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“LA SALITA DALLA SAPIENZA”   (discorso - IV° - Migrazioni)

“LA SALITA DALLA SAPIENZA” (discorso – IV° – Migrazioni)

Posted on 31 luglio 2019 by admin

MigrazioniNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – I territori di Serbia, Kosovo, Macedonia, Albania, Epiro e Peloponneso, dell’attuale geografia politica sono stati lo scenario di rivalità tra  mussulmani e cristiani, determinando l’episodio migratorio più rilevante, dalla fine del XIV sino a tutto il XVI secolo, verso le terre parallele dell’Italia.

L’esodo per gli abitanti delle terre su citate (gli arbëreshë) è stata l’unica possibilità per tutelare la propria identità e contiene caratteristiche uniche, per tanto, bisogna porre molta attenzione nell’unificarla come movimento di masse verso terre da invadere o  mero evento per sopraffare culture a discapito di altre.

Sono numerose le migrazioni che segnano la storia del mediterraneo, solo una di queste interessa e coinvolge i parlanti arbëreshë ancora viva e perfettamente integrata, mentre le alte sono sfumate lasciando solo episodiche tracce, giacché, nate con l’intento di proporre o imporre nuovi modelli.

Se le dispute economiche e sociali sono state la principale causa ad innescare i processi di migrazione, nel caso degli arbëreshë furono ragioni in ordine: Etnico, Consuetudinario, Religioso e Sociale, a conferma di ciò valgano le statistiche storiche secondo le quali, l’Italia sin dai tempi dei greci veniva ambita non per essere conquistata e distrutta, ma per essere vissuta.

Sin anche i popoli descritti come barbari, dalla storiografia occidentale, invadevano le regioni dello stivale mediterraneo, perché climaticamente e territorialmente consentivano di realizzare strutture del tutto diverse dai sistemi organizzativi sociali e dei valori etici, oltre che religiosi, su cui le etnie in movimento, si reggevano nelle terre d’origine.

Popoli quali i Longobardi, i Goti, i Franchi, i Normanni, venutisi a stabilire in area latina, pur giungendovi con la forza delle armi, queste genti di ceppo e lingua ger­manici si assimilarono nel giro di poche generazioni alla popolazione maggioritaria circostante, questo è successo anche per gli arbëreshë che pur senza la forza delle armi durante il XIII secolo sgiunsero lungo le coste dell’anconetano a Jesi Recanati e in quelle terra dove oggi sono note per i vitigni posti a dimora dagli operosi arbëreshë.

In queste storiche terre del vino gli arbër prima furono diseredati, ritenendoli facinorosi portatori di malattie e per questo costretti persino a soggiornare a debita distanza dalle murazioni, poi riconosciute le capacità per dissodare realizzare attrezzi e mettere a dimora la terna mediterranea, s’integrarono senza lasciare alcuna traccia, ma queste sono altre storie.

Diversamente è stato per gli Arbëreshë, costretti a varcare l’Adriatico o il mare Ionio alla ricerca di una terra parallela dove non fosse minacciata la cristianità, quindi all’interno di un sistema territoriale definito “parallelo” rispettando e  mai superando le antiche arché grecaniche, riuscendo nel breve termine a produrre livelli d’inclusione con i popoli indigeni, preservando lingua, istituzioni e abitudini sociali.

Sono largamente riportate nella storiografia del mediterraneo, particolari a dir poco sintetici o addirittura elementari, quando sono trattate le numerate, numerose e allegoriche ondate migratorie, attraverso le quali agli arbër, è stata fornita la possibilità per cercare il parallelo più idoneo a impiantare la storica radice.

Essi in maniera a dir poco sintetica, sono individuati ora come drappelli accompagnati dai loro familiari e preti, ora con bauli colmi di suppellettili ori e costumi, ora come gente nuda sulle rive dello jonio  aspettando il consenso o l’interesse delle autorità della nuova terra parallela come: i d’Angiò prima, gli Aragona con re Alfonso I di Napoli e Ferdinando II, in seguito, poi rispettivamente dagli imperatori Carlo V e Filippo II, da Carlo III di Borbone, sino a Ferdinando I, oltre Papi, Re e Dogi veneziani.

Nessuno si è mai preoccupato di approfondire l’argomento e sottolineare che gli arbëreshë non erano preferiti  a caso o perché in  fuga, ma esclusivamente quali discendenti  diretti dei soldati contadino (stradioti).

Questo dato non trascurabile li rendeva indispensabili attori, per sedare con la loro presenza gli attriti economici, politici e sociali nelle epoche che videro protagonisti i regnanti, i cortigiani su citati, compresi i loro sottoposti.  

Tuttavia anche se il costante flusso di arbëreshë, il conseguente inserimento senza non poche difficoltà nella società di adozione, si svolgesse in forma legittima e giuridica­mente protetta, spesso sfugge agli storici osservatori, l’interesse che i regnanti aveva nel prediligerli rispetto agli indigeni, una disputa che si protrasse dalla fine del XV sino a tutto il XVI secolo, quando vennero presi i dovuti provvedimenti del caso.

Per comprendere cosa abbia innescato e prodotto il modello integrativo Arbëreshë, si potrebbe vagare all’infinito nelle diplomatiche della storia, tuttavia per tracciare anche in questo caso un’arché di riferimento si può, a ben vedere, risalire alla battaglia di Campo dei Merli, (Kosovo 1389) cui parteciparono gli Arbër attivamente; questo evento di giugno, segnò il dominio turco nei Balcani, ma anche l’inizio di una strenua difesa delle genti Arbër, terminata  dopo le dette migrazioni prima della fine della pressione con sconfitta degli ottomani a seguito della battaglia di Lepanto, nel 1571.

Le conseguenti repressioni della battaglia del 1389 diedero seguito al primo stanziamento di profughi albanesi in Italia meridionale attestata su una lapide nella chiesa di S. Caterina a Enna, dove è ricordato un Giacomo Matranga comandante arbër.

Analoghe ragioni indussero Alfonso d’Aragona re di Napoli, in lotta con Renato d’Angiò, a far passare in Italia Demetrio Reres e i figli Giorgio e Basilio e farli poi stabilire in Sicilia.

A questi episodi vanno aggiunte le vicende che videro protagonista Giorgio Castriota, figlio di Giovanni, in Italia, iniziate nell’agosto del 1460 e durarono circa due anni, anche se altri due viaggi a Napoli e a Roma nel 1464 e nel 1466, ebbero luogo.

La permanenza di Giorgio Castriota nelle terre del regno di Napoli consentì di delineate le linee dell’infinito arbëreshë, in altre parole, “le Arché” linee strategiche secondo le quali dovevano essere predisposti i Katundi delle genti arbëreshë.

Un dato non preso in considerazione dagli storici, non essendo protagonista una figura maschile, passata per lungo tempo poco analizzata, tratta della sottovalutata invasione o accoglienza, dirsi voglia, comunque pacifica, che si è articolata durante la permanenza della moglie, del defunto Giorgio Castriota, Marina Donica Arianiti, che dal 1468 al 1505 visse a Napoli, con il figlio Giovanni, la figlia Vojsava e la giovane figlia di Vlad II°, prima nel castello Angioino e poi in via  Santa Chiara, ospite dei regnati Napoletani.

È in questo periodo che non potendo più fare affidamento della figura del valoroso condottiero arbëreshë è consentito a molti gruppi familiari allargati, di insediarsi lungo le “archè” predisposte ai tempi della battaglia di “Terra strutta” dal valoroso condottiero, prima della sua morte.

È così che nasce la Regione storica Arbëreshë e se da un lato creava attriti con gli indigeni, dall’altro confermavano una presenza numerica non indifferente, con il fine di confermare una regione parallela, la stessa temuta dagli ottomani, specie se realizzata in tutte le caratteristiche identitarie.

Alle popolazioni della regione storica dopo la caduta di Corone, molti degli Arbëreshë e Greci, che si erano rivelati i più convinti ausiliari dell’ammiraglio della flotta cristiana Andrea Doria, ottennero dal Viceré di Napoli il permesso di lasciare su molti navigli la città riconquistata dagli Ottomani, dove la incolumità loro e delle loro famiglie venne assicurata con il trasferirsi a Napoli.

Un numero considerevole di profughi, in numero di circa ottomila, di questi poco meno di tremila preferirono trasferirsi in Sicilia in Calabria e in Basilicata, in tutto, lascati alla libera circolazione per trovare la migliore sistemazione all’interno della regione storica.

Dopo la fase dell’insediamento e definiti i contorni e le macro aree della regione storica, inizia la fase di crescita sociale e culturale, la sua esplorazione si è rivelata molto carente ogni volta che è stata utilizzata la mera visione puntuale, senza mai avere uno sguardo all’insieme regione.

Le opere condotte a vario titolo sono solo episodi che devono essere ricuciti: Rodotà, La Mantia, Schirò, Sciambra, Coco, Zangari, le dispute campanilistiche e immobiliari del collegio Corsini, le priorità culturali, garantite dalle simpatie territoriali, sono da considerare, come i filamenti di una tela scippata e vanno ricomposti con sapienza e garbo, onde evitare di sortire alle disquisizioni che hanno relegato la regione storica e i suoi uomini a non essere contemplata in nessun ambito culturale che conta e fa la storia.

La regione storica diffusa degli arbëreshë è tempo che abbia “una storia” esposta secondo i fatti e non per racconti, attraverso i quali si mira a valorizzare alcuni aspetti a discapito di altri, cosa più impostante è ora di smettere di considerare quali valorosi, non quanti hanno dato se stessi la loro carriera, la loro vita e il loro lume, per mantenere alto il valore degli arbëreshë, ma esclusivamente quanti si sono ostinati a scrivere una lingua, storicamente parlata.

Le migrazioni non devono essere intese come un mero evento, per essere datato e numerato, giacché, esse rappresentano un insieme di cause cui è legato un effetto, sta alle persone di cultura comparare i due elementi e dare merito a quanti posti nelle difficoltà, come abbiano fatto a discernere la mano giusta da quella sbagliata, per emergere con dignità dal buio innescato da quanti miravano ai propri valori e non ad altro, anche se in prima fila e tende la mano ai poveri emigranti.

(bilë e Arbëreshëvet diovasni letir se zeni kushë Jini; mos jiejni the chiarturat e qenvet, se janë skip!)

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IL QUADRILATERO DELLA CULTURA STORICA ARBËRESHË (Napoli, Santa Sofia, Barile e Maschito)

IL QUADRILATERO DELLA CULTURA STORICA ARBËRESHË (Napoli, Santa Sofia, Barile e Maschito)

Posted on 21 luglio 2019 by admin

legge 482Napoli (di Atanasio Pizzi) –  Dalla metà del XVIII secolo tra Napoli e due macroaree arbëreshë, rispettivamente, in Calabria citeriore e nel volture, si crea un legame culturale tra i più consolidati, rispetto alle altre macroaree di simili radici; da allora senza soluzione di continuità rimangono solidamente unite dalla storia la capitale e tre piccoli centri arbëreshë, fornendo ingredienti di solidità intellettuale, il cui lustro trova le sue radici nel codice consuetudinario della regione storica:

Appare chiaro, che il primo degli assi culturali è il più solido, anche se gli altri non lo saranno da meno in quanto rappresentano la continuità culturale di una tela rafinatissima, che a tutt’oggi, per solidità non si consuma, essendo stata intrecciata dai telai delle Rrughe e le Gjitonie dei Katundë arbëreshë, per poi essere rifinita tra i Cardini e i Decumani della polis partenopea.

Un tessuto non stretta e lunga come una corda, ma larga e solida a modo di tela, per contenere e proteggere tutto ciò che niente e nessuno è riuscito a deteriorare per la genuinità del manufatto di tutela.

Questo racconto vuole allocare nelle giuste icone gli uomini, che per caratteristiche innate, rappresentano il genio locale, il germoglio di un’identità antica importato dalle colline dei Balcani e innestata nel meridione italiano.

Era il 10 maggio del 1734 don Carlo di Borbone, diciottenne duca di Parma e Piacenza, comandante in capo dell’armata spagnola in Italia, entra a Napoli scortato dai soldati che nei giorni precedenti avevano costretto alla resa le guarnigioni austriache asserragliate a Castel Nuovo, Castel dell’Ovo e Castel Sant’Elmo.

Il re come i potenti di quell’epoca, preferì avere oltre al classico esercito, una guardia personale composta da fedelissimi e il 15 ottobre 1737 il Vignola inviava al Senato una nota dalle terre balcaniche nella quale confermava di aver selezionato i soldati fidi alla corte di Napoli, appellandoli: battaglione Real Macedone; di questo esercito di fidati venne scelto quale  cappellano militare, il reverendo Bugliari Giuseppe, per seguire spiritualmente i soldati sia di estrazione Grecofona e sia Arbanofona.

Il reverendo originario di  Santa Sofia, un piccolo casale di origine albanese in provincia di Calabria citeriore, venne scelto sia per le capacita di esprimersi in arbereshe e in greco e sia per l’estraneità allo scenario politico della capitale partenopea.

Iniziava da questa scelta un brillante periodo culturale e scientifico, il quale, senza soluzione di continuità si articola sino al XX secolo, con figura emblematiche di alto valore, fondamentali nella scuola delle eccellenze arbëreshë, e dopo il Bugliari divenne fondamentale  Vincenzo Torelli, da Barile, paese  del Vulture in provincia di Potenza, di identica estrazione identitaria.

Il Bugliari ed il Torelli rappresentano due pietre miliari della storia culturale arbëreshë, essi aprirono la strada  a illustri come il Prof. Pasquale Baffi, Mons. Francesco Bugliari, Avv. Angelo Masci(?), Giorgio Ferriolo, Avv. Pasquale Scura, Avv. Vincenzo Torelli, Arch. Luigi Giura, Avv. Rosario Giura, Mons. Giuseppe Bugliari e a tante altre figure di secondo piano, di cagionevole cultura, prevalentemente scrittori in erba, le cui gesta(?) si possono misurare nei circa quaranta alfabeti, ora latini, ora greci, ora irriconoscibili e comunque tutti in onore o riverenza del papa che tirava(!!!!).

La storia letteraria, editoriale e scientifica degli arbëreshë, in questo secolo e mezzo, raggiunge l’apice nei salotti di tutta europea, mettendo in luce qualità innate che ancora oggi sono assegnati i meriti ai regnanti Borbone e per questo coperte da un alone di diffidenza; di contro gli stati generali e i dipartimenti della Regione Storica Arbëreshë, invece di adoperarsi e richiedere i titoli e pretendere, la paternità di tali eccellenze, si diletta a manifestazioni e racconti di poco conto e ostinarsi a realizzare sagre, esposizioni a ritmo di ballate e cantate in costumi tipici sostenute inconsapevolmente dal trittico mediterraneo .

Da alcuni decenni e negli ultimi anni, in modo più incisivo, si è ritenuto opportuno relegare la storia degli antichi Arbanon, il più antico governa rato dei Balcani, a vicende linguistiche dell’Albania moderna oltre a matrici clericali di dubbia radice.

Pur se consapevoli che non vi sia alcuna attinenza con quanti realizzarono nella regione storica, preferendo difendere il proprio codice identitario nel XIV secolo, con quanti inchinarono la testa e offrire la propria identità storica e la propria terra agli ottomani, dalla terra albanese partono frotte di avventurieri in cerca di gloria.

Noi che viviamo la Regione storica Arbëreshë, i discendenti del Prof. Pasquale Baffi, Mons. Francesco Bugliari, Avv. Angelo Masci(?), Giorgio Ferriolo, Avv. Pasquale Scura, Avv. Vincenzo Torelli, Arch. Luigi Giura, Avv. Rosario Giura, Mons. Giuseppe Bugliari, non abbiamo bisogno di altri disturbatori storici oltre alle figure “secondarie” nate qui a casa nostra di cagionevole morale, essi sono prevalentemente scrittori in erba, le cui valorose gesta si possono misurare nella vulnerabilità dei loro oltre quaranta alfabetari, ora latini, ora greci e comunque in funzione del papa che tirava.

Non abbiamo bisogno di “presidenze di potere”, “ambasciatari inconsapevoli”, “adetti culturali senza cultura”, giornalisti stravaganti e ogni genere di figura capace di cambiare titolo e colore, secondo il tempo che fa, ne tanto meno quanti irresponsabilmente mirano alle nuove generazioni le più tenere e quindi facili da modellare, queste ultime in particolar modo inconsapevoli del nostro valore identitario, vengono nelle nostre latitudini a sporcare quanto difeso con sudore e devozione.

Non abbiamo bisogno che dalla terra madre, o da altri lidi, vengano in regione storica a minare quanto di irripetibile eravamo, siamo e non smetteremo mai di essere; noi arbëreshë le scelte più dure da supportare le abbiamo portate a buon fine, in sei secoli,  portate avanti con spirito caparbio attraverso il quale siamo identificati come  modello di integrazione, per tutto ciò, non abbiamo bisogni di oratori estranei,  per renderlo noto secondo la metrica della terra d’origine.

Questa è la regione storica libera, non poniamo barriere di alcun genere a nessuno, tuttavia chi viene a sedersi nella nostra tavola, dopo che gli è stato offerto il posto di capotavola deve cogliere il senso del gesto; guai a quanti lo intendono come atto servile o di riconoscenza storica, noi arbëreshë i parenti paralleli, li accogliamo per guidarli verso un percorso di acculturazione, in quanto in sei secoli di storia, noi, le posate per stare a tavola educatamente le abbiamo sudate con il sangue dei nostri padri.

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L’ARATRO SI LASCIA SOLO QUANDO SI COMPLETA IL SOLCO!!!

L’ARATRO SI LASCIA SOLO QUANDO SI COMPLETA IL SOLCO!!!

Posted on 14 luglio 2019 by admin

L’ARATRO SI LASCIA SOLO QUANDO SI COMPLETA IL SOLCONAPOLI (di Domenico Basile) – Una vecchia canzone arbëreshë, che purtroppo una moltitudine di persone ha dimenticato, diceva:

figli miei venite accanto a me e ascoltate;

vi annuncio che i nostri domani in questa terra, minacciata dai cani invasori, sono terminati;

raccogliete ogni cosa, caricatela nel vostro cuore e nella vostra mente, riempite le mani dei semi di questa terra e della nostra tradizione, tutto il resto rimane qui e presto diventerà il ricordo;

dobbiamo partire, perché questa terra non ha più il colore della pace come noi avremmo voluto;

“la nostra signora”, a mandato a dire, che dopo aver sceso la china di queste nostre montagne e attraversato il mare, dovremmo salire una nuova china, dove ci attende la terra che ha lo stesso sapore, lo stesso odore e la stessa luce di questa che ci apprestiamo a lasciare;

a noi spetta l’obbligo di ricordare per riconoscerla e  piantare i semi per tornare ad essere gli arbëreshë, i caparbi soldati contadino;

su figli miei guardatevi a torno, ricordate, ricordate e ricordate, perché, dopo il faticoso viaggio e ciò che serve, per ricucire il passato con il presente e dare a voi futuri sereni:

tutti dobbiamo giurare che nulla deve impedire di tornare a essere quello che siamo stati, il vostro compito è racchiuso in quei pochi semi da far germogliare, che avete nelle mani e i ricordi da lasciare in eredità;

avremo i nostri domani come i popoli abituati a vivere in pace devono avere, perché consapevoli degli odori della disperazione  che emana la guerra;

chi ci ha invitati a vivere qui a vivere e presidiare guardando lontano, vuole che spaventare con la nostra presenza, per le gesta del passato, quanti non smetteranno ma di metterla in atto.

Una canzone attraverso la quale in poche righe, si rievocano le gesta di quanti parlavano, sentivano e vedevano in arbëreshë; l’accoglienza programmata dal patto del 13 dicembre 1408, i beneficiari dal 1467 di cui godette Donica, moglie di Giorgio i  figli Giovanni e Vojsava “ i legittimi” e la giovinetta figlia di Vlad III, a lei affidata.

Tuttavia è bene precisare che fu solo accoglienza strategica, il frutto di un patto di mutuo soccorso militare, più che di aiuti verso perseguitati politico/religioso, questo dato è confermato dalle configurazioni d’insediamento delle genti arbëreshë, incautamente propinata dai nostri studiosi, “poco attenti alla lettura anche se in italiano”, sempre come casual e per soli fini di bonifica territoriale.

Nell’odierno territorio del regno di Napoli, la penisola italiana e non solo, a quei tempi tutto veniva controllato solo e a favore dei regnanti, mai per semplice casualità.

Per questo una risorsa bellica come quell’arbëreshë, non poteva essere disposta senza una preventiva strategia che garantisse il controllo del territorio a favore esclusivo dei regnati a discapito dei locali se a questo associamo il messaggio subliminale inviato al “cane turco” che con la bava sulla bocca si arroventava, sulle rive balcaniche dell’Adriatico il quadro è completo.

Per gli arbëreshë trovare il nuovo equilibrio non è stato facile, tuttavia grazie al duro lavoro per rassodare i campi dove la solidità sociale trovava il suo momento d’unione nel “mursieli” a mezzo dì, poi a sera consolidava i legami familiari davanti al camino con la cena, sono questi i punti di forza nei quali l’antico disciplinare ha trovato la linfa ideale per germogliare.

Il lavoro e la casa erano gli unici elementi a cui affidarsi per realizzare il miracolo di integrazione diffuso più limpido del mediterraneo; “mursieli”a pranzo per dare germoglio non solo all’economia ma far rifiorire la ricerca del luogo dei cinque sensi, la Gjitonia; poi la sera a casa attorno al camino con i propri cari a ricucire ricordando le gesta e affrontare i domani senza allontanarsi mai da quel codice intimo, unico e indivisibile portato nel cuore e nella mente dalle antiche terre natie.

I pochi semi è le tessere dell’antico disciplinare linguistico consuetudinari importati dalla terra d’origine dalle migliaia di arbëreshë hanno fatto grande questa minoranza, che non si è mai riconosciuta in uno stato parallelo antagonista come“Arbëria”, ma Regione storica diffusa Arbëreshë, una differenza sostanziale che indica l’appartenenza al territorio senza essere ospiti ostili.

Sono innumerevoli gli arbëreshë che si sono distinti nel corso di quasi sei secoli, senza mai dimenticare i valori di appartenenza, tuttavia oggi hanno più valenza le ilarità di troppi dipartimenti universitari, che senza titoli  disquisiscono di alcune figure secondarie, le stesse che devono ancora maturare, magari in quei fantomatici bauli dove si dice che furono importate le fantomatiche “stolje” arbër.

Realizzare Esposizioni mirate per la valorizzare un territorio, senza avere una completa visione storica, è una perdita di tempo, oserei dire uno spreco di risorse pubbliche, le stesse che a detta di assessori disattenti, oserei dire in malafede, non possono essere impegnati per cose più serie, tutto ciò  per non portare  benefici distribuiti per la regione storica, che attende dal 1999 e  deprezza il grande valore storico che appartiene a tutti coloro che sentono e vedono in arbëreshë.

Oggi non serve sradicare ma valorizzare e di certo non lo fanno quanti dicono di fare valje, ripetere imperterriti gli stessi errori non distinguendo nulla, cantando secondo metriche sconosciute o valorizzando personaggi che fuggivano quando bisognava affrontare le idee di pensiero liberale; tuttavia e nonostante ciò, rimane la caparbietà delle persone che a testa china, impugnano l’aratro per completare  il solco e depositare quei semi conservati in quella mano antica, ancora non aperta.

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MODULI ABITATIVI, SKITE E GJITONIA, QUALI ATTIVITÀ DI TUTELA? (Tue priturë satë dalë diali)

MODULI ABITATIVI, SKITE E GJITONIA, QUALI ATTIVITÀ DI TUTELA? (Tue priturë satë dalë diali)

Posted on 30 giugno 2019 by admin

MODULI ABITATIVI, SKITE E GJITONIA, QUALI ATTIVITÀ DI TUTELA

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – È sempre più ricco il palcoscenico dei repliche, che imperterrite dissolvono frammenti del disciplinare sociale dei “cinque sensi arbëreshë”.

Figure monotematiche sciupano senza parsimonia un considerevole numero di elementi intangibili della consuetudine arbër, al punto tale che non avendo più argomenti da dissolvere, ha iniziato a gratare,  le murature storiche, le stesse che danno corpo e forma alla culla naturale del disciplinare minoritario.

Esse si configurano e si materializzano: nell’urbanistica, l’architettura, e l’ambiente antropizzato, in tutto, gli elementi finiti del genius loci importato identicamente dalla terra d’origine.

A tal fine è idoneo sottolineare che non sono opere di mera cucitura muraria, giacché, rappresentano i giacigli costruiti per conservare le radici culturali arbër.

Attivarsi per prosciugare questa malevola deriva portata avanti, da chi disquisisce di architettura senza titoli specifici, intrecciando gratuitamente: kish,; palazzi, profferli, kalive, katoj, moticele, sheshi; gjitonie, kroitë, kopshët; dimenticando addirittura l’insieme edilizio arbëreshë detto Katundë, è un dovere di chi ha titoli idonei e capacità di lettura per farlo.

Anche perché frequentemente si è attratti dalla macina televisiva che tritura e globalizza ogni cosa; da cui il  convogliatore della mediocrità  appella erroneamente e banalizza i katundë definendoli in maniera impropria “borghi”.  

A tal proposito è bene specificare che la denominazione di “borgo” è riservata a complessi di  epoca medioevale, le cui peculiarità principali si configuravano nel le mura di fortificazione che difendeva le attività mercatali e civili, per queste disposizioni materiali ed immateriali  il borgo si differenzia dal villaggio, dal paese e dal casale.

I Katundë, della regione storica arbëreshë, hanno un diverso impianto urbano, in quanto, si sviluppano in armonia con le pieghe orografiche e in funzione dei legami familiari per realizzare la più solida articolazione edilizia.

Essi conservano gli ingredienti, che fanno degli arbëreshë, i pionieri del policentrismo urbano, definito anche come diffuso, nati da casali disabitati dal XV secolo, e non prima!

Questo dato li rende particolarmente difficili da leggere in quanto appartengono agli impianti urbani detti “aperti” fatti di architettura detta minore, di conseguenza  esclusiva lettura per figure titolate  e competenti in specifici campi di studio .

Per questo gli agglomerati arbëreshë, sono uno degli esercizi più complicati da leggere e tradurre per i media, in quanto, l’edificato nasce e si sviluppa in tempi molto dilatati, oserei dire, nel caso specifico nell’intervallo compreso in almeno quattro secoli,  dalla posa della prima pietra sino alla configurazione con cui li identifichiamo e cerchiamo di comprenderli oggi.

Lo sviluppo prima planimetrico, poi altimetrico e in fine la forma architettonica catalogabile secondo le tre direzioni fondamentali, avviene durante periodi storici e sociali ben identificati

Essi hanno inizio nel XV secolo, con uno spazio recintato su cui nasce il tugurio o la casa monocellulari in paglia; poi in mattunazi cotti al sole; agli inizi del XVI secolo, gli elevati e la copertura, furono sostituiti, materiali tipici locali; il modello così realizzato iniziò a essere aggregato, quale modulo base, in sistemi articolati e in rari casi anche linearmente; l’espansione e la successiva occupazione del lotto (recinto) avviò la conseguente obbligatorietà di crescita verticale; nel XVII secoli l’aggiunta dei profferli divenne indispensabile per i frazionamenti familiari; il miglioramento termico con i sottotetti segna il XVIII secolo; in seguito durante il decennio francese, l’integrazione dei profferli con gli elementi identificativi dell’architettura segna gli edificati alla fine del XIX secolo con la caratterizzazione nobiliare con le facciate più prestigiose composte da ingresso ad arco, affiancato dalle due finestrature con inferriata dei depositi, al primo piano balconi, finestre coronate in pietra, cornicione di coronamento con le   tipiche aperture di ventilazione e tetto a padiglione oltre a un numero considerevole di segni architettonici negli angoli del lotto e il tipico seggio i fianco all’ingresso dei depositi.

Queste sono per grandi linee le stratificazioni del centro storico dalle origine sino alla fine dal XIX secolo, è secondo questo ordine che nascono gli agglomerati diffusi.

Essi non sono identificabili in un modello, come accade nell’edificato storico delle città che generalmente vennero, costruisce e presero forma in tempi brevi.

Quando si tratta dei Katundi che costituiscono la regione storica diffusa arbëreshë si deve stare molto attenti nel paragonarli ai paesi indigeni ad essi limitrofi, in quanto la lama sottile che li divide è  più affilata di quella di un rasoio, divide le due cose preziese ma dissimili  e quando ti rendi conto del versato è tardi, nulla può essere più ripristinato e a perdere è sempre la minoranza storica.

Sono anni che sento dire la gjitonia come il vicinato, i paesi arbëreshë uguali a quelli indigeni, i costumi, le musiche e così via discorrendo, per enunciati sintetici e poco attenti abbarbicati o resi simile ad altro.

Personalmente ritengo, in conformità a studi questi argomenti e portati a buon fine, non sia così nella maniera più assoluta e chi dice il contrario o è un litirë o non ha sufficiente memoria di archiviazione per connettere gli elementi ad essa riferibili.

A proposito della gjitonia, se qualche replicante ritiene sia simile al vicinato si deve far spiegare dai ricercatori dipartimentali di fine secolo scorso, dove hanno copiato tout court, magari vi risponderanno nei trattati de locativi, fatti realizzare dell’imprenditore  ing. A. Olivetti, in campo sociologico,  psicologico,  architettonico, antropologico, geologico e legale, per la conoscenza degli abitanti dei  Sassi di Matera, quando ebbe l’incarico governativo di terminare senza ferire la consuetudine della classe operaia, che viveva ancora in vergognosa arretratezza.

A proposito dei modelli urbanistici e architettonici dei paesi della regione storica, non possono essere intesi come gli stessi di quelli indigeni, in quanto, l’architettura è il frutto dalla consuetudine di uomini e l’uso che questi fanno del t dell’ambiente naturale per antropizzato.

Le musiche tipiche degli abitanti della regione storica diffusa non possono essere assolutamente simili a quelle delle genti indigene, in quando la lingua arbër non possiede forme scritte, giacché essendo la metrica canora la sua regola è incomprensibile che una lingua non comprensibile a nessun abitante del bacino del mediterraneo, possa contenere sonorità a modo di tarante, tarantelle; tantomeno, le “clarinettate  e tamburettiate” Turchesche.

È tempo che la regione storica diffusa arbëreshë, prenda consapevolezza di queste derive che trascinano il patrimonio culturale materiale e immateriale allo sbando, intraprendano la via della pensione.

La chiesa, le istituzioni tutte è tempo che facciano affidamento a uomini in grado di garantire supporti idonei nelle varie discipline; uomini arbëreshë in anzi tutto, capaci di individuare la rotta più breve verso la luce tagliente del mattino, quella che si apre sull’orizzonte e scoprire, senso e garbo. 

Non resta altro che rivolgersi agli amministratori di ogni ordine e grado e a chi dispone o ha nelle disponibilità il futuro e la tutela della Regione Storica Diffusa Arbëreshë; invitando tutti a rivedere il sistema degli “stati generali”, al fine di attuare progetti multidisciplinari a garanzia della sostenibilità del modello sociale tra i più singolari di tutto il mediterraneo.

Il futuro della regione storica arbëreshë, non ha più a disposizione altri tempi per i replicanti, uno è il tempo che vi resta e avete ancora nelle vostre mani, se saprete coglierlo potrete dire, io c’ero è ho contribuito per non far frazionare la perla d’integrazione più luminosa del mediterraneo.

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IERI LA LUNA NUOVA “CHIAMAVA” IL MAIALE OGGI  IL SOLSTIZIO LE SAGRE CULTURALI

IERI LA LUNA NUOVA “CHIAMAVA” IL MAIALE OGGI IL SOLSTIZIO LE SAGRE CULTURALI

Posted on 24 giugno 2019 by admin

IERI LA LUNA NUOVA “CHIAMAVA” IL MAIALE OGGI IL SOLSTIZIO LE SAGRE CULTURALINAPOLI (di Atanasio Pizzi) –  Come ormai consuetudine di questi tempi e con la stessa pena, mi appresto a scrivere questa nota, certo del dilagare della deriva culturale che non termina o cambiare rotta.

Le sagre e gli eventi a modo culturale si esauriscono nell’atto di ingurgitare una salsiccia o bere vino, nei bicchieri diamantati, come ricordavano, non poco tempo addietro sin anche gli organi di controllo della legalità, non solo culturale.

Di questi eventi continuano a rimanere cenerentole, gli stati di fatto della storia, l’ambiente, il territoriale, le articolazioni urbane e le architetture, lasciate attorno ai tavoli in attesa di confronto; diversamente dalle sorelle linguistiche salite sui tavoli, (secondo lo scrivere dalle eccellenze culturali)che non smettono di ballare senza decenza.

Quello che comunque si coglie da questo vero è proprio costume d’irriverenza, è la totale mancanza di una visione generale di quello che si dice e si fa, continuando a diffondere messaggi privi dei minimali connotati per un idoneo passaggio del testimone tra generazioni.

Il comportamento si esaurisce nell’atto dell’apparire previo naturalmente l’allestimento di presidi tra i più allegorici avendo cura di spogliarli preventivamente di ogni più elementare indumento per la decenza.

In poche parole si semina perplessità ed indignazione, in quanto ancora si ignora che i confini della vituperata gjitonia, che prima degli anni novanta consentiva questo modo di comportassi, tuttavia da due decenni con le tecnologie della comunicazione di massa, tutti siamo osservati e questo modo di comportassi, non è più ammissibile, in quanto sminuisce il valore storico della minoranza.

Motivo per il quale, la novità di costume, il ritratto storico, il capitolo o la vestizione perfetta sono immediatamente riconosciuti, se veri o falsi e posti alla stregua di episodi senza luogo ne tempo, singoli segmenti di una discorso molto pi esteso e articolato, per cui non interessa a nessuno, se non un ristrettissimo numero di addetti, amici e parenti compresi.

La minoranza storica più solida del mediterraneo è molto più di singoli filamenti che non hanno lo spessore per fornire la solidità storica già trovata e che attende solo di essere divulgata, in maniera diffusa.

Occorre per questo aprire a nuovi stati di fatto, che nono si possono trovare nell’amalgamare episodi senza ne tempo e ne luogo, occorre utilizzare canali multidisciplinari, al fine di rendere solide le fondamenta di quel ponte che unisce Balcani e Meridione Italiano.

Purtroppo gli appuntamenti di oggi giorno e quelli in atto di questa stagione  “culturali”, sono simili alla luna nuova dopo l’epifania.

E quanti hanno vissuto nei piccoli centri minori, ricorderanno il pranzo prima della lavorazione e confezionamento degli indispensabili alimenti, che a mangiare partecipavano non chi aveva contribuito alla “fine del suino”, ma solo quanto si erano adoperati a tenere ben salda la coda sacrificale animale.

Il pranzo (la storica abbuffata a base di sufrithë) è un’avvenimento indelebile nelle menti di ogni abitante cresciuto nei piccoli Katundë ( è sempre opportuni ricordare che non sono borghi), giacché, la festa dello sheshi, s’insinuava all’interno della privata abitazione e diventavano quel pomeriggio, il luogo di Lucullo.

Qui gli elementi più rappresentativi sedevano a tavola assieme ai cultori di spicco (i giullari locali)  e mentre le donne cucinavano, i detentori incontrastati della regia, per prolungare ed allietare la storica buffata e farla durare il più a lungo possibile; i registi di questo evento intrigavano, inebriavano e ammagliavano i partecipanti, con racconti e avvenimenti di pura immaginazione, ironizzando sugli assenti “nemici” e valorizzare i presenti “amici intoccabili”.

Questo chiaramente era la parabola della luna nuova “ la chiama del maiale” ; è spontaneo chiedersi cosa sia successo di anomalo per rendere questo appuntamento della consuetudine di sostentamento locale, dove non si buttava nulla pecche utile, in manifestazioni  dove tutto si consuma senza lasciare traccia, fermo restando sull’ironizzare verso gli assenti “nemici” e valorizzare i presenti “amici intoccabili”..

Ritengo che essere acculati, come storicamente noto in tutte le parti del maiale, ne i conti e ne la storia, tornano, specie confrontando l’evento lunare con quello del solstizio di primavera: nel primo,  si adopera ogni cosa per produrre e tenere alto il valore economico e sociale ; nel secondo, si fa l’esatto contrario, consumando  risorse senza alcun rispetto e persino su cosa di irreparabile si compromette, modelli preziosi che non appartiene nemmeno dei partecipanti, in quanto affidata per porgerla alle generazioni future.

Tuttavia, a ben vedere nell’esperimento lunare,a fare da padrone sono sempre ed esclusivamente le stesse figure, le quali, con dignità locale mantenendo sempre vivo e atteso l’appuntamento.

Diversamente in quello solare, la dispersione di elementi tangibili alla fine degli eventi, senza cautela e professionalità, disperde e spoglia di significato, frammenti irripetibili del nostro idioma sociale , la  consuetudine, la metrica, la  religione, interlacciati senza soluzione di continuità con gli ambiti attraversati, vissuti e costruiti dagli esuli balcanici.

Motivo per il quale, a ben vedere i due eventi una differenza sostanziale la mantengono; un tempo il maiale veniva allevato in casa e serviva per il comodo e il sostentamento della famiglia; invece oggi si  comprano i pezzi, di carne più magra e non  secondo il disciplinare di ogni famiglia, comunque non ha lo stesso sapore, ma agli amici inconsapevoli si racconta che sono fatte allo stesso modo come li facevano i nostri genitori, ma non è vero,  è non la stessa cosa!

La casa vecchia dove stagionare lentamente le prelibatezze è stata ristrutturata, gli intonaci non sono di strati di calce usata per imbiancare, ma di premiscelati, il solaio in legno è stato sostituito con uno più pesante in cemento armato, la finestra per la ventilazione è di alluminio, i pavimenti di cotto sono di marmo e al posto del camino è stato apposto il termosifone.

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LA STORIA DELLA REGIONE DIFFUSA ARBËRESHË

LA STORIA DELLA REGIONE DIFFUSA ARBËRESHË

Posted on 18 giugno 2019 by admin

LA STORIA DELLA REGIONE DIFFUSA ARBËRESHËNAPOLI (di Atanasio Pizzi) –  Come sanciva nel suo discorso sugli Albanesi, impropriamente attribuito ad altra inquietante figura, il Baffi riteneva che per lo studio della storia di un popolo, non si deve andare altre una certa misura, altrimenti si perde il senso della ricerca.

In conformità a questo principio, inizio ad analizzare cosa e quanto ha prodotto il miracolo linguistico tramandato oralmente nelle regioni dell’antico regno di Napoli o delle due Sicilie.

A tal proposto  il limite del confine dell’infinito di ricerca parte ai tempi quando venne diviso in themati l’impero romano unificato, la conseguente traccia di ricerca condotta, pone ad indagine l’intreccio tra uomini,  rapporti sociali, rapporti economici, luoghi e tradizioni da tutelare.

S’inizia con l’affermare che nel VI secolo D.C. dopo  aver allocato la capitale dell’impero di Oriente ed Occidente a Costantinopoli, venne diviso il territorio unificato, in themati e le disposizioni del nuovo modello convogliava le disposizioni civili e militari, nell’elemento perno dell’Impero, ovvero, i soldati contadini (gli Stradioti).

Fare un parallelismo delle consuetudini, della famiglia stradiota e quella arbëreshë descritta nel protocollo Kanuniano, è facile, anzi oserei definirli i prodotti sociali di una sola radice.

Questo ha caratterizzato in maniera particolare genti che vivevano le terre che ebbero come scenario gli scontro tra gli eserciti musulmani da quelli cristiani

Tra questi un ruolo fondamentale lo ebbero i territori dei governarati arbër e quelli a esso appena confinanti, avendo come scontro storico la battaglia della Piana dei Merli combattuta il 15 giugno del 1389.

Essa rappresenta una pietra miliare, della via perseguita dai turchi, per conquistare Roma e l’intero occidente.

I territorio che accomunavano con simili ideali i governarati arbër, divennero il luogo ultimo per frenare il bellicoso progetto mussulmano.

Le battaglie che in queste spianate, anfratti e gole ebbero luogo, diedero lustro alle capacità innate del popolo arbër, per la difesa dei territori di pertinenza o linee da difendere, al punto tale che furono attuati accordi di mutuo soccorso,  tra la nobiltà locale Balcani e in seguito con quelle oltre Adriatico.

Ebbe così inizio un scambio di difesa in forze di uomini mezzi e armi, che da un lato garantiva una linea bel lontana dalle coste occidentali dell’adriatico e dall’altra  aiuti fondamentali per non soccombere all’invadenza turca.

Intanto nelle terre del regno di Napoli, le trame francofone, e le preoccupazioni relative d’invasione resero indispensabile predisporre nel 1448 le opportune linee di difesa in Sicilia, Calabria e Puglia, insediando gli arbër che nel contempo rassodavano e mettevano a coltura terre incolte o dismesse per la insalubrità diffusa.

Quando nel 1460 le politiche del papato e quelle francofone, resero incontrollabili gli atteggiamenti dei baroni verso il re di Napoli, fu lo stesso Giorgio Castriota (che dalla fine del 1443 aveva fatto comprendere ai turchi, il senso della famiglia Kanuniana) a gestire la situazione nella famosa battaglia di “terra strutta” e poi predisporre i presidi idonei a frenare ogni tipo di ribellione.

Nel 1468, anno della morte del valoroso condottiero, secondo gli accordi dell’Ordine già in atto; fu l’anno prima della morte del condottiero che Giorgio ebbe  in affido la figlia di Vlad III Principe di Valacchia, Donica Comneno raggiunge Napoli ospite a corte con la “bambina” e i due figli “Giovanni e Vojsava”.

Appare evidente che a questo punto caduta quella linea per la difesa dell’occidente, il limite deve arretrare e quali presupposti migliori per approfittarne della presenza della moglie e i figli di Giorgio Castriota a Napoli e accogliere famiglie arbër, al fine di predisporre un controllo serrato degli d antagonisti più efferati e disegnare aree specifiche dove far insediare gli arbëreshë, liberi per i primi cinque decenni di muoversi  nei territori del regno secondo un progetto strategico studiato a tavolino.

Nascono cosi, la linea dell’infinito calabrese,  il limitone pugliese  e la linea del fortore, a queste si aggiunsero per i principi più irriducibili, presidi  mirati, vere e proprie linee di controllo, come quella del tarantino contro gli Orsini che contavano oltre dieci agglomerati, la Sansaverinense con oltre venticinque agglomerati e quella del Sarmento altri dieci agglomerati, contro i Principi di Bisognano.

La definizione capillare delle linee di controllo, sarà trattata in uno specifico grafico che allo stato è in puntuale definizione; resta un dato inconfutabile, a ogni linea d’insediamento, corrispondono un numero considerevole di agglomerati arbëreshë, in funzione dell’ostilità dei principi verso il re .

Sta di fatto che dalla prima migrazione del 1448 sino agli albori del 1500 le disposizioni degli arbëreshë seguono una regola precisa, che non è mai casuale o lasciata al caso, perseguendo sempre  due fini complementari: il primo economico e mirava a mettere a regime territori incolti o comunque abbandonato; il secondo, creare una sorta di cortina per il controllo del territorio dei principi ribelli.

Questa disposizione delle genti arbëreshë nel territorio del regno di Napoli non viene mai dismessa, vero è che dopo la realizzazione degli atti di sottomissione e le vicende religiose mai dismesse dal papato, gli arbëreshë furono sempre tutelati nella valorizzazione del proprio patrimonio culturale, linguistico, consuetudinario e religioso, indispensabile per difendere le direttive reali a mai quelle locali.

Conferma di ciò sono le disposizioni di Carlo III, il quale una volta insediatosi a Napoli, per la sua difesa e del suo seguito istituisce il reggimento Real Macedone del Regno di Napoli, non affidandosi dell’esercito; il reggimento, la cui estrazione  di matrice arbëreshë preferiva esclusivamente elementi provenienti dalle terre balcaniche; persino il cappellano militare era di medesima discendenza, il Reverendo Giuseppe Bugliari, naturalmente arbëreshë ka Shën Sofia; ma questa è un’altra storia.

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LA PERCEZIONE PERFETTA

LA PERCEZIONE PERFETTA

Posted on 17 giugno 2019 by admin

LA PERCEZZIONE ERFETTANAPOLI di (Atanasio Pizzi) – L’intervento qui riportato, indaga l’humus culturale della regione storica e vuole definire il debito culturale accumulato verso i luoghi, i protagonisti e le attività utili a comporre il quadro della cultura storica e cosa ha attratto gli addetti a volgere l’interesse verso il tramonto della cultura.

Quando nell’estate del 2004 entrai nella sala consiliare del comune Sofiota ad ascoltare cosa era riferito in merito al tema “la gjitonia”; dire che rimasi stupefatto è puro eufemismo.

Appariva evidente un’impronta d’isolamento geografico e storico, lasciando il campo aperto a una storia dominata dall’approccio di una filosofia locale o attinta dalle fonti impermeabile all’esperienza dell’individualismo.

Notai da subito il profilo culturale degli oratori  e nessuno aveva consapevolezza di cosa diceva e cosa lì a pochi passi nello sheshi di “Zia Klentina Magazinitë” aveva avuto luogo non molto tempo prima a torto dei loro enunciati.

Ritenni che la mia percezione dello stato culturale fosse veritiera, oserei dire perfetta, in quanto, non vi era alcuna attinenza con la realtà, degli uomini, degli avvenimenti e delle persone; istintivamente mi sono apprestato ad uscire da quel buio culturale.

Quel pomeriggio dell’estate del 2004, fu calpestata gratuitamente, la memoria, la dignità e i trascorsi storici di tante persone di nobile morale.

Era palese che nessuno degli oratori si fosse mai guardato attorno o si era informato di cosa fosse quel luogo di incontro, ne tanto meno cimentato in studi a largo spettro o confrontato le vicende storiche che avevano visto protagonisti la Scuola Sofiota.

Si narravano episodi privati del luogo, del senso, dello spazio, del tempo e delle persone coinvolte, in poche parole si raccontavano frammenti sconnessi di un tempo mai vissuto o che trovava applicazione nei trascorsi storici esclusivamente arbëreshë.

Iniziò cosi un periodo di indagine per confrontare le mie ricerche con un numero considerevole di addetti di quelle rappresentazioni, così come di tante altre; lo specificare domande di epoca degli uomini e dell’edificato storico, nessuno erano in grado di rispondere e il più delle volte adduceva personali e campanilistiche spiegazioni, come ad esempi:

“Scuola Sofiota” era ritenuta come l’operato di un povero di prete (Gnë zop Zotë);

Il valore dello Sheshi dei “Bugliari di sopra” era associava alla cantina di Joscari;

Gjitonia abitualmente identificata come simile al vicinato;

Bagliva e di Kaliva, due elementi senza nesso;

Luigi Giura, Vincenzo Torelli, si ignorava chi fossero;

Rione e Quartiere la traduzione inconsapevole di gjitonia;

Pagliashpitë; un toponimo di paglia ;

Valje, il  ballo albanese del 24 aprile del 1476;

primavera Italo-Albanese, il buco nero degli arbëreshë per imitare le Valje;

Cavallerizzo, un’operazione umanitaria che aveva distratto molti cuktori;

Il Collegio Corsini, la perfetta operazione immobiliare;

Dare senso al ricordo di Giorgio Castriota senza doverlo appellare Scanderbeg, è un po come raccontare un episodio fantozziano;

Gli insediamenti della Regione Storica arbëreshë, troppo complicato, in quanto ancora è ignoto il vocabolo regione;

Il confini dell’infinito grecanico, il buco nell’ozono;

Il sogno perseguito dai cultore? imitare i Fratelli Grimm;

Quando ho iniziato, negli anni settanta del secolo scorso, la mia esperienza sul campo del restauro e della valutazione delle consistenze architettoniche, per il migliore rilievo; un vecchio ed esperto architetto, mi diceva sempre di essere diffidente sempre dovunque e comunque, nei confronti di quanti nella loro esperienza curriculare presentavano la propria maturità sviluppata esclusivamente nel chiuso dei dipartimenti.

Il vecchio amico, riteneva e aveva ragione, che i curriculari abitualmente, non mettevano a confronto le nozioni del chiuso, con quanto ancora del costruito storico resta indelebile all’aperto, rimanendo per questo molto indietro con la conferma dei dati.

Queste ha subito per decenni, la storia con protagonisti gli arbëreshë, le cui esaustive diplomatiche, anno trovato collocazione e dovizia di particolari nel territorio.

A questo puto si ritiene indispensabile iniziare con le dovute cautele e realizzare lo studio perfetto, che non sia solo il frutto di percezione ma confronto tra scrittografia territorio e memoria.

Ogni addetto che si occupa e si sforza di approfondire per divulgare nozioni della regione e per la regione storica, deve essere citato per i titoli che possiede e non per quelli che si vorrebbero che non avesse, per apparire superiori o più titolati; chi fa il fotografo è fotografo chi fa l’architetto è architetto, chi fa degenerare presidi lo porta sulla coscienza e così via dicendo senza mai dimenticare i titoli che sul campo hanno meritato quanti hanno lavorato per il bene comune .

È tempo di non dire più messa, in italiano/latino; identificarci nel vicinato, appellandolo gjitonia; cantare valjie, dicendo che sono balli; appellare Giorgio Castriota, con il nome di quando era il nostro nemico.

Se siamo arbëreshë un motivo storico ci deve essere, dobbiamo solo studiare e ricercare i riscontri nel territorio; non serve copiarlo nelle pieghe dei Sassi di Matera; per apparire più credibili; gli arbëreshë lo sono di natura!

Chi lo fa ed è nativo di un luogo che non trova collocazione in nessun contesto, se non risvegliare armonicamente i cinque sensi arbëreshë, può fare altro e ricercare altre cose.

Solo i prescelti sono in grado di avvenire con il cuore e con la mente, la percezione perfetta, quella unica e sola trasportata, dalle terre natie sei secoli ormai sono.

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L’INFINITO ACCANIMENTO DEI VINCITORI

L’INFINITO ACCANIMENTO DEI VINCITORI

Posted on 10 giugno 2019 by admin

L’INFINITO ACCANIMENTO DEI VINCITORINapoli (di Atanasio Pizzi) – La storia la scrivono i vincitori, il tempo poi lentamente consuma le spigolature e rende la visione dei fatti chiara e priva di ombre.

Gli scritti storici, tendono a giustificare i vincitori, arricchendo con dovizia di particolari gli scontri, la sopraffazione e le pene inflitte ai vinti che non terminano mai di essere oggetto di giudizio dei vincitori e i loro sottoposti.

I vinti, oltre a soccombere materialmente, sono obbligati a rinunciare ai propri principi morali, senza che alcuno produca una nota sui motivi per i quali  è stata scelta la via dello scontro.

Quanto qui di seguito viene esposto racconta di un antico e caparbio popolo, gli arbëri, i quali  facendo leva sulla solidità identitaria, certi di innestare la propria radice culturale su nuove terre parallele, sopravvalutarono, purtroppo, quanti avrebbero dovuto produrre i nuovi recinti per la difesa dell’immateriale in loro possesso.

I vinti arbëreshë dal XIV secolo, (dopo la morte del loro condottiero Giorgio Castriota, secondo quanto afferma Giovanni  Fiore da Cropani, “volgarmente denominato Scanderbeg”), furono accolti nei territori dal Re di Napoli, per rifiorirli e nel contempo controllare Roma e i baroni ribelli.

I profughi diedero avvio al loro illusorio percorso di tutela, prima abbandonando quanto di materiale possedevano, attraversarono mari e poi risalirono le chine delle colline meridionali, alla ricerca degli ambiti paralleli alla terra di origine, portando le cose immateriali più intime, compreso l’alias della medaglia a due teste, di matrice turca Scanderbeg.

Questo fu il primo grave errore subliminale sottovalutato, che ha dato la misura dell’ingenuità dei profughi, i quali, scappavano dalle loro terre per non essere sopraffatti, inneggiando al nome turcofono del condottiero da seguire.

Forti di quanto era rimasto impresso nella loro mente, s’illusero che sarebbe stato sufficiente attraversare nuovi territori e una volta bonificati quelli per vive, sarebbe iniziata la loro  parabola di pace e prosperità.

Purtroppo non è stato così, infatti, dopo un’intervallo di confronto con le genti indigene, gli antichi abitanti della odierna Albania, (gli arbërë) immaginarono che la disfatta in terra madre, ad opera dell’invasore turco, fosse terminata e la via verso la libertà di culto e di pensiero, secondo gli antichi dettami, non avrebbe più avuto chine da superare.

A ben vedere e con il seno di poi, così purtroppo non è mai stato e neanche per un battito di ciglio, in quanto, prima la deriva religiosa imposta dai latini, poi, l’ostinazione di imporre una scrittura, in seguito, l’imposizione di svuotare la metrica del canto e riempirla di poesia, hanno portato  le genti della regione storica arbëreshë, a compiere un “cerchio di tutela culturale” che li ha riportati nello stesso risultato da cui si erano illusi di sfuggire sei secoli, ormai sono.

Una vicenda paradossale che se analizzata con dovizia di particolari storici, senza alcuna forma, politica o clericale di parte, si potrebbe definire la beffa storica.

I motivi e le tappe che descrivono questa parabola illusoria, in quanto gli Arbëri miravano a quanto qui si seguito elencato:

  1. Non soccombere alla pressione di una religione dissimile dalla greco ortodossa;
  2. Non  assumere consuetudini ignote fuori dalle regole degli stradioti riassunte nel Kanun;
  3. Non parlare attingendo  in modelli scritto grafici;
  4. Seguire esclusivamente la propria metrica canora;
  5. Tutelare  i propri usi e costumi;
  6. Tutelare ambiti del costruito storico;

Non serve molta conoscenza della storia arbëreshë, per rendersi conto che questa è la realtà che non dovevamo vivere e nonostante tutto viviamo a dispetto di ogni principio per il quale fu scelto  l’esilio; ed è per questo che risulta facile segnare il punto a chiusura  dell’ironico cerchio, che poi è lo stesso punto dei calori sociali da dove eravamo partiti, a conferma di ciò si riassume  ogni cosa nelle note seguenti:

  • I profughi arbëri una volta stabilitisi nelle terre a loro assegnate, secondo uno schema ben ideato dai re Aragonesi, furono subito al centro dell’attenzione della chiesa, che per la perdita di risorse economiche, faceva leva sui riti dissimili a quelli latini e nel tempo di pochi decenni fece volgere le preghiere non più verso oriente; già alla meta del XVI secolo, di cento comunità arbëreshë, se poco più di venti sono state parzialmente graziate lo devono all’infinita crociata che Roma attende ancora di architettare.
  • Dopo questa prima fase nasce il plesso per la modellazione di prelati, per imporre lettere prima greche, poi latine, poi il mix di alfabeti che hanno fatto sorridere tutta l’Europa culturale e la grande massa degli arbëreshë che miravano al progetto di fuga, preferirono mantenere le distanze da questa blasfemia culturale.
  • Intanto le vicende culturali poste in essere spezzano molte tradizioni storiche, anche se le masse in maniera palese non avvertono materialmente nessuna ferita che si può ritenere tale; così si protrae sino a dopo la seconda guerra mondiale, quando la tendenza di caratterizzare gli ambiti costruiti, a seguito del boom economico, avvia a una deriva che nel corso di pochi decenni fa ritornare le genti della regione storica nelle stesse condizioni, cui sei secoli or sono cercarono di divincolarsi.
  • Nei fatti analizzando gli elementi materiali ed immateriali su cui oggi si regge la storica regione, si nota facilmente che sono mutate tutte le consuetudini laiche e clericali, secondo disciplinari alloctoni e non trovano ragione di essere in nessuna delle consuetudini arbëreshë.
  • La lingua imposta e proposta, mira a quella skiph di radice e metrica turca, oltretutto irrispettosa del fatto che noi arbëreshë siamo gli unici detentori della radice originaria.
  • L’inesperienza di caratterizzare gli edificati e gli ambiti urbani ha impresso  una deriva folcloristica paradossale, facendo apparire come il luogo di costumi e costumanze tipiche o riferibili alla radice turca, se poi a questo associamo le feste, le sagre, le danzate del ventre in costume, associata a sventolio di fazzoletti, il ritratto dell’harem è completo; asi vuole ribadire il concetto di “ritratto”, giacche, se si volesse riprodurre una rappresentazione filmica, la tragedia per gli arbëreshë sarebbe completa, in quanto le sonorità di tamburi, clarinetti e vocalità sono la conferma che pur essendo fuggiti e allocati lontano dalle regioni di matrice imposta, gli emissari culturali inviati dai mandamenti turchi, hanno saputo fare un ottimo lavoro di piegatura all’interno dei nostri katundë, quella piegatura culturale, consuetudinaria, metrica e religiosa da cui pensavamo di essere sfuggiti.

Complimenti ai turchi e in particolar modo a tutti gli “emissari” che pur di apparire, hanno venduto l’anima e il “buon cuore” della loro memoria.

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LATIFONDISTI CULTURALI DELL’ARBERIA; (Gli agricoltori disciplinati attendono lo spazio di competenza nella regione storica arbëreshë)

LATIFONDISTI CULTURALI DELL’ARBERIA; (Gli agricoltori disciplinati attendono lo spazio di competenza nella regione storica arbëreshë)

Posted on 03 giugno 2019 by admin

Sacro graalNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Il fenomeno del latifondo ha avuto grande rilievo nell’Italia centro-meridionale, nell’assegnare grossi possedimenti e produrre semplici colture, prive di un qualsivoglia modello innovativo  seminativo, preferendo molto spesso il mero fine del pascolo.

I proprietari spesso si curavano solo di garantirsi una buona rendita per consolidare il titolo di proprietà.

L’attribuzione territoriale dinastica, particolarmente diffusa nel Meridione, con l’abolizione della feudalità, peggiorò la situazione per via dell’aumento delle tasse e la riforma agraria del 1950, restrinse i possedimenti superare a 300 ettari (3 km²); a memoria di ciò rimane l’esempio dei terreni agricoli abruzzesi della Piana del Fucino, un latifondo di oltre 14.000 ettari (140 km²) che fu diviso tra 5.000 famiglie di contadini.

Riversare questi parametri di latifondisti nella coltura della regione storica arbëreshë, non si compie errore, ne serve molta immaginazione per comparare i circa 3.500 km², ancora oggi suddivisi tra i quattro mandamenti di Sicilia, Calabria e  Basilicata; Campania e Abruzzo; Molise e Puglia.

Quattro famiglie note per l’ostinata consapevolezza di seguire i dettami della deriva che storicamente ha reso fallimentari i latifondi.

I proprietari territoriali per evitare di essere estromessi, dai possedimenti colturali, hanno preferito fare terra bruciata verso quanti miravano verso nuovi stati di fatto e partecipare al consolidamento storico culturale di quei territori e farli emergere dalla nebbia che li avvolge e li consuma.

Occupare un territorio non vuol dire possedere il Sacro Graal per il suo bene, ne tanto meno essere i detentori dei libri sacri; i latifondisti nei fatti non sono altro che i detentori di fotocopie monotematiche, con le quali non sono in grado di fornire alcuna dignità produttiva a un territorio, che mentre loro si distraevano nei palazzi del potere, diventato regione storica.

In definitiva quattro famiglie monotematiche che si possono raffigurare in sofferenti figure predisposte in fila indiana e quanto il primo della fila inciampa, diverrà un rito per gli altri al seguito; essi sono cosi legati alla consuetudine di movimento che ormai dagli anni settanta del secolo scorso non producono più nulla e per il sostentamento del loro cammino, riversano vino da una bottiglia all’altra senza rendersi conto che è diventato pessimo aceto.

Ritenere che la regione storica non sia possa essere considerato altro che un latifondo dove pascolarvi pecore e bovini, è un atteggiamento irresponsabile specie nei tempi che corrono, in cui, il bisogno di coltura delle nuove generazioni è una emergenza improrogabile.

Si potrebbero aprire stati di fatto unici nello scenario politico, sociale e delle inquietudini odierne, in cui le vicende con protagonisti gli arbëreshë, (che non sono albanesi secondo il teorema dell’etnocentrismo), potrebbero diventare un esempio da seguire e da emulare per i processi di integrazione in atto e di cui non si conoscono risposte.

Smettiamola di ostinarci a scrivere il lingua standard per gli arbëreshë, (pascolo) in quanto è più costruttivo (seminare) rendere nota la storia di uomini unici che hanno reso possibili le parole con cui il presidente S. Mattarella, si è rivolto, lo scorso sette novembre a San Demetrio Corone alle genti della regione storica (che non è latifondo arbëria): Gli arbëreshë, costituiscono una storia di integrazione e accoglienza che ha avuto pieno successo un esempio di come la mutua conoscenza e il reciproco rispetto delle culture siano strumento di crescita per le realtà territoriali e per i Paesi in cui le diverse comunità sono. In preservazione delle antiche origini, la reciproca influenza, la fusione armonica di lingua, cultura e tradizioni, sono state nei secoli e sono ancora oggi il “valore aggiunto” di queste comunità. Realtà che svolgono un’essenziale funzione di ponte tra i due “popoli di fronte”, come spesso ci si riferisce ad Albanesi e Italiani”.

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RISPETTO DEL TERRITORIO

RISPETTO DEL TERRITORIO

Posted on 31 maggio 2019 by admin

Centri minori abbandonatiNAPOLI (di Atanasio Pizzi) –  Quando gli arbëreshë dovettero abbandonare le proprie terre di origine e sbarcarono lungo le coste dell’Adriatico e dello Jonio, avviarono la procedura di studio e ricerca, per evitare di produrre inutili ferite al territorio, come sancito nel codice identitario tramandato oralmente.

Questa è una consuetudine che rende gli arbëreshë unici nel loro genere, in quanto, la tradizione di conservare tutelare e vivere nel rispetto del territorio non è trascritta in nessun codice ma riportata oralmente tra generazione.

Nonostante ciò quanti non sono arbëreshë cercano di tutelare secondo disciplinari la pizza perfetta, l’olio di origine territoriale, il migliore vino con essenze irripetibili, il manicaretto locale e per ogni genere di prodotto che segna le tradizioni locali di quel territorio.

Ciò tuttavia, quando si tratta di architetture o si deve incidere segni sul territorio, tutto si dissolve nel nulla e il libero arbitrio, specie di quanti abituati a operare nei deserti africani dove mai nessuno ha dato una traccia da rispettare, viene nei luoghi della storia a seminare avena fatua.

i Greci, infatti, a loro giudizio, facevano ricadere la responsabilità della barbaria ai Persiani, agli Indiani e, ai fortiori (geograficamente), i Cinesi escludendo l’Egitto.

Ho visto “la stazione” nata dove iniziano a defluire i regi lagni campani, nella piana che si estende tra la Reggia di Caserta e la Capitale europea della cultura, il luogo storico dei fortilizi, segnato dall’operosità degli uomini che sono stati eccellenza in Europa.

Dire che il buon segno architettonico ha smarrito la retta via è eufemismo, anzi, è il caso di suggerire alle istituzioni che  immaginano un centro commerciale nello storico “Leonardo Bianchi”, di pensare se sia il caso di  ripristinarlo.

Sino a poco tempo addietro trovavo indignazione all’innalzato de locativo arbëreshë nella valle del Crati, ma come sperso succede, le cose realizzate dall’uomo non hanno limite nello stupire e nei giorni scorsi la visita “della stazione campana”, ha prodotto una irreparabile ferita culturale nella mia conoscenza professionale; attraversare un irresponsabile e interminabile budello; il prodotto scaturito dalla bontà dell’ottimo vino locale, le cui botti una volta svuotate, a noi architetti locali , non hanno conservato altro che  le Lacryme di Cristi, che purtroppo, non sono buone per ripristinare la cultura dismessa del territorio.

Come  è possibile che gli uomini si diano tanto da fare per innalzare vittoriosi un disciplinare rigido per  la pizza campana, l’olio della Puglia, il vino Abruzzese, che sono beni di consumo e quando si tratta di tutelare le connotazioni ambientali e fisiche del territorio, non si pretende un rigo disciplinare sostenibile delle tre fasi progettuali?

Cosa ci impedisce, prima di attivarci a intaccare il territorio, di realizzare un corposo fascicolo storico su cui studiare prima di incidere segni sul territorio?

Una cospicua relazione d’indagine che ponga in essere le vicende che legano uomini e territorio.

I tecnici moderni specie quelli formati durante l’esplosione economica del petrolio, non sanno e non conoscono, perché archistar, cosa sia il GENIUS LOCI, associato al termine di «etnocentrismo» ingredienti fondamentali per polarizzare l’arte locale e in seguito disegnare la giusta forma che lega ambiente naturale  e ambiante costruito.

Ciò non accade per caso ma è un’arte che pochi possiedono, oggi è diventato facile essere protagonisti con i beni di consumo, complicatissimo lo è per ciò che termina e manomette indelebilmente il rapporto tra territorio, natura e uomini.

Il traguardo non deve mirare a riparare  “l’errore progettuale”, arricchendolo con i dissociativi centri commerciali o musei di epoca romana, greca o bizantina, giacché l’espressione architettonica  deve diventare il valore aggiunto al territorio senza disarmonie con l’ambiente naturale.

Solo il buon progetto, realizzato secondo il disciplinare rispettoso della storia e dell’architettura, nasce forte e gli uomini che vivono il territorio quando lo vedono crescere, lo accolgono e lo fanno proprio.

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