco di quelle comunità.

Casa si è inteso per tutela nei paesi arbëreshë non è dato a sapersi e ne pare comprensibile, quale beneficiò culturale si  è raggiunto nel tradurre, Via Garibaldi, Via Mazzini, Via Roma o addirittura apporre “assemblaggi alfabetari” senza neanche avere cognizione della storia di quella strada, di quella piazza o di quel luogo, se la scrittura non ha mai segnato la lingua arbëreshë.

Tuttavia volendo essere magnanimi nei confronti di tali ostinate figure, per il latte ripetutamente versato, è spontaneo chiedersi, nei giorni nostri, quale emergenza ha il codice intimo della lingua arbëreshë per essere scritto, giacche le comunicazioni di massa e le nuove tecnologia di archiviazione e divulgazione, ci consentono di fare a meno della forma scritta, anche perché a guadagnarci sarebbe la fonetica d’ambito, si proprio quella mai  identicamente tutelata.

Quale beneficio può dare la forma scritta, per una lingua antica come l’arbëreshë, che oltre alla scrittura è caratterizzata dal suono, che notoriamente non trova alcun riscontro in un qualsiasi alfabeto?

Quale idioma più dell’arbëreshë, oggi diventa moderno e paradossalmente salta in prima fila nelle moderne telecomunicazioni, in quanto, codice, idioma intimo.

Oggi si scrive meno e si comunica attraverso la parola, le parlate passano incontaminate per i telefoni e le vie di comunicazione di tutti i componenti della regione storica, le parlate locali in arbëreshë non si fermano nei perimetri delle proprie abitazioni, come avveniva nel passato, oggi le isole linguistiche si sono avvicinate grazie all’informatica e i mezzi di comunicazione.

Quale migliore occasione, o meglio mezzo per comunicare può correre in aiuto dell’arbëreshë, quale esigenza abbiamo di renderla standard e appiattirla, con un alfabeto skipetaro, che preventivamente abbiamo evitato di subire emigrando dalle terre natie già dal XIV secolo.

Evitiamo di commettere lo stesso scempio prodotto negli anni ottanta, quando nel mentre, tutte le città e i grossi centri, realizzavano le isole pedonali e allontanavano il traffico cittadino dai centri antichi, nei paesi arbëreshë, in contro tendenza, per accedere a risorse statali, si spicconavano palazzi, anfratti e si distruggevano i luoghi della memoria, per la demenziale esigenza di parcheggiare la propria autovettura sotto casa.

Oggi a distanza di quattro decenni, ci s’interroga chi siano stati gli artefice di quelle violenze urbanistiche ed architettoniche senza senso e quali benefici abbiano portato alla comunità alla loro storia e all’economia dei centri antichi, detti minori.

Nei giorni nostri succede la stessa cosa, quale esigenza ci sia nel voler ostinatamente scrivere una lingua parlata di cui non si ha alcuna memoria grammaticale condivisa, perché costruita sul concetto del tema bizantino,

La tecnologia ci consente di conservare, tutelarla e divulgare i temi linguistici così come ereditati con la stessa metrica, con cui i nostri genitori nell’intimità li hanno consegnati; tutti noi abbiamo il dovere di tramandarli alle nuove generazioni, attraverso i sistemi di comunicazione e di conservazione digitale, in casa propria ed eventualmente attraverso quella filmica, negli spazi pulsanti condivisi riconosciuti come il luogo dei cinque sensi “la gjitonia”, senza mai dimenticare che stiamo ricevendo e e nello stesso tempo tramandando, un eredità un codice.

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