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“LA SALITA DALLA SAPIENZA”  (discorso - X° - Integrazione e Inclusione).

“LA SALITA DALLA SAPIENZA” (discorso – X° – Integrazione e Inclusione).

Posted on 31 agosto 2019 by admin

X- Integrazione e InclusioneNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Ho visto la roccia contro la quale impattano, da diversi secoli, quanti cercano di scrivere, raccontare, cantare e ballare, deturpando scientemente  il consuetudinario storico che senza soluzione di continuità tiene uniti gli arbëreshë, dai tempi della capitale Costantinopoli.

Nonostante ciò, a essere riconosciuti quali guide sicure delle rotte arbëreshë, non sono quanti navigano in quest’oceano colmo d’insidie, seguendo le costellazioni, ma il gregge di naviganti inconsapevoli dell’imminente bagliore d’impatto.

È giunto il tempo e non esistono proroghe o domani, bisogna al più presto realizzare un progetto d’indagine storica, il cui tema siano le politiche di conquista e dell’economia perseguite da Principi, Cavalieri, Armatori, Dogi, Sultani, Papi e Re.

L’azione deve tenere alto l’interesse verso il periodo dell’integrazione tra gli emigranti e le genti indigene, le frizioni che sono state ignorate per secoli dai regnanti, sino alla fase dell’inclusione iniziata con i liberi pensatori del 1799.

È urgente attivarsi a produrre un progetto culturale di ricerca, realizzato all’interno della regione storica, con la piena consapevolezza dell’inclusione, comunicando, scambiando e ponendo sul tavolo informazioni comuni, dove a prevalere sia intersoggettività tra gli addetti e non lo sterile personalismo idiomatico, noto per i danni prodotti, nonostante tante eccellenze del settecento e dell’ottocento lo avessero deliberatamente ignorato.

Quando si attuano iniziative sulla base dell’inclusione, ovvero, fare le cose assieme, fornendo diffusamente e senza preconcetti gli strumenti idonei a partecipare alle attività, senza creare barriere, limiti o confini culturali di genere, il fine mira a dare certezze forti, condivise e senza prevaricazioni.

La parola d’ordine è “inclusione”, piuttosto che “discriminazione o esclusione”, soprattutto, verso quanti portano argomenti nuovi, avendo avuto grande educazione personale e professionale, per il lascito alle nuove generazioni, le stesse a cui urge fornire certezze della storica minoranza.

Tutto ciò per confermare che le tappe storiche della regione diffusa, non appartengono a nessun dipartimento, scrittore, amministratore, strimpellatore o genere di autore, che “a torto”, ritiene più opportuno impedire che i legittimi prosecutori minoritari, abbiano idonei strumenti per proseguire  senza errori e armonia con le proprie radici.

Oggi ciò che appare sono cose senza senso, prive di applicazione in nessun anfratto territoriale di tutta la regione storica e quanti portano avanti simile esperimenti, ritenendole “genuine prelibatezze sotto olio” non avendo consapevolezza che l’olio protegge per breve tempo e poi degenera, quindi o sono in mala fede o fanno finta di vendere prodotti ritenendo che tutti noi siamo abituati a cubarci culturalmente di trapesati.

Non è più sopportabile a oggi parlare raccontare disquisire e illuminare inutilmente un paradiso terrestre dove solo poeti scrittori cavalieri e ogni sorta di giullare ha fatto solo la cosa giusta senza peccare, credetemi non è cosi!

Egregi professori, ricercatori, sindaci, presidenti, amministratori tutti, laici e clericali, è giunto il tempo di confrontarsi, non per una mera polemica disfattista, ma costruire la storia degli arbëreshë, secondo quel l’enunciato unitario: la storia una e indivisibile.

La regione minoritaria diffusa oggi si mantiene su piccoli esperimenti, come le sagre estive, in cui i partecipanti si recano per vivere un momento di confusione, giacche gli inquieti riferimenti storici divulgati non trovano nessuna dimora, per la quale l’ospite trova giovamento ed eccellenza per ritornare.

La meta da perseguire deve mirare all’ordine storico l’unica e sola strada che conduce alla caratterizzazione, sotto ogni punto di vista sia laico e sia clericali, solo in questo modo potrà terminare la deriva intrapresa che deteriora e sciupa ogni cosa.

Non è concepibile andare avanti indagando i centri storici con mere edizioni, di personaggi, di onciari, di astronomia, di capitoli, di prodotti locali, mai riferibile e certificati nel territorio, oltre a ciò, non bisogna dimenticare i sciagurati prodotti editoriali, di una scrittura mai esistita, questa in specie persegue i principi di una crociata mai terminata e immaginata dopo la prima metà del XV secolo, scrivendo e transgenderando in shëkipë costantinopolitano.

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“LA SALITA DALLA SAPIENZA”  (discorso - III° - Gjitonia: il luogo dei cinque sensi arbëreshë)

Protetto: “LA SALITA DALLA SAPIENZA” (discorso – III° – Gjitonia: il luogo dei cinque sensi arbëreshë)

Posted on 17 agosto 2019 by admin

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“LA SALITA DALLA SAPIENZA”  (discorso - XIV° - Rispetto)

“LA SALITA DALLA SAPIENZA” (discorso – XIV° – Rispetto)

Posted on 13 agosto 2019 by admin

RispettoNAPOLI (di Atanasio Pizzi) –  Gli uomini più illustri non sono ritenuti tali perché fratelli, amici, parenti e Gjitoni usano divulgare il loro sapere, giacché, le gesta del loro lume è irradiato come la luce del sole quando segue la notte che vorrebbe negare i domani.

I fatti non cessano di esistere solo perché in troppi li ignorano, piuttosto, sopravvivono nella memoria silenziosa degli studiosi e quanto prima si presentano alla rimozione dell’immaginario collettivo, d’improvviso, chiedendo ragione dell’accaduto e del perché si è scelto di ignorarli.

Tracciare un itinerario coerente con oggetto gli uomini, i luoghi e gli eventi che hanno come protagonisti i minoritari della diaspora, è un’attività laboriosa e richiede esperienze multidisciplinari non comuni, tuttavia, ciò che più duole sono le energie che bisogna impegnare per divulgare le nozioni all’interno dei canali divulgativi locali, le cui giunte sono composte da: ndrikule, famulë e shigniagnërà.

Come oltrepassare questa cortina e stendere alla luce del sole il proprio lavoro, non è semplice, in quanto, occorre avere pazienza e attendere che si alzi il vento e demolisca i castelli di carta.

Gli stessi che da troppo tempo innalzano illustri cattedratici, pensionati e ogni sorta di provetto alchimista, tutti questi dall’alto delle proprie isole ecologiche di riciclaggio, preferiscono sotto false vesti, risalenti al 1955, riproporre come hanno fatto alla vigilia del 1999, enunciati altrui , come quelli della psicoanalista e antropologa, “la vera madre di questa ricerca”  che qui di seguito si riporta il frammento più saliente.

Vicinato: Nella complessa strutturazione urbanistica è quasi sempre  ben  delineato  nei  suoi  confini topografici, comprendendo il gruppo di case disposte intorno ad una piazzetta o cortile nel quale si svolge quasi in comune gran parte della vita dei bimbi, delle donne e,  in misura minore, degli uomini. Gli abitanti di queste case sono legati a un’infinità di piccole regole di vita comune, si aiutano a vicenda, si controllano, sanno tutto di ciascuno degli altri ed hanno in genere rapporti molto familiari e di carattere diverso da quelli che esistono tra famiglie amiche o legate da vincoli di comparaggio, parentela.”

A ben vedere tornano familiari i sostantivi, porta, affaccio, piazzetta, cortile, parentado, vicino e così via dicendo, eppure la dottoressa nel 1955 parlava di altre realtà culturali e quello che più conta non ha mai scritto, accennato e trattato gli arbëreshë in questo suo lavoro di ricerca.

Tuttavia, come per incanto, se alla parola Vicinato, nel frammento su riportato, cosi come nell’intero trattato, si sostituisce la parola Gjitonia il gioco è fatto e il discorso diventa argomento per gli arbëreshë, facile da pubblicare e diffondere ai quattro venti della loro “Nazione Arbëria”.

Lo stesso principio si può adoperare con le gesta dell’Eroe Nazionale Albanese, importato in regione storica, riverito e innalzato agli onori della storia con il volgare appellativo imposto dai turchi e sotto le armature  del Pascià  a quei tempi, toglieva le vite ai cristiani e quindi anche agli arbëreshë.

La storia, quando la si racconta deve seguire identicamente lo svolgersi degli avvenimenti, con dovizia di particolari, secondo l’ordine originario, avendo cura di leggerla senza interpretazioni a uso e consumo dei tempi che corrono o le preferenze locali.

Non si può realizzare frammenti di storia, tanto meno basta recarsi in pellegrinaggio dal “cappellaio matto” e ramazzare documenti, per ritenersi storici al fianco di mugnai e banditori.

Motivo per il quale è bene sottolineare alcune nozioni fondamentali; a nove anni Giorgio Kastriota, fu sottratto per ricatto all’affetto dei suoi genitori, i quali per non soccombere assieme alla popolazione rintanatasi nella fortezza, preferirono cedere per ricatto la discendenza ereditaria maschile, dei quali Giorgio era il più giovane, anche se all’età di soli nove anni aveva un fisico possente e secondo gli osservatori dell’epoca ne dimostrava almeno venti.

Alla morte del padre, nel 1443, per una serie di vigliacche sciagure indotte, dal pascià, tipiche dei turchi, i tre fratelli più adulti perirono, lasciando la discendenza, a Giorgio; quest’ultimo anche se per soli nove anni era cresciuto secondo le rigide regole del Kanun, non  facendosi mai  soggiogare, iniziò così come sancito in quel codice che i turchi ignoravano, perché ancora non scritto, la strada per onorare la sua famiglia. 

Altro dato interessante che viene  diffusamente ignorato dagli storici, sono le vicende guerresche che accomunano Giorgio Castriota a Vlad III di Valacchia, più noto come “Conte Dracula”, anche quest’ultimo subì le stesse angherie e appena libero divenne un acerrimo nemico dei turchi.

I due condottieri erano legati dai patti di mutuo soccorso familiare dell’ordine del Drago, vero è che Vlad III, in punto di morte affido la di lui figlia alle cure della moglie di Giorgio Castriota che viveva a Napoli, questa per onorare quel patto, fece da madre alla piccola sino all’età di maritarsi.

La scuola Sofiota l’unica ad aver avuto coerenza degli eventi storici, per tutta la regione storica diffusa, ha seminato semi di rara bellezza segnando, diversamente dai cultori delle sintesi, il periodo arbëreshë del valoroso condottiero con “Via Castriota” e nessun aggiunta volgare di estrazione turca.

Purtroppo, l’allontanamento dalle attività a stretto contatto con la terra, seguendo una illusoria meteora di benessere sociale, ha fatto si che il mestiere di contadino, sia stato accantonato, motivo per il quale, oggi distinguere quali siano i semi originari da quelli geneticamente modificati è un’arte molto difficile a cui solo un numero ristretto di addetti sanno dare risposte certe.

Tutto non è perduto, giacché il buon senso non ha smesso di scorrere nel corpo e nelle menti de “figli buoni arbëreshë” e quanto prima potremmo vedere nei campi diffusi della regione storica, i prodotti dell’antico consuetudinario, che non è avena Albanese, proposta da giullari, economisti e trebbiatrici con le rotelle sgranate, ostinandosi, dal lontano 68 del secolo scorso, a far germogliare in grano. 

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“LA SALITA DELLA SAPIENZA”  ( discorso VIII° - triade mediterranea vite, cereali e ulivo)

Protetto: “LA SALITA DELLA SAPIENZA” ( discorso VIII° – triade mediterranea vite, cereali e ulivo)

Posted on 05 agosto 2019 by admin

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“LA SALITA DALLA SAPIENZA”   (discorso - V° - Inculturazione)

Protetto: “LA SALITA DALLA SAPIENZA” (discorso – V° – Inculturazione)

Posted on 04 agosto 2019 by admin

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“LA SALITA DALLA SAPIENZA”   (discorso - IV° - Migrazioni)

“LA SALITA DALLA SAPIENZA” (discorso – IV° – Migrazioni)

Posted on 31 luglio 2019 by admin

MigrazioniNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – I territori di Serbia, Kosovo, Macedonia, Albania, Epiro e Peloponneso, dell’attuale geografia politica sono stati lo scenario di rivalità tra  mussulmani e cristiani, determinando l’episodio migratorio più rilevante, dalla fine del XIII sino a tutto il XVI secolo, verso le terre parallele dell’Italia.

L’esodo per gli abitanti delle terre su citate (gli arbëreshë) è stata l’unica possibilità per tutelare la propria identità e contiene caratteristiche uniche, per tanto, bisogna porre molta attenzione nell’unificarla come movimento di masse verso terre da invadere o  mero evento per sopraffare culture a discapito di altre.

Sono numerose le migrazioni che segnano la storia del mediterraneo, solo una di queste interessa e coinvolge i parlanti arbëreshë ancora viva e perfettamente integrata, mentre le alte sono sfumate lasciando solo episodiche tracce, giacché, nate con l’intento di proporre o imporre nuovi modelli.

Se le dispute economiche e sociali sono state la principale causa ad innescare i processi di migrazione, nel caso degli arbëreshë furono ragioni in ordine: Etnico, Consuetudinario, Religioso e Sociale, a conferma di ciò valgano le statistiche storiche secondo le quali, l’Italia sin dai tempi dei greci veniva ambita non per essere conquistata e distrutta, ma per essere vissuta.

Sin anche i popoli descritti come barbari, dalla storiografia occidentale, invadevano le regioni dello stivale mediterraneo, perché climaticamente e territorialmente consentivano di realizzare strutture del tutto diverse dai sistemi organizzativi sociali e dei valori etici, oltre che religiosi, su cui le etnie in movimento, si reggevano nelle terre d’origine.

Popoli quali i Longobardi, i Goti, i Franchi, i Normanni, venutisi a stabilire in area latina, pur giungendovi con la forza delle armi, queste genti di ceppo e lingua ger­manici si assimilarono nel giro di poche generazioni alla popolazione maggioritaria circostante, questo è successo anche per gli arbëreshë che pur senza la forza delle armi durante il XIII secolo sgiunsero lungo le coste dell’anconetano a Jesi Recanati e in quelle terra dove oggi sono note per i vitigni posti a dimora dagli operosi arbëreshë.

In queste storiche terre del vino gli arbër prima furono diseredati, ritenendoli facinorosi portatori di malattie e per questo costretti persino a soggiornare a debita distanza dalle murazioni, poi riconosciute le capacità per dissodare realizzare attrezzi e mettere a dimora la terna mediterranea, s’integrarono senza lasciare alcuna traccia, ma queste sono altre storie.

Diversamente è stato per gli Arbëreshë, costretti a varcare l’Adriatico o il mare Ionio alla ricerca di una terra parallela dove non fosse minacciata la cristianità, quindi all’interno di un sistema territoriale definito “parallelo” rispettando e  mai superando le antiche arché grecaniche, riuscendo nel breve termine a produrre livelli d’inclusione con i popoli indigeni, preservando lingua, istituzioni e abitudini sociali.

Sono largamente riportate nella storiografia del mediterraneo, particolari a dir poco sintetici o addirittura elementari, quando sono trattate le numerate, numerose e allegoriche ondate migratorie, attraverso le quali agli arbër, è stata fornita la possibilità per cercare il parallelo più idoneo a impiantare la storica radice.

Essi in maniera a dir poco sintetica, sono individuati ora come drappelli accompagnati dai loro familiari e preti, ora con bauli colmi di suppellettili ori e costumi, ora come gente nuda sulle rive dello jonio  aspettando il consenso o l’interesse delle autorità della nuova terra parallela come: i d’Angiò prima, gli Aragona con re Alfonso I di Napoli e Ferdinando II, in seguito, poi rispettivamente dagli imperatori Carlo V e Filippo II, da Carlo III di Borbone, sino a Ferdinando I, oltre Papi, Re e Dogi veneziani.

Nessuno si è mai preoccupato di approfondire l’argomento e sottolineare che gli arbëreshë non erano preferiti  a caso o perché in  fuga, ma esclusivamente quali discendenti  diretti dei soldati contadino (stradioti).

Questo dato non trascurabile li rendeva indispensabili attori, per sedare con la loro presenza gli attriti economici, politici e sociali nelle epoche che videro protagonisti i regnanti, i cortigiani su citati, compresi i loro sottoposti.  

Tuttavia anche se il costante flusso di arbëreshë, il conseguente inserimento senza non poche difficoltà nella società di adozione, si svolgesse in forma legittima e giuridica­mente protetta, spesso sfugge agli storici osservatori, l’interesse che i regnanti aveva nel prediligerli rispetto agli indigeni, una disputa che si protrasse dalla fine del XV sino a tutto il XVI secolo, quando vennero presi i dovuti provvedimenti del caso.

Per comprendere cosa abbia innescato e prodotto il modello integrativo Arbëreshë, si potrebbe vagare all’infinito nelle diplomatiche della storia, tuttavia per tracciare anche in questo caso un’arché di riferimento si può, a ben vedere, risalire alla battaglia di Campo dei Merli, (Kosovo 1389) cui parteciparono gli Arbër attivamente; questo evento di giugno, segnò il dominio turco nei Balcani, ma anche l’inizio di una strenua difesa delle genti Arbër, terminata  dopo le dette migrazioni prima della fine della pressione con sconfitta degli ottomani a seguito della battaglia di Lepanto, nel 1571.

Le conseguenti repressioni della battaglia del 1389 diedero seguito al primo stanziamento di profughi albanesi in Italia meridionale attestata su una lapide nella chiesa di S. Caterina a Enna, dove è ricordato un Giacomo Matranga comandante arbër.

Analoghe ragioni indussero Alfonso d’Aragona re di Napoli, in lotta con Renato d’Angiò, a far passare in Italia Demetrio Reres e i figli Giorgio e Basilio e farli poi stabilire in Sicilia.

A questi episodi vanno aggiunte le vicende che videro protagonista Giorgio Castriota, figlio di Giovanni, in Italia, iniziate nell’agosto del 1460 e durarono circa due anni, anche se altri due viaggi a Napoli e a Roma nel 1464 e nel 1466, ebbero luogo.

La permanenza di Giorgio Castriota nelle terre del regno di Napoli consentì di delineate le linee dell’infinito arbëreshë, in altre parole, “le Arché” linee strategiche secondo le quali dovevano essere predisposti i Katundi delle genti arbëreshë.

Un dato non preso in considerazione dagli storici, non essendo protagonista una figura maschile, passata per lungo tempo poco analizzata, tratta della sottovalutata invasione o accoglienza, dirsi voglia, comunque pacifica, che si è articolata durante la permanenza della moglie, del defunto Giorgio Castriota, Marina Donica Arianiti, che dal 1468 al 1505 visse a Napoli, con il figlio Giovanni, la figlia Vojsava e la giovane figlia di Vlad II°, prima nel castello Angioino e poi in via  Santa Chiara, ospite dei regnati Napoletani.

È in questo periodo che non potendo più fare affidamento della figura del valoroso condottiero arbëreshë è consentito a molti gruppi familiari allargati, di insediarsi lungo le “archè” predisposte ai tempi della battaglia di “Terra strutta” dal valoroso condottiero, prima della sua morte.

È così che nasce la Regione storica Arbëreshë e se da un lato creava attriti con gli indigeni, dall’altro confermavano una presenza numerica non indifferente, con il fine di confermare una regione parallela, la stessa temuta dagli ottomani, specie se realizzata in tutte le caratteristiche identitarie.

Alle popolazioni della regione storica dopo la caduta di Corone, molti degli Arbëreshë e Greci, che si erano rivelati i più convinti ausiliari dell’ammiraglio della flotta cristiana Andrea Doria, ottennero dal Viceré di Napoli il permesso di lasciare su molti navigli la città riconquistata dagli Ottomani, dove la incolumità loro e delle loro famiglie venne assicurata con il trasferirsi a Napoli.

Un numero considerevole di profughi, in numero di circa ottomila, di questi poco meno di tremila preferirono trasferirsi in Sicilia in Calabria e in Basilicata, in tutto, lascati alla libera circolazione per trovare la migliore sistemazione all’interno della regione storica.

Dopo la fase dell’insediamento e definiti i contorni e le macro aree della regione storica, inizia la fase di crescita sociale e culturale, la sua esplorazione si è rivelata molto carente ogni volta che è stata utilizzata la mera visione puntuale, senza mai avere uno sguardo all’insieme regione.

Le opere condotte a vario titolo sono solo episodi che devono essere ricuciti: Rodotà, La Mantia, Schirò, Sciambra, Coco, Zangari, le dispute campanilistiche e immobiliari del collegio Corsini, le priorità culturali, garantite dalle simpatie territoriali, sono da considerare, come i filamenti di una tela scippata e vanno ricomposti con sapienza e garbo, onde evitare di sortire alle disquisizioni che hanno relegato la regione storica e i suoi uomini a non essere contemplata in nessun ambito culturale che conta e fa la storia.

Alla regione storica diffusa arbëreshë è tempo che le sia data “una storia” unica  e secondo i fatti, non per racconti;  valorizzare alcuni aspetti a discapito di altri non è più concepibile,  è ora di smettere nel considerare valorosi figure di secondo piano rispetto a quanti hanno dato se stessi, la  vita per il valore del loro lume, in favore di tutti gli arbëreshë, lasciamo al tempo di valutare pi quanti ostinatamente si cimentano a scrivere una lingua ereditata crescendo e vivendo in arbëreshë.

Le migrazioni non devono essere intese come un mero evento, per  datarlo e numerarlo, giacché,  rappresentano un insieme di cause cui è legato un solo ed unico effetto, sta alle persone di cultura comparare i due elementi e dare merito a quanti posti nelle difficoltà, cosa e come abbiano fatto a discernere la mano giusta da quella sbagliata, per emergere con dignità dal buio innescato da quanti miravano ai propri valori e non ad altro, anche se in prima fila tendevano la mano ai poveri emigranti ancora in acqua.

(bilë e Arbëreshëvet diovasni letir se zeni kushë Jini; mos jiejni the chiarturat e qenvet, se janë skip!)

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IL QUADRILATERO DELLA CULTURA STORICA ARBËRESHË (Napoli, Santa Sofia, Barile e Maschito)

IL QUADRILATERO DELLA CULTURA STORICA ARBËRESHË (Napoli, Santa Sofia, Barile e Maschito)

Posted on 21 luglio 2019 by admin

legge 482Napoli (di Atanasio Pizzi) –  Dalla metà del XVIII secolo tra Napoli e due macroaree arbëreshë, rispettivamente, in Calabria citeriore e nel volture, si crea un legame culturale tra i più consolidati, rispetto alle altre macroaree di simili radici; da allora senza soluzione di continuità rimangono solidamente unite dalla storia la capitale e tre piccoli centri arbëreshë, fornendo ingredienti di solidità intellettuale, il cui lustro trova le sue radici nel codice consuetudinario della regione storica:

Appare chiaro, che il primo degli assi culturali è il più solido, anche se gli altri non lo saranno da meno in quanto rappresentano la continuità culturale di una tela rafinatissima, che a tutt’oggi, per solidità non si consuma, essendo stata intrecciata dai telai delle Rrughe e le Gjitonie dei Katundë arbëreshë, per poi essere rifinita tra i Cardini e i Decumani della polis partenopea.

Un tessuto non stretta e lunga come una corda, ma larga e solida a modo di tela, per contenere e proteggere tutto ciò che niente e nessuno è riuscito a deteriorare per la genuinità del manufatto di tutela.

Questo racconto vuole allocare nelle giuste icone gli uomini, che per caratteristiche innate, rappresentano il genio locale, il germoglio di un’identità antica importato dalle colline dei Balcani e innestata nel meridione italiano.

Era il 10 maggio del 1734 don Carlo di Borbone, diciottenne duca di Parma e Piacenza, comandante in capo dell’armata spagnola in Italia, entra a Napoli scortato dai soldati che nei giorni precedenti avevano costretto alla resa le guarnigioni austriache asserragliate a Castel Nuovo, Castel dell’Ovo e Castel Sant’Elmo.

Il re come i potenti di quell’epoca, preferì avere oltre al classico esercito, una guardia personale composta da fedelissimi e il 15 ottobre 1737 il Vignola inviava al Senato una nota dalle terre balcaniche nella quale confermava di aver selezionato i soldati fidi alla corte di Napoli, appellandoli: battaglione Real Macedone; di questo esercito di fidati venne scelto quale  cappellano militare, il reverendo Bugliari Giuseppe, per seguire spiritualmente i soldati sia di estrazione Grecofona e sia Arbanofona.

Il reverendo originario di  Santa Sofia, un piccolo casale di origine albanese in provincia di Calabria citeriore, venne scelto sia per le capacita di esprimersi in arbereshe e in greco e sia per l’estraneità allo scenario politico della capitale partenopea.

Iniziava da questa scelta un brillante periodo culturale e scientifico, il quale, senza soluzione di continuità si articola sino al XX secolo, con figura emblematiche di alto valore, fondamentali nella scuola delle eccellenze arbëreshë, e dopo il Bugliari divenne fondamentale  Vincenzo Torelli, da Barile, paese  del Vulture in provincia di Potenza, di identica estrazione identitaria.

Il Bugliari ed il Torelli rappresentano due pietre miliari della storia culturale arbëreshë, essi aprirono la strada  a illustri come il Prof. Pasquale Baffi, Mons. Francesco Bugliari, Avv. Angelo Masci(?), Giorgio Ferriolo, Avv. Pasquale Scura, Avv. Vincenzo Torelli, Arch. Luigi Giura, Avv. Rosario Giura, Mons. Giuseppe Bugliari e a tante altre figure di secondo piano, di cagionevole cultura, prevalentemente scrittori in erba, le cui gesta(?) si possono misurare nei circa quaranta alfabeti, ora latini, ora greci, ora irriconoscibili e comunque tutti in onore o riverenza del papa che tirava(!!!!).

La storia letteraria, editoriale e scientifica degli arbëreshë, in questo secolo e mezzo, raggiunge l’apice nei salotti di tutta europea, mettendo in luce qualità innate che ancora oggi sono assegnati i meriti ai regnanti Borbone e per questo coperte da un alone di diffidenza; di contro gli stati generali e i dipartimenti della Regione Storica Arbëreshë, invece di adoperarsi e richiedere i titoli e pretendere, la paternità di tali eccellenze, si diletta a manifestazioni e racconti di poco conto e ostinarsi a realizzare sagre, esposizioni a ritmo di ballate e cantate in costumi tipici sostenute inconsapevolmente dal trittico mediterraneo .

Da alcuni decenni e negli ultimi anni, in modo più incisivo, si è ritenuto opportuno relegare la storia degli antichi Arbanon, il più antico governa rato dei Balcani, a vicende linguistiche dell’Albania moderna oltre a matrici clericali di dubbia radice.

Pur se consapevoli che non vi sia alcuna attinenza con quanti realizzarono nella regione storica, preferendo difendere il proprio codice identitario nel XIV secolo, con quanti inchinarono la testa e offrire la propria identità storica e la propria terra agli ottomani, dalla terra albanese partono frotte di avventurieri in cerca di gloria.

Noi che viviamo la Regione storica Arbëreshë, i discendenti del Prof. Pasquale Baffi, Mons. Francesco Bugliari, Avv. Angelo Masci(?), Giorgio Ferriolo, Avv. Pasquale Scura, Avv. Vincenzo Torelli, Arch. Luigi Giura, Avv. Rosario Giura, Mons. Giuseppe Bugliari, non abbiamo bisogno di altri disturbatori storici oltre alle figure “secondarie” nate qui a casa nostra di cagionevole morale, essi sono prevalentemente scrittori in erba, le cui valorose gesta si possono misurare nella vulnerabilità dei loro oltre quaranta alfabetari, ora latini, ora greci e comunque in funzione del papa che tirava.

Non abbiamo bisogno di “presidenze di potere”, “ambasciatari inconsapevoli”, “adetti culturali senza cultura”, giornalisti stravaganti e ogni genere di figura capace di cambiare titolo e colore, secondo il tempo che fa, ne tanto meno quanti irresponsabilmente mirano alle nuove generazioni le più tenere e quindi facili da modellare, queste ultime in particolar modo inconsapevoli del nostro valore identitario, vengono nelle nostre latitudini a sporcare quanto difeso con sudore e devozione.

Non abbiamo bisogno che dalla terra madre, o da altri lidi, vengano in regione storica a minare quanto di irripetibile eravamo, siamo e non smetteremo mai di essere; noi arbëreshë le scelte più dure da supportare le abbiamo portate a buon fine, in sei secoli,  portate avanti con spirito caparbio attraverso il quale siamo identificati come  modello di integrazione, per tutto ciò, non abbiamo bisogni di oratori estranei,  per renderlo noto secondo la metrica della terra d’origine.

Questa è la regione storica libera, non poniamo barriere di alcun genere a nessuno, tuttavia chi viene a sedersi nella nostra tavola, dopo che gli è stato offerto il posto di capotavola deve cogliere il senso del gesto; guai a quanti lo intendono come atto servile o di riconoscenza storica, noi arbëreshë i parenti paralleli, li accogliamo per guidarli verso un percorso di acculturazione, in quanto in sei secoli di storia, noi, le posate per stare a tavola educatamente le abbiamo sudate con il sangue dei nostri padri.

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L’ARATRO SI LASCIA SOLO QUANDO SI COMPLETA IL SOLCO!!!

Protetto: L’ARATRO SI LASCIA SOLO QUANDO SI COMPLETA IL SOLCO!!!

Posted on 14 luglio 2019 by admin

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MODULI ABITATIVI, SKITE E GJITONIA, QUALI ATTIVITÀ DI TUTELA? (Tue priturë satë dalë diali)

Protetto: MODULI ABITATIVI, SKITE E GJITONIA, QUALI ATTIVITÀ DI TUTELA? (Tue priturë satë dalë diali)

Posted on 30 giugno 2019 by admin

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IERI LA LUNA NUOVA “CHIAMAVA” IL MAIALE OGGI  IL SOLSTIZIO LE SAGRE CULTURALI

IERI LA LUNA NUOVA “CHIAMAVA” IL MAIALE OGGI IL SOLSTIZIO LE SAGRE CULTURALI

Posted on 24 giugno 2019 by admin

IERI LA LUNA NUOVA “CHIAMAVA” IL MAIALE OGGI IL SOLSTIZIO LE SAGRE CULTURALINAPOLI (di Atanasio Pizzi) –  Come ormai consuetudine di questi tempi e con la stessa pena, mi appresto a scrivere questa nota, certo del dilagare della deriva culturale che non termina o cambiare rotta.

Le sagre e gli eventi a modo culturale si esauriscono nell’atto di ingurgitare una salsiccia o bere vino, nei bicchieri diamantati, come ricordavano, non poco tempo addietro sin anche gli organi di controllo della legalità, non solo culturale.

Di questi eventi continuano a rimanere cenerentole, gli stati di fatto della storia, l’ambiente, il territoriale, le articolazioni urbane e le architetture, lasciate attorno ai tavoli in attesa di confronto; diversamente dalle sorelle linguistiche salite sui tavoli, (secondo lo scrivere dalle eccellenze culturali)che non smettono di ballare senza decenza.

Quello che comunque si coglie da questo vero è proprio costume d’irriverenza, è la totale mancanza di una visione generale di quello che si dice e si fa, continuando a diffondere messaggi privi dei minimali connotati per un idoneo passaggio del testimone tra generazioni.

Il comportamento si esaurisce nell’atto dell’apparire previo naturalmente l’allestimento di presidi tra i più allegorici avendo cura di spogliarli preventivamente di ogni più elementare indumento per la decenza.

In poche parole si semina perplessità ed indignazione, in quanto ancora si ignora che i confini della vituperata gjitonia, che prima degli anni novanta consentiva questo modo di comportassi, tuttavia da due decenni con le tecnologie della comunicazione di massa, tutti siamo osservati e questo modo di comportassi, non è più ammissibile, in quanto sminuisce il valore storico della minoranza.

Motivo per il quale, la novità di costume, il ritratto storico, il capitolo o la vestizione perfetta sono immediatamente riconosciuti, se veri o falsi e posti alla stregua di episodi senza luogo ne tempo, singoli segmenti di una discorso molto pi esteso e articolato, per cui non interessa a nessuno, se non un ristrettissimo numero di addetti, amici e parenti compresi.

La minoranza storica più solida del mediterraneo è molto più di singoli filamenti che non hanno lo spessore per fornire la solidità storica già trovata e che attende solo di essere divulgata, in maniera diffusa.

Occorre per questo aprire a nuovi stati di fatto, che nono si possono trovare nell’amalgamare episodi senza ne tempo e ne luogo, occorre utilizzare canali multidisciplinari, al fine di rendere solide le fondamenta di quel ponte che unisce Balcani e Meridione Italiano.

Purtroppo gli appuntamenti di oggi giorno e quelli in atto di questa stagione  “culturali”, sono simili alla luna nuova dopo l’epifania.

E quanti hanno vissuto nei piccoli centri minori, ricorderanno il pranzo prima della lavorazione e confezionamento degli indispensabili alimenti, che a mangiare partecipavano non chi aveva contribuito alla “fine del suino”, ma solo quanto si erano adoperati a tenere ben salda la coda sacrificale animale.

Il pranzo (la storica abbuffata a base di sufrithë) è un’avvenimento indelebile nelle menti di ogni abitante cresciuto nei piccoli Katundë ( è sempre opportuni ricordare che non sono borghi), giacché, la festa dello sheshi, s’insinuava all’interno della privata abitazione e diventavano quel pomeriggio, il luogo di Lucullo.

Qui gli elementi più rappresentativi sedevano a tavola assieme ai cultori di spicco (i giullari locali)  e mentre le donne cucinavano, i detentori incontrastati della regia, per prolungare ed allietare la storica buffata e farla durare il più a lungo possibile; i registi di questo evento intrigavano, inebriavano e ammagliavano i partecipanti, con racconti e avvenimenti di pura immaginazione, ironizzando sugli assenti “nemici” e valorizzare i presenti “amici intoccabili”.

Questo chiaramente era la parabola della luna nuova “ la chiama del maiale” ; è spontaneo chiedersi cosa sia successo di anomalo per rendere questo appuntamento della consuetudine di sostentamento locale, dove non si buttava nulla pecche utile, in manifestazioni  dove tutto si consuma senza lasciare traccia, fermo restando sull’ironizzare verso gli assenti “nemici” e valorizzare i presenti “amici intoccabili”..

Ritengo che essere acculati, come storicamente noto in tutte le parti del maiale, ne i conti e ne la storia, tornano, specie confrontando l’evento lunare con quello del solstizio di primavera: nel primo,  si adopera ogni cosa per produrre e tenere alto il valore economico e sociale ; nel secondo, si fa l’esatto contrario, consumando  risorse senza alcun rispetto e persino su cosa di irreparabile si compromette, modelli preziosi che non appartiene nemmeno dei partecipanti, in quanto affidata per porgerla alle generazioni future.

Tuttavia, a ben vedere nell’esperimento lunare,a fare da padrone sono sempre ed esclusivamente le stesse figure, le quali, con dignità locale mantenendo sempre vivo e atteso l’appuntamento.

Diversamente in quello solare, la dispersione di elementi tangibili alla fine degli eventi, senza cautela e professionalità, disperde e spoglia di significato, frammenti irripetibili del nostro idioma sociale , la  consuetudine, la metrica, la  religione, interlacciati senza soluzione di continuità con gli ambiti attraversati, vissuti e costruiti dagli esuli balcanici.

Motivo per il quale, a ben vedere i due eventi una differenza sostanziale la mantengono; un tempo il maiale veniva allevato in casa e serviva per il comodo e il sostentamento della famiglia; invece oggi si  comprano i pezzi, di carne più magra e non  secondo il disciplinare di ogni famiglia, comunque non ha lo stesso sapore, ma agli amici inconsapevoli si racconta che sono fatte allo stesso modo come li facevano i nostri genitori, ma non è vero,  è non la stessa cosa!

La casa vecchia dove stagionare lentamente le prelibatezze è stata ristrutturata, gli intonaci non sono di strati di calce usata per imbiancare, ma di premiscelati, il solaio in legno è stato sostituito con uno più pesante in cemento armato, la finestra per la ventilazione è di alluminio, i pavimenti di cotto sono di marmo e al posto del camino è stato apposto il termosifone.

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