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IL COSTUME, LA BANDIERA DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË

Posted on 21 febbraio 2019 by admin

IL COSTUME, LA BANDIERA DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË.

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Un popolo per riconoscersi e difendere un territorio deve avere un idioma solido e un esercito potente.

Alla luce di ciò, si potrebbe dire che gli arbër, come principio ideale, dovrebbe essere la regione più solida dell’antico continente è possedere una grande porzione di territorio addomesticato e vissuto, ma purtroppo non è così, anzi è l’esatto contrario.

La personalizzazione linguistica radicata in ognuno di loro non gli consente avere una lingua comune che non superi i confini dei Villaggi o Casali (Katundë)  sino ai possedimenti territoriali  (Kushetë).

Per quanto riguarda l’aspetto difensivo, ovvero, l’esercito pur essendo essi storicamente riconosciuti come ottimi cavallerizzi, abili uomini d’armi ed elastici strateghi, la loro natura personalistica, quando abbraccia i loro interessi territoriali, li rende poco affidabili nel difendere confini, che superano il perimetri del rione.

Questi due stati di fatto, hanno offuscato la visione di regione storica e il conseguente riconoscimento in una bandiera; tuttavia nel corso dei secoli, hanno assunto un ruolo fondamentale il significato dei colori, grazie alla consuetudine legata alla operosità sociale fissando attraverso i colori regole di accomunamento.

Il riconoscimento dei cromatismi ha in seguito assegnato il valore nella realizzazione del costume, tema o recinto di messaggi cromatici che oggi vediamo applicato “thë stoglitë” della macroarea presilana e in maniera diffusa in tutte le altre ad essa limitrofe.

IL Manufatto artistico “thë stoglitë”, fu condiviso in tutta l’area della presilana, poi inseguito sintetizzato negli ambiti delle miniere e più tardi artefatto in quello del pollino e le arre adiacenti.

Questa sintesi territoriale racchiude anche gli antichi confini dell’impero bizantino, gli stessi ambiti ripopolati degli esuli arbëri, per rendere servigi ai regnanti delle terre che furono delle diocesi di Rossano e Cassano.

Gli esuli balcanici in questi avamposti strategici, secondo i regnanti dell’epoca, depositarono i fondamentali codici identitari, trovando il giusto confronto nelle antiche trascrizioni bizantine, diversamente di quanto avvenne nelle diocesi di Bisignano e di San Marco, dove gli antichi dettami avevano perso ogni logica applicazione, per imposizioni forgiate che parteggiavano per principi e le diocesi latine connesse.

Se tracciamo una linea ideale sui territori che vanno da Santa Sofia d’Epiro, il casale di confine delle diocesi di Bisignano e Rossano, sino ad Acquaformosa, confine tra le diocesi di San Marco e Cassano, si delineano in modo palese le differenze sartoriali dei costumi calabresi e quelli, detti, arbëreshë.

Si può apprezzare che nei territori segnati dai bizantini, la coerenza cromatica/compositiva, produce un manufatto completo, definito secondo metriche/diplomatiche, espressione del codice impostato dagli arbër; d’altra parte del confine su detto,  gli altri, quelli a ovest della linea Santa Sofia/Formosa,  subiscono una forte influenza dettata dall’occidente spogliandoli degli identificativi significati di specie, sia esoterici, sia cromatici e sia dell’arte sartoriale.

Eccezione in questa mappa dei costumi sono, San Benedetto Ullano per la forte impronta religiosa bizantina e Santa Sofia d’Epiro che pur allocata all’interno della diocesi di bisignanese riesce a rimanere legata al bizantinismo delle diocesi rossanese e cassanese.

L’area per la definizione, cromatica e sartoriale del costume, quella che contiene gli ingredienti, esoterici, cromatici e consuetudinari, riconosciuti univocamente nel “costume tipico arbëreshë, è depositata tra Rossano e Bisignano oltre alla baricentrica san Mauro.

È proprio in questi ambiti a diretto contatto con le sfarzosità della corte napoletana, che vedevano spesso arrivare dame e damigelle di corte con i loro seguito; tutto ciò trovava il luogo ideale per feste e cerimonie nei nobili palazzi, palcoscenico ideale per apparire con gli articolati capi di abbigliamento, magari direttamente ispirati dalla nobile I. d’Este.

Anche su questo dato va fatta una riflessione molto accurata, da cui nasce in seguito la sintesi del costume arbëreshë; nella direttrice Altomonte Cassano allo Jonio, infatti in questi luoghi pur avendovi dimorato la principessa Irene Castriota, diretta e ultima erede del principe Giorgio Castriota il condottiero, essa viveva la suo vita di corte, in solitudine con il solo fine di dare un erede ai Sanseverino.

A  Cassano non si viveva sotto i bagliori e clamori del coriglianese, al punto tale che, la Castriota, per apparire realizzava eventi per aiutare i poveri o, si recava a pregare e confessarsi  nel convento di Morano, diretto e sostenuto dall’operato di frate Bernardino.

Altro riferimento cui affidarsi è il dato che durante i processi d’insediamento, scontro e confronto, gli arbëreshë sono descritti più volte, come popolo che veste male, segue regole dissimili e parla una lingua ignota, da ciò si deduce che una regola nel vestire è il frutto d’ispirazioni a prestito dalle sfarzose feste che si svolgevano nei presidi nobiliari di San Mauro e di Corigliano Calabro.

Da ciò è facile presupporre che il seguito delle nobildonne contava sarti di capacità manuali non indifferenti oltre a donne di specie e di gusto, ed ecco parche Katundetë di Macchia, San Demetrio per poi riverberarsi a Santa Sofia, San Cosmo Vaccarizzo e San Giorgio, sicuramente hanno modo di confrontarsi e creare rapporti di parentela con il seguito delle cortigiane, emigrate dalla corte partenopea, dando così forma e consistenza al detto Costume arbëreshë “Stoglité”.

La diplomatica che racchiudele essenze consuetudinarie e il significato allegorico di ogni elemento  del costume, saranno di seguito trattate, giacché, molto particolari e articolate, tuttavia in questo breve si vuole precisare, che realizzato il costume nelle colline Silane arbër, esso ha trovato diffusione  sia nella macro area delle miniere e sia in quella del pollino, che per la scarsa manualità locale, è diventato   sintesi.

Questo dato lo possiamo riscontrare anche nei modi inconsapevoli di indossarlo e la capacità di comprenderne il suo valore  dal punto di vista compositivo sartoriale nella realizzazione delle linee   fondamentali,  che solo la manualità di quanti conoscono e sanno cogliere ogni sfumatura,  conferma gli elementi del  disciplinare matrimoniale.

Parlo di un complesso sistema di linee e curve che non sono mai superflue, non devono evidenziare particolari fuochi di accentramento,  in quanto devono essere armonia di messaggi, indispensabili a risvegliare  sensazioni, che si traducono espressione della solidità familiare ermetica e inviolabile, avendo come fine il benessere, la prosperità, la salute degli sposi oltre che della futura prole.

Sarà anche questo un argomento fonte di approfondimento, in un prossimo capitolo, l’auspicio, ad ora, ha come rotta la speranza che tutti possano cogliere quelle direttive, ignote a molti, e solo persone diligenti conoscitori del costume arbëreshë, possono lasciare in eredità, onde evitare  le magre figure dell’anno appena trascorso, in cui è stato prodotto più danno che seminata gloria, sia  in Regione storica Arbëreshë che che in quella Balcanica.

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