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CRONACA DELLA MIA VITA IN GRIGIOVERDE (di Adriano Mazziotti)

CRONACA DELLA MIA VITA IN GRIGIOVERDE (di Adriano Mazziotti)

Posted on 15 gennaio 2019 by admin

 

Cronaca della mia vita in GrigioverdeNAPOLI  (di Atanasio Pizzi) – Il contributo di una famiglia, cui si dovrebbe assegnare un’icona di rilievo nei trascorsi della Regione storica Arbëreshë. Una pagina di storia intensa e commovente, un tuffo, nei ricordi ancora vivi dei ieri vissuti intensamente, quando i nostri genitori, durante i gelidi inverni trascorsi davanti al camino mettevano in luce, nelle nostre menti, i loro patimenti in guerra e quelli dei loro cari in attesa. Storie di gioventù negata, progetti infranti e poi ricomposti, perché diventare subito uomini e imbracciare il fucile era il dovere imposto. La storia simbolo che ha coinvolto le famiglie italiane e arbëreshë, alcune meno fortunate, altre hanno dovuto superare le pene più profonde, prima di sentir scendere le lacrime di felicità.

 

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AVENDO AVUTO UN INVITO AD ASCOLTARE PER INTERVENIRE, VI INVIO QUANTO:

AVENDO AVUTO UN INVITO AD ASCOLTARE PER INTERVENIRE, VI INVIO QUANTO:

Posted on 10 gennaio 2019 by admin

AVENDO AVUTO UN INVITO AD ASCOLTARE PER INTERVENIRE, VI INVIO QUANTONAPOLI (di Atanasio Pizzi) –  RingraziandoVi per avermi incluso nell’elenco degli ascoltatori invitati, per l’incontro di sabato prossimo venturo, auspico nascano nuovi spunti, prospettive o rotte unitarie, per la sostenibilità delle “Minoranze Storiche Calabresi”

Tuttavia adoperarsi per la modificare le leggi di tutela delle minoranze alloglotte,  in armonia con quanto stabilito dal legislatore è una strada che ormai da oltre tre decenni non ha portato a un nulla di fatto, anzi, ha prodotto l’esatto contrario di quanto si voleva perseguire.

Non per una cattiva gestione delle risorse, né per analfabetismo storico, ma per l’innegabile risultato che si ottiene quando si esula dai protocolli di percorsi  identificati attraverso “Progetti”.

La posizione dello scrivente a riguardo è largamente diffusa, in quanto, sono ormai due decenni che  esorto a seguire la rotta “ del Progetto, che abbia come fine il riconoscimento della “Regione Storica Arbëreshë” e dei suoi solidi themi identificativi” secondo le disposizioni dell’Art.3 Comma 3 della legge 482/99.

Essa testualmente cita: Quando le minoranze linguistiche di cui all’articolo 2 si trovano distribuite su territori provinciali o regionali diversi, esse possono costituire organismi di coordinamento e di proposta, che gli enti locali interessati hanno facoltà di riconoscere. 

Allo scopo è indispensabile realizzare progetti attraverso l’ausilio di gruppi di lavoro scientifici ad hoc, su base di luogo, di tempo e di uomini, in tutto della storia;  modello già provato nella ricostruzione italiana del dopo guerra, specie quando si è dovuto tutelare la dignità di gruppi minori e le relazioni che essi avevano instaurato con le terre vissute.

Adoperarsi nel voler tutelare una minoranza abbarbicandosi a metodiche vetuste che utilizzano ancora oggi, arbëria, non è un buon inizio, in quanto occorre parlare di Regione Storica, Arbëreshë, Occitana e Grecanica, altri menti,  si approda nel buio più assoluto.

Per ogni minoranza storica, calabrese,  vanno fornite diplomatiche, in campo Sociale, Antropologico, Idiomatico, Religioso, Storico, Urbanistico, Architettonico oltre agli effetti che questi hanno prodotto nelle varie epoche  con il territorio, in poche parole identificare il “Genius Loci” di ogni macroarea, per poi confrontarle come le altre, di simili radici della Regione storica su citata, come ormai; un modello che seguo ormai da oltre tre decenni.

Solo indagando e confrontando quando pervenuto dai sapienti, lo storico può perseguire la via del “progetto di tutela”, altrimenti, si termina nel fare belle promesse, che non portano a nulla di fatto, anzi penalizzano addirittura i presidi nati con tutti i buoni propositi e terminati in seguito nel compromettere persino i codici e la rotta della minoranza, sia dal punto di vista laico e sia clericale.

Tuttavia, vorrei rilevare a quanti convenuti in questa manifestazione che stiamo trattando, di cinque insule diffuse; sedici macroaree, per un totale di oltre cento, agglomerati arbëreshe, gli unici che conservano molto più dei cinque secoli tanto decantati, in quanto la sua origine parte nel VI secolo D.C..

In ultimo, rileggendo la storia,  stesa alla luce del sole, sorge spontaneo un dubbio: è opportuno rilanciare la regione storica, con le stesse diplomatiche che hanno relegato l’Albania così come appare ancora oggi?

Augurandovi buon lavoro,  Saluto a voi tutti!

Non come Storico! Ma semplicemente come l’Architetto Arbëreshe!

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RITORNO A PALAZZO GRAVINA, FUCINA DI UN ARCHITETTO ARBËRESHË

RITORNO A PALAZZO GRAVINA, FUCINA DI UN ARCHITETTO ARBËRESHË

Posted on 27 dicembre 2018 by admin

RITORNO A PALAZZO GRAVINANAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Sono tornato nei giorni scorsi a Palazzo Gravina, storica sede napoletana della facoltà di Architettura, in occasione di una mostra e la presentazione di un saggio.

L’incontro si è svolto nell’antica aula n°3, oggi intitolata a Mario Gioffredo, dove nel marzo del 1987 ho discusso, per la prima volta, la mia tesi di laurea.

L’appuntamento è stato un tuffo nel passato, sotto ogni punto di vista, nel rivedere quell’aula e per i concetti dell’architettura espressi dai professori, che ai tempi della mia formazione erano assistenti.

Gli argomenti trattati ambivano a leggere la città, lo stato dei suoi quartieri/rioni e l’utilizzo improprio di spazi e volumi in chiave architettonica/sociale.

Attendevo argomenti utili per arricchire e confrontare, il mio bagaglio formativo su tali argomenti, dato che mi occupo di centri urbani minori, i paesi (Katundë) di origine arbëreshë.

Tuttavia con sommo dispiacere non ho avuto alcun arricchimento da quel presidio storico, ne mi sono stati forniti elementi utili, se si escludono le citazioni del passato e nozioni sociologiche, oltre a piccoli riferimenti senza cognizione del materiale e dell’immateriale mediterraneo contenuti  nell’enunciato del “ Vicinato”.

Dilungarsi a trattare gli argomenti di architettura come se il tempo si fosse fermato in quel marzo dell’ottantasette del secolo scorso, è stata l’unica certezza che ho riconosciuto.

Il desiderio di intervenire e chiedere la parola, stava per avere il sopravvento, tuttavia la ragione ha ritenuto  idoneo dare modo agli invitati di esprimersi con la speranza di cogliere cose nuove,  riportando a questo post il mio punto di vista:

Condurre una corretta analisi dello stato dell’architettura abitativa, cosa non ha trovato la giusta dimensione nell’attuazione moderna dei centri antichi e suburbani, senza partire dal basso, avendo per questo come guida i centri minoritari,  perennemente vissiti, non aiuta a comprendere la deriva architettonico/culturale.

Sono i centri minoritari che continuano a preservare indelebili  “le diplomatiche sane” del vivere comune; unici documenti leggibili ancora stesi al sole nei costruito dei Katundë e il sociale delle Gjitonie arbëreshe.

Questi due elementi, tangibile il primo e intangibile il secondo, offrono la possibilità di intercettare le dinamiche di crescita dei piccoli Katundë, i legami tra la consuetudine e le radici che si alimentano nelle armonie, sociali, culturali, linguistiche e religiose, (in specie), espressione del contenitore senza confini, detta Gjitonia.

Le trame edilizie senza armonie tra storia, tempo e luogo, rappresentano il nulla e non sono altro che esigenze del parcheggiare individui, ritenendo che i valori culturali, sociali, consuetudinari, in tutto, l’identità “storia/tempo/luogo” di quanti dovranno fruirvi sia complementare e non abbia ragione di essere considerata.

Nell’esporre pubblicamente enunciati, con argomento architettura e urbanistica, post razionale, è il caso di porre l’accento sul concetto di Quartiere, (oggi i luoghi dove sfilano i/le Archistar), e Rione,  traccia indelebile della radice storica/culturale abitativa.

Quando immaginiamo architettura  prima di  realizzare un manufatto, bisogna rispondere a codici e consuetudini locali, in accordo con tempo, storia e  territorio.

Questi fondamentali elementi di orientamento, sono stati dismessi da troppi decenni e sfuggono dai protocolli di analisi o  discepoli, di quante si vestono da  antiquari, (questi ultimi identificati   secondo una nota frase leopardiana), ritenendole  figure privi di formazione  filosofica e culturale.

Ad oggi, ogni  osservatore quando attraversa o risiede nei quartieri seminati ad avena fatua, avverte che il fine perseguito dagli antiquari non è stato quello del benessere sociale e culturale degli utenti, ma solo dell’immagine e dell’apparire per realizzare il maggior numero di posti letto; divenendo per questo utopia architettonica senza né luogo, né tempo né identità, in poche parole nulla più di un albergo.

Generalmente per tali attuazioni si predilige il concetto di “Quartiere”, il monolite chiuso su se stesso, che nasce, si adopera e termina nel tempo di un conflitto, una stagione, concettualmente, un apparato limitato al tempo indispensabile a svolgere le operazioni emergenziali.

Il soggetto attuatore, generalmente un Politico, imporre al sofferente Gjitone, un’illusione storica priva di radici, realizzando nel breve tempo ogni cosa e perseguendo il germoglio Katundë, senza avere alcun riguardo verso il territorio, il sociale caratteristico, le consuetudini, del modello della “gjitonia”.

Quando si vogliono proporre modelli antichi, sintetizzandoli nel breve progettuale Katundë, senza volgere alcuna attenzione verso le dinamiche di luogo; si confonde lo stesso concetto di “Rione” con il quartiere; in altre parole si confonde persino l’opera che si deve realizzare.

Ragion per cui, si seguono stereotipi che non tengono conto dei processi economici e sociali; s’ignorano persino i concetti basilari degli insediamenti stradioti.

Appare evidente sfociare in quelle rappresentazioni che oggi chiamano i dormitori in cui l’economia si basa sul malaffare che non ha futuri e rende la vita breve alle nuove generazioni.

Per comprendere ciò, non serve essere accompagnati da illustri filosofi, o cattedratici, che dal chiuso dei propri olimpi culturali, vorrebbero illustrare cosa sia unire a quanti restano perplessi davanti a queste mura sbagliate, utili solo a creare confini, anche se nate per unire, o meglio, fare gjitonia.

I rioni delle nostre periferie, nati per accogliere, sono espressioni esclusive d’impatto visivo, mero costruito, fine a se stessa, privati di ogni riguardo verso gli aspetti legati al tatto, all’udito, ai profumi e al sapore, in tutto i cinque seni; questi ultimi sono proprio quelli capaci di garantire, il benessere del vivere civile, in continua relazione, tra passato, presente e futuro.

Solo avendo ben chiaro a cosa si deve dare continuità può contribuire a fare economia sostenibile, per questo, l’architettura si deve interfacciare con il territorio e attingere le risorse di caratterizzazione, per rendere attuabile l’armonico modello dei cinque sensi fare gjitonia.

Tuttavia senza la memoria storica, in altre parole, il rapporto che deve nascere tra consuetudini degli utenti e le risorse presenti sul territorio, si producno elevati e interrati, utili generare conflitti e povertà.

Se queste cattedrali del degrado, fossero state studiate adeguatamente a tempo debito o confrontati con i centri minori, gli attuatori di questi errori architettonici diffusi, avrebbero preso consapevolezza che il tempo, il territorio e le persone, forniscono i ritmi dell’architettura; solo avendo ben chiaro questi dati fondamentali si possono valorizzare, senza colpo ferire, la dignità culturale dei nostri centri urbani e suburbani.

Non certo attraverso le analisi e le citazioni di altri tempi dell’architettura, si può trovare una soluzione a questa emergenza, ne scaricare le responsabilità dei propri limiti progettuali a quanti si occupano di elementi, anche se utili, rimangono in veste complementare al tema di progetto.

L’architetto è l’unico maestro, l’artista, solo a lui spetta l’onere di tradurre con i suoi tratti le necessita, che intercettano, sociologi, psichiatri, psicologi, antropologi, geologi e tutte quelle professionalità indispensabili a dare contributi di luogo e di persone, un concerto in cui la parte del maestro direttore è indissolubilmente vestita dall’architetto.

Le radici di cui ha bisogno il maestro si possono intercettare solamente avendo consapevolezza del proprio ruolo; chi è maestro fa il maestro e gli altri suonano gli strumenti, quando lo spartito lo prevede.

La storia, frazionata diligentemente nel tempo, la ricerca che segue gli scenari, i fotogrammi delle varie epoche, estrapolate diligentemente dai centri minori, in poche parole, solo se si parte dal nocciolo dei cerchi concentrici, si è in grado di seguire la via per proiettarli nelle città e nelle metropoli.

Sono proprio i centri minori, con le architetture nate durante lo scorrere del tempo, a essere facilmente studiate e da cui avviare gli itinerari di studio, essi rappresentano le uniche legittimate fornire elementi chiari della rotta, dello spazio addomesticato per esigenze armoniche di tempo, di luogo e di memoria.

L’analisi d’indagine deve avere inizio dal basso, in quanto, tutti i grandi agglomerati urbani hanno alla base, o meglio nel nocciolo, il modello gjitonia.

Cercare ostinatamente a imporre il migliore segno Architettonico, senza avere alcun rispetto dei luoghi, della radice storica e i motivi sociali ed economici connessi allo scorrere del tempo, è segno che la retta via è stata già smarrita.

Valgono da esempio due casi storici del passato, che dovevano fare buona architettura, per minoranze storiche del meridione italiano; il primo la Mortella quartiere nato per dare ospitalità a quanti vivevano dopo la seconda guerra mondiale ancora in grotte, assieme agli animali domestici e da soma, in località “Sassi di Matera”; l’altro è il caso di Cavallerizzo in provincia di Cosenza; ma si potrebbero citare Martirano (CZ) o San Leucio (CE).

I progetti sortirono a un rifiuto generalizzato dei delocalizzati e bistrattati abitanti, specie nel caso di Cavallerizzo, gli abitanti furono soggiogati con la promessa che gli sarebbe stato realizzato “un nuovo paese arbëreshë con le gjitonie e addirittura, con Kiandunin e Spingunin”.

Due progetti realizzati con l’intento di soddisfare un malessere della classe operaia, il primo voleva eliminare la vergogna, politico sociale, intercettata alla fine degli anni cinquanta del secolo scorso nei Sassi di Matera; il secondo indotto per la sciattezza degli organi preposti alla tutela del territorio posto ad Est del monte Mula.

In entrambi i casi hanno sortito a nulla di fatto, per aver poco  compreso le vere esigenze di quella povera e sfortunata popolazione; va rilevato che pur se i due casi nascessero sotto gli auspici di una buona finalizzazione, entrambi hanno fallito all’intento.

Questo perché i progettisti demandato ad altri l’opera di analisi fondamentale per la la matita del progettista, che ha finito per proporre modelli di altre latitudini, per non parlare poi delle longitudini senza  senso.

Quando si progetta per accogliere, non è costruttivo vagare nei territori di progetto, con l’auspicio di trovare la migliore idea, in quanto bisogna comprendere le dinamiche sociali dei gruppi in relazione al territorio; non è semplice orientarsi tra le diplomatiche comportamentali e storiche conservate da secoli, nei segni dell’architettura o dell’urbanistica in armonia con il territorio.

Questi sono i precursori ideali, gli unici capaci di attivare serenamente i cinque sensi, gli stessi che i grandi maestri, o per formazione o per superbia, ignoravano l’esistenza.

Il tempo è una variabile che sfugge senza essere considerata una priorità, e scandisce il costruito storico, motivo per il quale, quando si analizza una città o porzione, bisogna avere come bagaglio i valori storici dell’architettura minore, senza di essi il fallimento è la rotta da cui non si sfugge.

Per architettura gli antichi maestri dell’arte la indicavano come il punto da cui tracciare la linea o il cerchio che delimita un spazio, ritengo che questi siano solo dei segni su un pezzo di carta un appunto che poi in fase esecutiva nessuno più ricorda; architettura è il luogo addomesticato dall’uomo, sia al chiuso o all’aperto, dove i predestinati utilizzatori sono il completamento dell’opera e non è l’opera ad essere fine a se stessa.

Quando il gruppo familiare e la gjitonia non si sente coinvolti all’interno della propria cellula abitativa e nei spazi c senza limiti, la stessa che la minoranza arbëreshë d’Italia individua come i luoghi dei cinque sensi, è segno che l’attuatore ha sbagliato!!!

Solo quando si produce l’elemento costruito capace, di sensibilizzare i gruppi familiari al punto che i cinque sensi sono, piacevolmente e perennemente attivi, si può essere sicuri di aver fatto architettura buona, (quella immaginata e attuata dagli arbëreshë).

Questo è un risultato cui si giunge vivendo e conoscendo il luogo sin nelle parti più intime della storia, non transitandovi in auto e avere come fine prioritario, un luogo dove parcheggiare o un limite di velocità da non superare.

L’architettura razionale nasce per esigenze legate alle attività industriali, aveva uno scopo storico ben precisi, tuttavia il concetto in luoghi meno brillanti fu utilizzato in maniera incompleta, producendo i sistemi dormitorio, disseminati impropriamente in tutte le città e metropoli, in oltre, negli ultimi decenni si è cambiata tendenza coni i detti centri commerciali dove, a favore dell’industria e del commercio, si vive la vita diurna del commercio e del divertimento.

In poche parole si sono creati due elementi fondamentali, in disarmonia tra luogo di unione pubblica, lavoro e spazio privato, oltre modo distanti tra di loro.

Questa è la sintesi delle periferie e di tutti gli stati di fatto emergenziali, in cui sia i piccoli che ai grandi maestri dell’architettura, hanno immaginato senza avere alcun dato storico sia sociale che di luogo, facendo mancare alle diplomatiche del progetto, due concetti fondamentali; il primo è il teorema della Gjitonia (il luogo dei cinque sensi); il secondo è il teorema di Katund (il Paese diffuso).

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IL VOLO TONDO SUL NIDO DELL’AQUILA BICIPITE

IL VOLO TONDO SUL NIDO DELL’AQUILA BICIPITE

Posted on 14 dicembre 2018 by admin

IL VOLO TONDO SUL NIDO DELL’AQUILA BICIPITENAPOLI (di Atanasio Basile ) – Una sola certezza detiene l’arbëreshë antico e consiste nel dato che nessuno dei parlanti ha proferire parola, studiando sui libri o una qualsiasi forma di acquisizione libraria, ma semplicemente sedendosi vicino al vecchio saggio e iniziare a parlare; diversamente dallo “standard” che si apprende con le regole bicipite.

Sotto questo cielo infinito, l’aquila, non ha mai volato in alto, nonostante possegga un fisico possente,  notevole estensione alare e un grande cuore, giacché  penalizzata dalle scelte bicefale, che non la fanno volare alto e cogliere le qualità indispensabili di tutela della Regione Storica Arbëreshë.

Tuttavia, quand’anche fosse volata in alto, “il suo conflitto di apprendimento bidirezionale” non gli avrebbe consentito di puntare verso orizzonti storicamente autoctoni.

In quanto dotata di due modi di vedere, sentire e parlare: uno tipicamente orientale e l’altro occidentale, veicoli  antitetici, che inviano segnali ad un unico cuore, che per natura non è in grado di regge le informazioni di metriche trasversali.

Alla luce di ciò, in regione storica, rimane solo di sperare che: il cielo diventa nuvoloso e un diluvio si accanisca al più presto sulle impervie colline affidate ai glëtir; “solo a seguito di ciò”, potranno essere rimosse naturalmente, le scorie prodotte dalla protagonista a due teste.

Occorre un vortice violento per rimuovere le scorie dei vincitori, altrimenti, non si staccheranno mai  naturalmente lungo le secolari appendici, per finalmente inabissarsi e scomparire in mare senza lasciare alcuna traccia e memoria.

Solo a seguito di ciò, quando poi il sole spunterà dalle nuvole, potremo attingere in quei corsi ripuliti, quanto dell’antico modello linguistico consuetudinario è rimasto indelebile, per i domani condivisi, della storica regione arbëreshë.

Ci sono stati momenti nella genesi, del volatile bicipite, in cui una delle due teste ha soggiogato l’altra; si poteva ipotizzare che questa sarebbe stata la soluzione per un ragionevole traguardo, tuttavia è stato peggiore, in quanto, la visione unilaterale, non contemplava l’orizzonte, la rotta dritta cui si sarebbe dovuti giungere, motivo per il quale non è stato prerogativa possibile.

Ciò ha prodotto un volo radente e circoscritto sino all’esasperazione sui nidi dei prescelti, in senso di uomini e di territorio, questi, inconsapevoli del fenomeno anomalo, hanno inteso di essere le divinità prescelte, credendosi Principi, Senatori e Dei.

Il fenomeno di rotazione perpetua, ha condotto l’intera regione storica ad essere associata a stereotipi alloctoni che non possono essere calati, nel modello consuetudinario unico, irripetibile,  e raffinato come quello arbëreshë.

A tal fine sarebbe bastato fare quello che da secoli fanno i vecchi saggi dei circa cento Katundë della regione storica, ovvero, sedersi davanti casa e passare il testimone alle nuove generazioni che li si trovano a transitare.

Questo ha fatto l’uomo arbëreshë, nient’altro, sin dalla notte dei tempi, il resto è glëtir, turco, greco, francofono, ispanico e solo Dio sa da quale altra latitudine possa essere sopraggiunto con i moderni mezzi di comunicazione che non fanno parte di questo scritto.

Al vecchio uomo arbëreshë è sempre bastato, lo storico sedile davanti alla porta di casa dove sedersi e iniziare a parlare; cattedra indelebilmente ancora presente, assieme alla sua lenta saggezza, il resto lo hanno sempre fatto la consuetudine del gruppo familiare e la natura  amica di questo antico popolo.

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BELLEROFONTE DIFENDE LA REGIONE STORICA DALLE ANGHERIE DI CHIMERA

Protetto: BELLEROFONTE DIFENDE LA REGIONE STORICA DALLE ANGHERIE DI CHIMERA

Posted on 02 dicembre 2018 by admin

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SI PAGA PEGNO PER TRANSITARE SUL PONTE ARBËRESHË COSTRUITO TRA ORIENTE E OCCIDENTE

SI PAGA PEGNO PER TRANSITARE SUL PONTE ARBËRESHË COSTRUITO TRA ORIENTE E OCCIDENTE

Posted on 29 novembre 2018 by admin

San Nicola BariNapoli (di Atanasio Pizzi) – San Nicola di Myra, è venerato come Santo dalla Chiesa cattolica, dalla Chiesa ortodossa e da diverse altre confessioni cristiane, fu vescovo greco di Myra, una città situata nell’attuale Turchia.

San Nicola è così diventato già nel Medioevo uno dei santi più popolari del cristianesimo e protagonista di molte leggende riguardanti miracoli a favore di poveri e defraudati.

Una leggenda narra che Nicola, già vescovo, resuscitò tre bambini che un macellaio malvagio aveva ucciso e messo sotto sale per venderne la carne; per questi episodi e molti altri ancora san Nicola è ritenuto Santo benefattore e protettore, specialmente dei bambini.

Le icone ortodosse lo raffigurano con tre mele in mano, segno di prosperità; i tre frutti sono anche interpretati come forme di piccoli panetti, da qui l’antico appuntamento della benedizione e la distribuzione per i poveri e per ringraziare nostro signore per i raccolti,.

Questo rito il giorno della sua morte viene idealmente condivisa con tutta le popolazione meno fortunate.

Esso rappresenta un ponte che noi arbëreshë, abbiamo costruito per unire oriente e occidente, realizzato con materiali come gli ideali di credenza e tradizione orale, che sono indistruttibili, specie per gli arbëreshë.

Quanti  i ricordi da bambini, che ritornano alla mente, il giorno sei di Dicembre , marinando addirittura la scuola, e seguire messa per ricevere in dono, quei piccoli panetti fatti a nostra misura, che poi non erano altro che grandi  messaggi di pace e prosperità.

Quell’appuntamento dei primi giorni di Dicembre rappresentava un giorno particolare, nei piccolo centri di regione storica e non solo, la festa di San Nicola di Myra, prevalentemente per gli abitanti ka Kushetë, “i territori Comunali”, che si recavano in chiesa, con cesta colme di piccoli panetti appena sfornati, in alcuni casi anche terminata della funzione rimanevano tali esaltando la loro fragranza.

Il rito voleva condividere il buon raccolto e così facendo si voleva ringraziare il Santo con quel segno di abbondanza ed esaltare la benevolenza, che attraverso i bambini messaggeri, si diffondeva innocentemente il messaggio di benessere e abbondanza.

Tutto avveniva in forma religiosa/laica gratuita, o meglio spontanea e  ad essere felici in particolare erano i bambini, che fungevano da legante, (il ponte) tra chiesa, comunità e casa.

Tempi che non sono poi così remoti, pochi decenni fa per quelli più anziani, ma anche le generazioni del secolo appena iniziato sono cresciute, sotto questi auspici religiosi; purtroppo tutto termina, restano i ricordi di una tradizione che grazie a piccole forme di pane univa, adulti e bambini, “in tutto le comunità”.

Oggi purtroppo i ponti cadono, nonostante si paghi pedaggio per il loro mantenimento, se si tratta del ponte Morandi di Genoa, sarà complicato trovare i responsabili di questa grave disattenzione di tutela; tuttavia i nostri ponti come quello costruito dell’ingegnere arbëreshë Luigi Giura, non invecchiano mai e non hanno bisogno di oboli o pegni  per sostenere le volte sacre, ove sono collocati i tavoli della distribuzione, previo pagamento del passaggio .

VERGOGNA!!!!!! per quanti mettono in atto tali “ blasfemie ” e i preposti che non provvedono a terminare la devastante deriva liberamente applicata, quale ricchezza o agiatezza si può raggiungere, facendo pagare pegno per un omaggio offerto a nome di San Nicola di Myra, non è dato a sapere, sicura è la vergogna di  trasformre  i bambini in messaggeri di  propaganda economica.

Voi lì in “regione storica” vi distraete, intanto da Napoli, nonostante tutto, si ricompone il sangue versato, per quanta ponete, in essere, per fini economici.

Un canto popolare di Lungro, paese arbëreshë in provincia di Cosenza, si ricorda S.Nicola come ” pronubo” dei giovani e delle giovani del posto.

“Shin Kolli me at bastùn, na marton ghith këtà guagjun “!!!

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NON METTIAMO A SALDO ALBANESE PURE LA VETRINA DEL 2019 ARBËRESHË

NON METTIAMO A SALDO ALBANESE PURE LA VETRINA DEL 2019 ARBËRESHË

Posted on 26 novembre 2018 by admin

ARISTONAPOLI (di Atanasio Pizzi) –  Le occasioni susseguitesi in quest’anno che va a terminare, hanno cercato di lasciare un solco identificativo per gli arbëreshë, che vivono all’interno del bacino del mediterraneo, ma avendo adoperato strumenti impropri, nulla rimane se non quello che anticamente era stato tracciato. .

Inventarsi contadini al giorno d’oggi  senza un minimo di regola, sentimento e garbo, è come organizzare un funerale privo di benedizione o funzione religiosa,  e organizzare,  balli, canti,  allegorie irrispettose per quell’anima in pena del defunto.

Tuttavia per noi arbëreshë, la caparbia regola di vita religiosa e sociale, non nasce e non termina nell’intervallo di venticinque anni di gloria, ma nel rispetto del passato e dei suoi uomini, senza mai dimenticare l’impegno preso, per tutelare un codice antichissimo per le generazioni future.

Essere arbëreshë oggi non vuol dire brillare delle vicende economiche, sociali e guerresche di un solo condottiero o di un solo letterato.

Illustrare la nostra missione religiosa e sociale solo con questo presupposti offende l’intelligenza di quanti si sono prodigati a realizzare, il ponte ideale di collegamento tra la religione storico Ortodossa e quella più moderna Cristiana; se a ciò associamo il modello di integrazione più riuscito del mediterraneo, l’intero pacchetto di ideali portato a buon fine, rendono gli arbëreshë un esempio da seguire in questo travagliato millennio appena iniziato.

Rodotà, Baffi, i Bugliari, Ferriolo, Bellusci, Torelli, Giura, Scura, Crispi, Fortino, sono nell’ordine i cognomi che avrebbero dovuto riecheggiare ed essere innalzati in questi appuntamenti di rievocazione della storia degli arbëreshë, tuttavia nella piena inconsapevolezza storica si è preferito puntare su altri personaggi secondari di poco peso o del paese di fronte la cui essenza forte  tipica arbëreshë non è stata mai riscontrata.

Siamo apparsi davanti a Presidenti, Papi e ministri, preferendo il faceto, alla nostra nobile causa che portiamo avanti con umiltà e dovizia di particolari, avvolti in quel codice antico che abbiamo preferito difendere, a costo di perdere la terra natia.

A cosa serve andare davanti ai vertici istituzionali/religiosi senza evidenziare e dare atto che siamo un ponte religioso, sociale e culturale solido, fatto con il cuore e la mente di quegli arbëreshë che dal XV secolo hanno iniziato a costruirlo e portarlo a buon fine nel XVIII.

È da allora che funziona perfettamente e non crea disagi né ai rigidi Ortodossi, né ai moderni Cristiani, esso ha portato benessere alla chiesa come nessun’altra rotta sia stato in grado di fare.

Ciò nonostante ci prostriamo davanti al Papa, partendo da presupposti di ambiguità per regalare bambole utili a riti malefici, non so se siano state dati anche gli spilli, ma conoscendo i luoghi e quanti hanno realizzato questa manifestazione di matrice mussulmana, ritengo gli indispensabili  oggetti facessero parte del dono.

L’anno che sta per iniziare, offrirà altre opportunità di rilancio della minoranza arbëreshë, il mio auspicio è quello che Ambasciate, Amministrazioni, laiche e clericali, abbiano la lucidità appropriata e comprendere gli errori fatti e rendere merito con dovizia di uomini, tempi e luoghi ai riti, alla storia, alla religione, in tutto, ai veri momenti , luoghi e personaggi che hanno reso possibile questa opera irripetibile.

Nella seconda decade del febbraio prossimo, inizia il primo giubileo, l’auspicio  vorrebbe preferire le cose di garbo e sensibilità, caratteristica fondamentale di quanti contribuirono a sostenere la pace nella nuova terra ritrovata.

Non andiamo a prostrarci davanti ai vertici religiosi, portando bevande anomale per il gusto di protagonismo o di un gemellaggio senza senso(lento come quello della tartaruga) riferendo di luoghi e tempi  privi di contenuti storici, sia in terra di origine che in quella ritrovata della regione storica.

Dobbiamo recarci in udienza, quando sarà, con i simboli della “nostra bandiera” scritta tra le diplomatiche del “costume arbëreshë della presila”  Sintetizzato in quelli dell’antica diocesi di Cassano.

Tuttavia,  nel paniere che porteremo in dono, non ci devono essere  liquidi anonimi, ma un solo messaggio con un teso il cui contenuto riferisca quanto segue: “Siamo i messaggeri della Regione storica Arbëreshë,  i precursori dell’avvicinamento della religione Ortodossa d’oriente con quella Cristiana di Occidente, per questo ci prodigandosi a mantenere la fiamma sempre accesa per  rifocillare i due pensieri religiosi; essa  arde dal XVIII secolo e gli arbëreshë vennero scelti, dagli ideatori di questo progetto di pace, proprio per le doti innate di integrarsi sapientemente con le genti indigene, sicuri che avrebbero continuano  a rispettare l’impegno assunto”.

E quando la Santità, la Domenica seguente affacciato in quella finestra che viene ascolta dalle genti del mondo, riferirà della nostra missione, gli arbëreshë riceveranno la linfa ideale per continuare a portare avanti il loro mandato.

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DISCORSO SULLE EMERGENZE ARCHITETTONICHE DELLA REGIONE STORICA  ARBËRESHË

DISCORSO SULLE EMERGENZE ARCHITETTONICHE DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË

Posted on 16 novembre 2018 by admin

BISOGA ESSERE PERVERSI PER DISTRUGGERE I LUOGHI DELL’INFANZIA ALTRUI.NAPOLI (di Atanasio Pizzi) –  Nell’affrontare il tema complesso e impegnativo del recupero integrato dei sistemi insediativi della Regione storica Arbëreshë, il dovere impone a soffermarsi, anche se sinteticamente, su alcuni aspetti disciplinari e metodologici direttamente connessi alle scelte culturali dei piani e dei progetti destinati a facilitare la valorizzazione ed il recupero, tale da richiamare i principi cui far riferimento nel corso di ciascuna operazione, nonché le più corrette modalità di intervento da porre in atto ai fini della salvaguardia attiva del patrimoni storico-culturale.

Tutto ciò per finalizzare al meglio quanto si vuole sviluppare, nella piena consapevolezza del maggior rispetto dei rilevanti caratteri ambientali ed espressivi.

Per questo, si ritiene utile ripercorrere per sommi capi quelle che appaiono come le tappe fondamentali di tale processi e, della lunga esperienza storica che anche in quisto campo precede il fare contemporaneo, considerare alcuni episodi di grande evidenza, non certo per desumerne indicazioni di vincolo o, tanto meno, principi di acritica im­mobilità operativa, bensì per collocare coscientemente le attuali scelte progettuali in continuità con una ininterrotta serie di interventi, leggibili nelle vicende delle nostre insule arbëreshë, basati su interpretazioni, modifiche ed arricchimenti del patrimonio preesistente.

Lo studio inoltre mira a indicare quelle che sono le più promettenti prospettive di lavoro che oggi si apro­no in tal campo del recupero, la valorizzazioni e caratterizzazione di ambiti irripetibili.

Sulla scorta delle acquisizioni che pro­vengono dall’attività di ricerca, la quale, superata la fase della riflessione critica e vuole aprire un nuovo stato di fatto, che non ha avuto ascolto negli ultimi decenni.

Oggi non è più prorogabile in quanto, lo stato di conflitto tra esigenze pratiche del recupero e gli irrinunciabili livelli di buona qualità complessiva, che la cultura contemporanea richiede a questo genere di interventi.

Da quando il destino dell’ambiente storico, da sempre preoccupazione esclusiva di ristretti ambiti culturali, ha pre­so ad attirare l’attenzione di altri ambienti della cosiddet­ta società civile, e ad interessare direttamente anche le pras­si operative dell’architettura e dell’urbanistica è diventato un settore “particolare” della progettazione edilizia, componente non secondaria nelle scelte di pianificazione e controllo urbano e territoriale, il pro­blema delle trasformazioni del patrimonio abitativo di an­tica data è divenuto centrale per molte categorie di addet­ti, e per diverse competenze, amministrative, economiche, tecniche.

Le discipline storiche dell’architettura, già da tempo, impegnate sul tema e nel dibattito secondo il lo­ro particolare modo di intendere il patrimonio storico nel­la sua globalità, hanno dovuto assumersi con rin­novata energia, e con alterne fasi di ascolto e di rigetto, il compito di recare il proprio contributo specifico, anche in vista di scelte operative, riorientando talvolta i propri me­todi di indagine e valutazione, per accordarli o per oppor­li a quelli dei diversi “aventi titolo”.

Si è trattato e si tratta di una nuova e più impegnativa responsabilità di ricerca, interpretazione, interpretazione e organizzazione delle conoscenza i Bèni Culturali nel loro complesso, includendo da un lato la più corretta “visualizzazione” delle strutture fisiche e de­gli oggetti concreti che concorrono a formare i patrimoni in questione (destinata ad offrire rappresentazioni “orien­tate” di spazi, luoghi, siti, edifici, insiemi, contesti), dall’altro l’enunciazione convincente ed “obiettiva” dei cosiddetti “valori” irrinunciabili dell’ambiente storico.

Questi ultimi sono meno afferrabili dai punti di osservazione semplificati e “quantitativi” oggi prevalenti; essi sono da cogliere invece attra­verso riferimenti a quel delicato sistema di intenzioni, rap­porti, testimonianze, e significati, implicito nel complesso dei beni storico-artistici, e non-estraneo alla stessa cultura dell’abitare, che sottende i “materiali” oggetto del presen­te studio.

E all’interno di tale ordine di considerazioni che sor­gono del resto una serie di grandi e piccoli dilemmi con­nessi con la natura stessa del tema, in realtà antichi e con­solidati, e tuttora vigenti, alcuni dei quali meritano forse alcune preliminari osservazioni.

Un primo importante dilemma è quello connesso con la ben nota vecchia divaricazione che viene a stabilirsi, al­meno nell’ambito della cultura occidentale, tra l’istanza sto­rica e quella estetica, destinate a creare e talvolta a cristal­lizzare situazioni di potenziale e spesso reale conflitto: una contrapposizione da sempre esistente, formulata efficace­mente alcuni decenni orsono nell’ambito delle “teorie del restauro” e del resto non ancora rimpiazzata da più geniali acquisizioni da parte della più recente “cultura della con­servazione”, che tende talvolta ad esaurirsi in dibattiti ri­petitivi tra posizioni radicalizzate.

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LA REPUBBLICA DELLE PISCIAGLIOCCHE MILLANTA DI SOSTENERE I PRINCIPI DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË

Protetto: LA REPUBBLICA DELLE PISCIAGLIOCCHE MILLANTA DI SOSTENERE I PRINCIPI DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË

Posted on 15 novembre 2018 by admin

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SCUOLA DI TUTELA DEI BENI MATERIALI E IMMATERIALI DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË (dedicato a quanti mirano a ricostruite le città del passato con apparati e metodiche moderne)

SCUOLA DI TUTELA DEI BENI MATERIALI E IMMATERIALI DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË (dedicato a quanti mirano a ricostruite le città del passato con apparati e metodiche moderne)

Posted on 13 novembre 2018 by admin

SCUOLA DI TUTELA DEI BENI MATERIALI E IMMATERIALIaNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – In questo mio breve discorso, vorrei evidenziare a quale deriva si è giunti grazie alla presunzione di quanti dopo non aver studiato il codice linguistico e la storia, (oserei dire sostituiti con arroganza e personalismo) si è incuneato nelle vicende materiali ed immateriali della comunità diffusa oggi identificata come Regione storica Arbëreshë.

Per rendere comprensibile il riferito è bene iniziare a definire i punti solidi di questo discorso, nato per la difesa dell’identità storica dell’unico gruppo minoritario legato alla sola forma orale: gli arbëreshë .

l’Italia, possiede un patrimonio materiale e immateriale d’inestimabile valore, da tutelare e difendere da ogni aggressione naturale, indotta o economica; nel 1969 il prof. Roberto Pane, storico dell’architettura e teorico del restauro di livello internazionale, fonda la Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio “Scuola di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti”.

La scuola ha rinforzato il principio secondo cui i segni materiali e immateriali della storia vanno preservati, aiutato, per continuare a esse guida delle nuove generazioni, punti utili per tracciare la direzione che unisce passato presente e futuro.

Senza le antiche emergenze, sarebbe come smarrire la memoria e ritrovarsi in mezzo ad un deserto, soli, senza supporto e la direzione istintivamente intrapresa, seguirebbe l’unico elemento presente ovvero, gli abbagli del sole, noti per rinsecchire ogni cosa.

Certo che se non ci fossero stati studiosi come R. Pane, E. De Felice, R. Di Stefano, S. Casiello, solo per citarne alcuni, la scuola del restauro non avrebbe dato il contributo che vanta; e le sacche storiche come Opplonti, i Campi Flegrei, le stufe di Nerone, Sýbaris, Thurio, Metaponto, tanto per citarne alcuni gioielli irripetibili della nostra storia, non sarebbero li a indicarci la ruga dritta.

Gli Architetti nati e formati nella culla federiciana, grazie agli insegnamenti di tali figure, hanno impresso il giusto rispetto per l’architettura storica e monumentale, adottando, metodiche indispensabili a preservare questi esempi dell’operoso passato dagli uomini.

In altre parole lasciare l’impronta del passato come ereditato, con tutti i suoi patimenti, serve a  comprendere a pieno quali siano state le fondamenta del nostro vivere nell’antichità.

Nessuno di loro ha mai immaginato di voler ricostruire con apparati moderni, Pompei, Ercolano, Opplonti, i Campi Flegrei, le stufe di Nerone, Sýbaris, Thurio, Metaponto o un qualsiasi sito d’interesse archeologico del passato.

Ne dall’alto della loro posizione culturale , hanno mai immaginato di migliorarli innestando elementi moderni in contrasto con il costruito di quell’epoca.

Ritengo che qualsiasi tecnico che avesse partorito una tale demenza, sarebbe stato riconosciuto non sano di mete e almeno un presidio per malati mentali sarebbe stato, nel breve termine, realizzato per custodirlo adeguatamente fuori da ogni circuito di tutela.

Chiaramente questa è una provocazione dello scrivente, ma non è detto che non sia realtà; essa si può individuare in uno stato di fatto, applicato e ancora condotto in altre discipline e altri luoghi; portata avanti e in alcuni casi finalizzata, provocando ferite profonde all’immateriale della regione storica; tuttavia ciò che più duole è il sapere che le risorse di questa devastazione sono pubbliche e gli esecutori, sono addirittura premiati con onorificenze di valore culturale.

Alla luce di quanto premesso, è noto che nella Regione storica Arbëreshë insistono a tutt’oggi sedici aree linguistiche di valore inestimabile, in quanto, sin dalla notte dei tempi si mantengono vive esclusivamente con la sola forma orale e grazie a un codice metrico consuetudinario rigidissimo.

Un patrimonio linguistico unico, custodito dagli arbëreshë, notoriamente noti e classificati dallo scrivente come il modello sociale più solido del vecchio continente, in quanto, capaci di attecchire in tutte le latitudini in cui sono stato calati, per obbligo, necessità e strategie guerrafondaie dei reggenti locali, dei reali, e del vaticano.

Novantacinque siti di origine Arbëreshë (oggi ridotti a poco meno di 70), Sedici aree linguistiche sparse in sette regioni dell’Italia meridionale, sono state perennemente sottoposte alle angherie più disparate, quali laboratori linguistici distruttivi a cielo aperto, dove si è cercato di innestare l’albanese moderno detto standard, invece di  trattate le insule, come si convengono alle eccellenze storiche del passato.

sedici macro aree considerate al pari di una discarica moderna, dove le sperimentazioni più disparate hanno trovato nido, sia dal punto di vista linguistico e sia metrico musicale, contravvenendo pesantemente alla Legge del 15 Dicembre 1999, n. 482, e al Decreto del Presidente Repubblica del 2 maggio 2001, n. 345 Art. 1 Comma 3.

Quest’ultimo oltremodo precisa, purtroppo “in lingua italiana” ( non il Lingua Skipetara moderna), che: L’ambito territoriale e sub-comunale in cui si applicano le disposizioni di tutela di ciascuna minoranza linguistica storica previste dalla legge coincide con il territorio in cui la minoranza è storicamente radicata e in cui la lingua ammessa a tutela è il modo di esprimersi dei componenti della minoranza linguistica.

È spontaneo chiedersi che senso ha tutelare gli ambiti della regione storica arbëreshë, innestando l’Albanese moderno, non sarebbe al pari di un architetto che si ostina ad operare all’interno di un presidio archeologico come Pompei, Ercolano, Opplonti, i Campi Flegrei, le stufe di Nerone, Sýbaris, Thurio, Metaponto, per completare con materiali moderni e pretendere di restituire splendore aall’irripetibile sito, cancellando nel contempo la traccia unica della storia e mi riferisco a quella che sta stesa alla luce del sole, non quella dei vincitori catalogata negli archivi.

I messaggi e le metodiche di comportamento di tutela non mancano da anni e riporta a chiare lettere ; tuttavia per non destare equivoci anche il lingua Italiana, bastava dare un’occhiata alla Carta di Atene (1931) , alla Carta Italiana del Restauro (1932), alla Carta di Venezia (1964), alla Carta Italiana del Restauro (1972), alla Carta di Amsterdam (1975), alla Carta di Washington (1987), alla Carta di Cracovia (2000), e per evitare che lo scempio storico prodotto alla lingua arbëreshë,  illegalmente e senza freni fosse portato cosi vicino al baratro dell’estinzione.

Sulla scorta di queste direttive, di carattere conservativo, l’esperienza acquisita in anni di analisi dei paesi di origine arbëreshë, ha dato modo di tracciare un itinerario storiografico edilizio direttamente legato alla consuetudine e il sociale tipico delle insule arbëreshë e quelle collinari dei Balcani.

La toponomastica in particolare rappresenta un filo conduttore che unisce tutta la regione storica arbëreshë, così come l’elemento sociale caratterizzante, la Gjitonia, (Ligjia per gli Albanesi); a torto divulgato come il luogo dove sono apposte un numero non meglio identificato di accessi alle abitazioni.

La Gjitoni (Ligjia) non è il vicinato indigeno, chiariamo questo prima di tutto, come sinteticamente e imprudentemente diffuso, in quanto, il vicinato è un luogo di mutuo soccorso legato alle dinamiche sociali rinascimentali e dell’illuminismo; La Gjitonia segue un sistema inverso in quanto fenomeno sociale complicatissimo, esso rappresenta il luogo pulsante della tradizione, non ha confini fisici, spazio indefinito e pulsante in cui trovano l’armonia i cinque sensi, strumenti fondamentali per rintracciare l’antico gruppo parentale della famiglia allargata originaria.

Questi accenni, mi auguro, possano tamponare la marea dilagante degli indiavolati culturali di metà ottocento che mirano a trasformare la regione storica arbëreshë in una colonia Turco/Albanofona, a tal proposito si ritiene necessario fornire elementi utili, “una sorta di medicina salva identità” da propinare a quanti sognano “per incapacità e forma culturale” di costruire città del futuro, dove sono allocate le emergenze storiche del vecchio continente, quali: Pompei, Ercolano, Opplonti, i Campi Flegrei, le stufe di Nerone, Sýbaris, Thurio, Metaponto, per accennare solo alcune assieme ella regione storica minoritaria e i suoi settanta paesi.

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