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POSHËTË, DRELIARTË, KA, THË, JASHËT, MBRËNDÀ, PRAPA, PËR PARA. (Santa Sofia: i luoghi, la storia)

POSHËTË, DRELIARTË, KA, THË, JASHËT, MBRËNDÀ, PRAPA, PËR PARA. (Santa Sofia: i luoghi, la storia)

Posted on 14 aprile 2020 by admin

Aglomerati primariNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Il panorama urbano dei paesi della Regione storica Arbëreshë, fa riferimento a canoni delle città aperte, rinnovando i vetusti modelli medievali e per questo sono da ritenere come i pionieri per la convivenza, in età moderna, tra uomo e natura.

È con le  migrazioni dai Balcani dal XIII secolo, che nasce un nuovo strumento culturale, sociale ed economico capace di esprimere oltre che a soddisfare localmente, esigenze del vivere a stretto contatto con la natura.

Tutto è architettato, predisponendo e coordinando il luogo, nel pieno rispetto delle opportunità storiche, ambientali, sociali ed economiche.

L’azione degli arbëreshë, nello specifico, fece emergere le potenzialità del ”focus”, il luogo, esaltando le garanzie predisposte dai nuovi signori, in quelle posizioni già note agli esuli, a proposito dell’ambiente.

Un flusso di uomini e competenze di convivenza con il territorio naturale, trovò nel focus, organizzando gli ambiti, secondo arti, mestieri, omogeneità, che solo quanti erano legati alle consuetudini oralmente tramandate, sapevano le terre per trarre il maggior vantaggio, dall’ambiente in cui s’insediavano.

Territori paralleli della terra d’origine ricercate bonificate e vissute, al fine di innalzare idonei presupposti nel pieno rispetto del focus riconosciuto.

Se al tempo degli indigeni locali le stesse terre aveva avuto un mediocre rilievo, conseguito in funzione di limitati impegni racchiusi tutti e unicamente nell’interesse per lo sfruttamento agricolo e per l’uso come residenza personale, distanziando le due esigenze; con l’avvento degli arbëreshë l’impulso è diverso sia dal punto di vista organizzativo e sia per la ritrovata forma territoriale dove depositare le radici culturali, politiche ed economiche.

Allo scopo si vogliono evidenziare attraverso l’odonomastica del popolo, ancora memoria viva (inconscia), e attraverso di essa individuare come l’iniziale e semplice focus  sia stato trasformato nella contea di vaglio ancor oggi presente.

Seppure e riconoscere con amarezza che, mutatis mutandis, vale sostanzialmente anche per Santa Sofia la constatazione che : “Non  esiste città borgo e luogo costruito, che non abbia  adottato,  come  accompagnamento  alle  “escrescenze  caotiche”,  la  distruzione sistematica dei suoi caratteri di facile comprensione.

È per questo che adoperarsi a predisporre l’indagine odonomastica si segnare il modo in cui è nato e si è modellato “l’agglomerato diffuso di Santa Sofia”, ben consapevoli che univocamente e parimente non saranno scontate e le risposte, ma l’impegno e soprattutto sacrificio di ricerca renderà merito alla giustificazione dei toponimi.

Seguire e ricostruire le linee secondo cui  gli originari casali hanno sviluppo il modello, il fuoco diffuso, da cui è in seguito sono sbocciate le tipologie della propria radice storica.

Escono quale risultato indelebile e preciso da tale operazione:  i criteri in base ai quali il centro antico fu edificata, sia sfruttando le caratteristiche naturali del terreno sulla traccia dei camminamenti storici, nelle prossimità dei quali elevare e circoscrivere gli spazi indispensabili.

La regione circoscritta del recinto inteso come Mbrëndà e Jashët è andato configurandosi da spazio libero e non coperto, fino agli innalzati edilizi, disegnando così la pianta urbana che conosciamo.

Nel disegno di origine, rilevanza particolare è affidata all’arteria  Starada Grande (huda made); in quanto essa richiamare alla memoria l’azione  promozionale capace di innescare le varie attività artigianali  e  svolgere  la  funzione  di competenza da cui dipartire vicoli, elevati e piazze, il nettare primordiale  dell’assetto, urbanistico  diffuso, l’anima pulsante in cui conversono gli ingredienti dall’integrazione di esuli con gli indigeni.

Alla storia contribuiscono a dare forma non solo le vicende umane, ma anche gli spazi in cui quelle avvengono, per questo, nelle vie, strade, violi e sheshi, la storia lascia indelebilmente tracce della sua memoria e delle azioni.

Molti toponimi sono scomparsi, di essi si è persa anche la documentazione d’archivio, spezzando così la memoria di una cultura locale colma di significati preziosi, con molta probabilità gli unici in grado di dare  senso  alla  definizione  dell’immagine storica specie se vuole essere espressa in chiave etnica.

Tuttavia avendo ben chiari i riferimenti linguistici e la conformazione geologica e orografica degli ambiti addomesticati per essere vissuti, apre versanti di ricerca molto ampi pieni di momenti suggestivi.

Sicuramente le testimonianze di vita, come si è detto, della fisionomia  urbanistica del passato  possono  essere andati persi, ma rileggendo le tracce degli elevati murari e la loro consistenza materica si possono  recuperare,  rileggendo,  con  ispirazione motivata dalla ricerca; compulsando e rileggendo secondo l’antico idioma antichi riferiti sia in forma clericale o esperimenti di metrica canora abbarbicati ancora al tempo di edificazione.

Oggi nella memoria territoriale rimangono tracce dei materiali e toponimi dell’epoca  Huda Stangoitë, Ka rin reljeth, Kisha Vieter, Kambanari, essi segnano indelebilmente azzioni naturali o indotte che hanno caratterizzato lo scorrere del tempo.

Altre invece, recano le nuove denominazioni cambiate sotto la spinta di noti eventi storici, come personaggi di partito politico che non hanno nulla a che vedere con la storia di quegli ambiti, che in alcuni casi non lasciano neanche sulle lapidi la memoria di un tempo, sostenendo esclusivamente  l’informazione   usurpatrice , come a voler  nascondendola colori intensi con pastelli sbiaditi di di rotacismo analfabetici.

Essi non sono altro che un retaggio di antichi aspetti sociali della convivenza nello spazio cittadino è nascosto nella memoria, di pochissimi anziani e sta a noi attenti interpreti indirizzare il giusto valore alla nota o frammento di essa.                                                                                                                                                

Sia all’epoca di insediamento e poi subito dopo durante il confronto s’individuavano i luoghi con riferimento a episodio architettonici o di frammentazione di residenze dismesse o noto quali: la chiesa, il luogo di arrivo o il luogo promontorio;  oltre  a  particolari  pittorici,  della  devozione popolare icone oluoghi di culto in generale; elementi naturali come il pennino/pendino o/e indotte come frane, Kambanari.

Dopo i primi riconoscimenti caratteristici, segue lo sviluppo urbano e la diffusa possibilità di elevare moduli abitativi in muratura si definirono Sheshi, Rugha, Huda, assoggettando luoghi identificativi della famiglia insediata o particolari confini, come Prati o Kanlhë.

In origine era la strada stretta e articolata (Rugatë),  sulle di cui quinte si  aprivano gli usci delle case e le tipiche finestre di controllo, cosi come alcuni moduli non abitativi con attività artigianali indispensabili alle consuetudini dei componenti il rione, identificato con il suffisso “Ka”. 

La denominazione aveva origine dalle attività che si praticavano, dall’identificativo del luogo o dalla particolare categoria di persone in essa residenti (nomadi, indigeni o comunque provenienti da altri agglomerati urbani).

Nei meriti identificativi di quest’ultima categoria una nota più dettagliata va fatta, anche se comunemente si dice che la storia, “si fa solo con i documenti o in base alle testimonianze corroborate”, va fatta per tutte quelle residenze allocate a nord e a sud del “vico stella” e quindi non documentate ma notoriamente stese al sole.

Queste  abitazioni erano tutte appellate con i nomi dei paesi di provenienza dei residenti; persino la strada che delimitava l’urbe dalla campagna era denominata come: “limite dei latini”.

A completamento di questo spunto, mi pare opportuno sottolineare, l’origine del  termine  “Trapesë”  che secondo alcuni vuole indicare, il piano, tavola malsana o terreno  paludoso, tralasciando il dato storico locale che il “trappeso” è anche un’unità di misura di piccole quantità.

Non di metalli nobili quali l’oro o l’argento, li mai estratti, ma in conformità a luogo in cui le genti povere, attendevano il riversare delle poche resta della mensa arcivescovile che li rimetteva i resti della mensa.

Questa e altri toponimi, quali: Uda Ka Sanesh, Kar karegleth, Kamorchiaveshët, Ka mbanari, Shighëata, shesi Ku arvomi e altri, se opportunamente indagati e confrontati, con la storia locale sono in grado di fornire l’itinerario di sviluppo del centro antico, a cui tutto si può  accreditare ma non comunemente annoverare come Borgo Medioevale.

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QUESTO È IL TEMPO CHE IMPERTERRITO SCORRE PER LAPIDARE

QUESTO È IL TEMPO CHE IMPERTERRITO SCORRE PER LAPIDARE

Posted on 04 aprile 2020 by admin

Lapidazione20201NAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – In questo breve si vuole porre l’attenzione verso l’autunno che non smette di terminare e adombra un numero considerevole di Katundë, specie in perdita di riferimenti urbanistici e architettonici, non adottando nessuna forma di  tutela, specie nella metrica degli adempimento progettuali, sia in forma pubblica e sia privata.

A tale proposito si vogliono trattare i motivi perché siano state preferite le vesti tipiche già esistenti a breve distanza dal centro, “imponendo”, sia in forma di aspetto, sia in mutazione cromatica, e sia di forza meccanica, le “volgarmente denominate Beole”.

Sarà impresa ardua, comprendere quali siano stati i dettami storico-progettuali, fiore all’occhiello, della spaccatura tra passato, presente e futuro; la stessa che ha disgregato ambiente naturale, costruito, in tutto le armonie che acuminavano gli uomini delle terre antiche dette Ka Laberi.

Identificare i pensatori erranti, gli ironici giullari, gli ignari esecutori, e gli accatastatori del “Patimenti Vulcanici”, fuori da ogni regole dell’anomala lamia; tuttavia essa si può riassumere in evento di “foglie in autunno”.

Aggredire il “Centro Antico”, con “piccone, pala e vecchie carriole” è stato come coprire gli ambiti violati con le foglie secche; agli osservatori inermi e inascoltati, non rimane altro che attendere, come accade alle anime in pena o foglie in autunno il vento.

Il risultato: un freddo e asettico scenario dove non si colgono più gli aspetti che definivano le gjitonie, (luogo dei “cinque sensi”, il riecheggiare che si è modificato, la rifrazione della luce in tutto manca il senso di stare a casa propria.

Il centro abitato un tempo parzialmente lastricato: secondo esigenze che soddisfacevano il connubio tra uomo e natura, evincono quali fossero lastricate e perché, diversamente da quelle lasciate secondo l’aspetto naturale, in base alluso in funzione degli eventi meteorici.

Selciati in pietra di cava locale dalle forme irregolari erano adagiati, su cuscinetti di terreno vegetale misto a sabbia; livellate mediante la percussione; appena data regola alla superficie, venivano ricoperti gli interstizi con terra fine, così le superfici più esposte all’ erosione erano pronte ad affrontare le intemperie, preservando un piano idonea calpestabile per agli uomini e rotabile.

Erano tante anche le scalinate con gradini dilatati ben distante tra di loro, che caratterizzavano percorsi più impervi, al fine di consentire l’uso con animali da soma o percorribili apiedi.

Se i “progettisti pensatori” avessero avuto adeguata conoscenza del territorio, avrebbero dovuto avere consapevolezza che ogni luogo ha e difende memoria, religiosa, sociale e culturale, dove gli uomini riconoscono se stessi e il gruppo gjitonale, cui appartengono.

Le piazzette, “sheshi”, le strade “uhdetë”, i vicoli “rrùgat”, i cerchi concentrici del nucleo ideali detta gjitonia; cosi come i quattro cantoni dividendi, questo storico Katundë, notoriamente riconosciuti come: il Superiore “Drelarti”, l’Inferiore “Drehjimi”, dividendi ulteriormente e trasversalmente dalle due fontane storiche, rendevano limpida e chiara, come le loro acque, la lettura del paese individuando sin anche il suo fulcro ideale di primo insediamento di approdo degli Arbëreshë.

Ridurre tutto a un semplice articolo, ha penalizzato è smarrito il senso storico dei piccoli centri antichi; le forme esili e monocromatiche delle beole, riducono in solitari elementi, la radice caratteristica degli ambiti che sei secoli di storia avevano solidarizzato.

Non vorrei aprire trattato sulle vie storiche del centro antico, anche se una parola di accenno vada  sulla strada detta “Limite dei latini”, (Limë litirë) questa in specie tra dispetti dinastici, e conquiste di potere ha spento una traccia storica di inestimabile valore, un frammento di storia irripetibile a cui oggi con la memoria ancora viva si potrebbe porre rimesio e lasciare almeno il segno di quel confine.

Terminerei con l’accennare della piazza  il luogo della battaglia finale o meglio il luogo della disfatta stesa al sole ancor oggi visibile e delle cui linee non si comprende da dove vengono e dove vogliono portare.

Senza consapevolezza è stato preferito generare linee, queste non contemplano in alcun modo una direttrice cui si può ipotizzare senso, se non quello si ignoto allo stato puro.

Si è tracciato un’asse in marmo bianco (quello che si usa nelle abitazioni popolari per le soglie delle finestre) annegato nella pavimentazione definendo l’asse stradale provinciale che per lo scorrere di veicoli di ogni genere si sono ben presto sgretolati; se a questo si aggiunge un ingombrante manufatto ottagonale(??????) (di li a poco rimossa appena il ricordo ha illuminato i posatori ) che proprio li in quel luogo da decenni aveva luogo ideale la manifestazione storica che ricorda l’inizio della stagione estiva della minoranza arbëreshë.

L’auspicio che tutti noi di buon sensi ci auguriamo è che al più presto questa lapidazione anomala sia rimossa dai vertici istituzionali o per lo meno nel breve si due legislature sia integrata e caratterizzata, non con diademi di aquile a due teste ne con lampieri, serve buon senso e conoscenza storica per dilavare tutte le cose inutili e ripristinale gli equilibri altimetrici e quelli cromatici, in grado di restituire il valore storico di ogni specifico anfratto.

Non servono Tecnici che vanno con Acacie legate al guinzagli per applicarle magari sul tetto della chiesa o sopra i profferli e fare giardini verticali a modo del “Bovario” o del “Clatrasa” di turno, con piante e fili di ferro, vogliono cambiare il senso sin anche dei balconi a modo di tirantati.

Allo stato delle cose urge ridare la dignità agli spazi, al costruito per garantire la fruibilità più consona alle persone che vivono, per fornire gli elementi idonei, in linea con quanto ereditato e renderlo  riconoscibile alle nuove generazioni; il bagaglio storico-culturale giunto con rigida continuità prima dell’intervento di vestizione fuori dal tempo e dal luogo.

L’identità di ogni popolo si conserva nel tempo, mantenendo immutato il senso globale delle cose, così come impongono le carte storiche del restauro e la conservazione, non solo le tradizioni, gli usi e i costumi, ma anche il senso del luogo, partecipa a rendere  caratteristico e genera i cinque sensi, quelli unici, capaci e in grado di riportarti a casa.

Tutto ciò che ci circonda, tutto ciò che ci accompagna nel nostro vivere quotidiano diventa una testimonianza della nostra stessa esistenza, ragion per la quale, chi si pone e promette di sostenerli e difenderli, ha il dovere di trasmettere alle generazioni future, così come le precedenti hanno, ( almeno sino agli anni sessanta del secolo scorso).

La memoria non deve andare troppo indietro nel tempo per riportarti nelle regole del tempo; vicoli i vicoli e le strade o le piazze, se non ti fanno avvertire le sensazione che il tempo conserva per te, di quale centro antico stiamo trattando? Non è che si vogliono vivere le epoche di un tempo ma almeno l’essenza cromatica e dell’uso dei materiali deve avere rispetto del luogo; oggi queste sensazioni non si riescono più a provare e neanche hanno i requisiti minimali per dare spunto all’immaginario.

Tutto il centro storico è invaso da una cementificazione verticale ed orizzontale senza rispetto, neanche verso le vegetazioni, sostituiti da gli illusori cromatismi di narranti murales o pigmentazioni delle quinte architettoniche a dir poco grottesche.

Non ultimo, ritengo si a il caso di soffermarsi, e porre l’accento sulle anomale  e indegne ristrutturazioni o edificati edilizi di nuova costruzione che dagli anni sessanta del secolo sorso interessano i centri sstorici senza alcuna adeguatezza strutturale e geologica.

Tipiche e costantemente utilizzate sono gli elementi strutturali moderni su murazioni di materiali di spogliatura risalenti al XVII secolo, questi in specie senza i minimali requisiti di indagare strutturale e di risposta del terreno sottostante.

Questi temi oltremodo interessano i centri antichi in forma strutturale e le aree di espansione in forma  geologica, in tutto rappresentano pericolose carenze strutturale e geologico senza eguali, sicuramente quando succederà non saranno in grado di rispondere ad eventuali, che si augura non abbiano mai luogo.

Invece di fare restauro conservativo finalizzati a restituire dignità formale e funzionale, si è preferito seguire la via del razionalismo abitativo moderno, figlio dell’inurbamento selvaggio, poi è legittimo chiedersi per quale fine se questi luoghi ameni non hanno partecipato alla nascita di modelli riconducibili all’industria.

Lo sforzo progettuale a dir poco inadeguato, denota l’errore di pensiero, fuori da ogni logica che vuole mantenere costante il rapporto tra ambiente naturale, costruito ed esigenza di quanti vi abitano.

La conservazione e la caratterizzazione sono gli elementi “scapestrati” con cui si è voluto trattare gli ambiti del centro storico che ha dato forma a questi luoghi, d’altronde come potevano “ gli operatori” se non consapevoli dei canoni dell’urbanistica romana e di quella greca; le sorgenti da cui gli arbëreshë attinsero, quando ancora s’identificavano “Ka Laberi, Arbëri o Arbanon”.

L’auspicio è di sensibilizzare le coscienze tutte, affinché si possa recuperare il senso e dare la dignità a quegli spazi e continuare a fornire alle nuove generazioni oltre che nozioni precise, anche luoghi dove stenderle al sole senza vergognarsi o essere scambiati per altro.

L’identità di ogni popolo si conserva nel tempo mantenendo integri non solo le tradizioni, gli usi e costumi, ma anche rispettando il senso dei luoghi, mante­nendone l’assetto formale, cromatico e di riverberazione dei sensi.

Tutto ciò che ci circonda, deve essere in grado di sostenere i nostri valori identitari, a cosa serve saper sinteticamente parlare, cantare e ballare o rievocare sacre processioni se poi gli scenari e il riecheggiare dei nostri atteggiamenti non segna e riverbera con senso finito la continuità del valore storico?

Quanti si pongono ai vertici e promettono futuri in linea con il passato, come possono farlo se sono soli e non conoscono nulla di quanto promesso?

Eppure si elevano a buoni tutori di un’identità che per trasmetterla è molto difficile: non basta vestire in stolje e stendere a terra il gonfalone per segnare luoghi; questo simbolismo è tipico di chi in suo ricordo lascia li depositano un segno di croce magari scolpita su di una “Beola”.

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IL BANDITORE (Giugno 2008) SUPPLICA

IL BANDITORE (Giugno 2008) SUPPLICA

Posted on 31 marzo 2020 by admin

IMG_2Santa Sofia d’Epiro (CS) (Redazione il Banditore, Giugno 2008) –  Negli ultimi decenni l’insieme inscindi­bile di natura e storia esistente all’interno delle comunità arbëreshë, ha subito un degrado senza prece­denti e va costantemente monitorato per evitare uno scontato destino.

La speculazione edilizia ha invaso memorie storiche e luoghi naturali; il territorio è stato aggredito nella sua morfologia e nella sua estetica.

Tutto ciò aggravato ed amplificato da un altro fattore altrettanto determinante (e forse anche più pericoloso): la caduta della qualità.

L’abusivismo è non tanto la causa, bensì la più consistente conseguenza di un decadimento del pensare e del progettare e, vorrei aggiungere, del comportamento “sociale”.

Un diverso governo del territorio potrà consentire di contrastare tale decadi­mento se non, addirittura, di recuperame gli effetti negativi.

Occorrerà ricostruire una sensibilità paesaggisti­ca che mantenga la continuità culturale delle preesistenze nell’attuale vita sociale ed economica di quei luoghi .

Tutto ciò, rivalutando lo stretto rapporto tra natura e sito in considerazione, anche, delle compa­tibilità economiche e sociali dei luoghi.

L’urbanistica non dovrà esprimersi in forma concettuale ed autonoma ma dovrà invece basarsi tanto sulle attuali esigenze quanto sul patrimonio culturale di quei luoghi Governare il territorio vuol dire indirizzare lo sviluppo, garantirne la qualità nella continuità con il passato.

Tale intento non dovrà pretendere di conservare immutabil­mente i luoghi e l’ambiente, quand’anche suggestivi, ameni, ricchi di storia e d’arte; dovrà invece consentirne la compatibilità con i naturali, continui ed inesauribili fenomeni evolutivi sociali.

I centri abitati arbëreshë, devono fare del passato, riuscendo ad aggiungere a questo, i “nuovi episodi” di una storia che si intende proseguire; ciò in delicata armonia, senza traumi o strappi e non congelandolo in una icona.

Programmare lo sviluppo è l’unico modo per evitare delle modifi­cazioni incontrollate.

Per amministra­re un territorio occorre una profon­da conoscenza della storia, sensibi­lità e capacità manageriali; occorre agire in simbiosi tra conservazione e innovazione, essere artefici di una riscrittura della scena nel più profondo rispetto del passato, saper attraversa­re i livelli intrecciati della forma storica o dell’ambiente in un’illuminante e innovativa spazialità.

Da ciò la necessità di porre in simbiosi le istanze della conservazione e quelle dell’innovazione, la realizzazione di immagini di grafici e testi dell’architet­tura urbana e rurale delle comunità arbëreshë, ove avvalendosi, della catalogazione degli elementi architet­tonici primari che caratterizzano i luoghi oggetto di studio, il rapporto tra ambiente costruito ed ambiente naturale.

La comunità arbëreshë ha conservato per molto tempo la sua identità, ma negli ultimi decenni, ha fatto si che i tipi architettonici ed urbanistici che la caratterizzavano siano andati costantemente e irreversibilmente perduti.

Considerando che la conservazione, la catalogazione degli elementi architettonici, non sono state oggetto di culto ne dal privato che dal pubblico, il fine potrebbe essere appunto, quello di allestire un Archivio e non solo riferito asetticamente alle modalità della tecnica costruttiva, ma rivolto a raccogliere, pure negli omoge­nei modi della modernità, quelle possibili tipizzazioni attraverso cui ricostruire i lineamenti specifici dei luoghi.

Arch. Atanasio Pizzi

www. a tanasiopìzzi. it

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LA STORIA DI SANTA SOFIA D’EPIRO Thë shëcuràt e Shen Sofisë

LA STORIA DI SANTA SOFIA D’EPIRO Thë shëcuràt e Shen Sofisë

Posted on 30 marzo 2020 by admin

Santa Sofia StoriaNAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi ) –  Premessa:

 Sono innumerevoli le illustrazioni atipiche con protagonisti gli agglomerati bonificati, ripopolati e vissuti delle genti di origine Arbanon; oggi identificati all’interno della Regione storica diffusa, come Arbëreshë.

Una popolazione “unica e irripetibile”, protagonista nel palcoscenici del vecchio continente nei territori, in dettaglio, del bacino mediterraneo, circondati o prospicienti i mari Adriatico, Jonio e Tirreno.

Natii delle terre, un tempo, dell’Epiro vecchia e dell’Epiro nuova, oggi del Meridione peninsulare e insulare italiano; storicamente sono ritenuti quale caparbio esempio dinastico, ancora oggi, capace di tramandare i proprio valori culturali e identitari in sola forma “Orale”.

Dal XIII secolo in diverse forme e metodiche a dir poco comuni, si è ostinatamente voluto imporre alle popolazioni oggi identificate come Arbëreshë, una forma scritta.

Una necessità che mai alcun individuo facente parte la minoranza, ha richiesto, lamentato o ritenuto indispensabile, ma arbitrariamente imposto, “dalle altrui genti”, secondo metriche, disciplinari alfabetari a dir poco bizzarri e comunemente applicati.

L’errore è vistoso, grossolano e paradossale: in quanto mirava a voler valorizzare la radice orale, affiancando o attribuendole una improbabile forma scritta con annesso manuale d’uso.

 Con ciò si è creato un codice metrico irripetibile, producendo un deriva di valori identitari che rifiuta categoricamente le attribuzioni associate e rese nude, senza vesti quelle intimità della minoranza, una veste pudica senza eguali.

L’incauto procedimento, ha prodotto uno strappo tra generazioni, incalcolabile e senza eguali, cui la regione storica diffusa arbëreshë, quella ancora incontaminata, non sa come arginare con adeguati mezzi, la perdita dell’antico codice.

Non si riesce ancora oggi a dare senso a quali siano state le vere ragioni secondo cui si è voluta infliggere tale pena alle genti Arbëreshë.

Atteggiamenti senza accortezza indirizzarono presunti ricercatori, tutti uniformati secondo due caratteristiche fondamentali: non aver alcuna capacità espressiva e interpretativa dell’idioma; titoli non idonei per la ricerca in campo storico, metrico, sociale e delle arti verso gli uomini e i territorio dove il Genius Loci degli Arbëreshë, aveva germogliato.

Si è proceduti sin anche dopo aver impattato violentemente con i ricorsi storici, pur di emergere quali “idoli seriali di modelli ignoti”; capitoli di luoghi mai innalzati, e catasti privi di corrispondenza sul territorio, innestando quartieri, rioni, vicinato e Gjitonie come se fossero piante da frutto che dovevano infiorare a primavera.

Come se non bastasse, si è continuato nel tracciare i corsi, i ricorsi e gli avvenimenti della storia e cosa aveva caratterizzato solo alcuni uomini, dell’ambiente naturale Arbëreshë, ritenendoli esclusivamente come episodi circoscritti, sospesi, casuali o disconnessi e senza radice comune.

La formulazione del percorso che in questo discorso sugli Arbëreshë Sofioti si vuole percorrere, segue, come la professione di architetto impone, la metrica e l’entusiasmo delle antiche genti, al tempo in cui formularono richiesta ufficiale per edificare le proprie case con materiali duraturi.

Da questo momento in avanti non più con metodi estrattivi o naturali, attraverso l’uso di materiali deperibili quali: anfratti lungo corsi d’acqua, paglia, rami secchi e argilla esposta alle intemperie, in tutto, ogni cosa che non garantiva vita lunga e solidamente innestata nel territorio.

Nei primi anni del XVI secolo, dopo aver trascorso un breve periodo di confronto e scontro con le genti indigene, i Sofioti, riconosciuti gli ambiti paralleli della terra di origine, per innestare solidamente le proprie radici, ritennero indispensabile elevare e coprire con elementi solidi e duraturi, nei quali conservare e proteggere, dalle intemperie, la propria identità materiale e immateriale.

Che cosa poteva esse più solido di una casa, con elevati in pietra, calce e arena i cui orizzontamenti ordinavano verso l’ingresso, del modulo abitativo,  sovrastando il perimetro elevato con  solide travi, robusti panconcelli, su cui stendere manufatti in laterizio, da adesso in poi capace di risponde ad ogni tipo di avversità naturale o indotta.

A seguito della concessione di stanziamento, ebbe inizio la brillante storia di del casale, poi Katundë e oggi Santa Sofia d’Epiro, per non essere confuso con i comunemente denominati “Borghi”; da quel sette di settembre, del XV secolo in avanti, il centro avrà modo di rendere il suo straordinario valore, escludendo le vicende del agosto del 1806 e dell’ultimo quarto di secolo, che sono da considerare come veri e propri cataclismi da cui ancora oggi non si riesce ad emergere.

Sono molteplici i personaggi nati in quelle solide case, gli stessi che la pongono ai vertici della Regione storica diffusa arbëreshë; eccellenza dal punto di vista sociale, religioso, culturale, scientifico e di impegno per la tutela dell’identità, non  comunemente racchiusi nelle favole, giacché i Sofioti, i “loro valori culturali” sapevano come custodirli e a chi rivolgersi per riverberarli.

Sono gli stessi che in ogni epoca forniscono, quando avvertono che sia indispensabile, l’idoneo potenziale, sia in luce di idee, sia di uomini e di raffinata dedizione, non solo entro i perimetri delle loro case, ma attraverso il principio dei “cinque sensi” con cerchi concentrici invadono gjitonie, rioni, paesi macroaree e la regione storica diffusa Arbëreshë.

Un disciplinare antico, lo stesso che in genere avviene per le capitali, i luoghi di culto meta di fedeli, in tutto, le culle dove si cerca una ragione di vita o una via per ritrovare se stessi e gli altri.

 

XVsecolo:

 

Tra il 1464 e il 1472 due di cinque casali di Bisignano, posti a guardia del confine a est, dei territori della diocesi di Rossano, Santa Sofia Terra e Pedalati furono ripopolati da esuli della diaspora in atto negli anfratti dei Balcani.

Segue………..

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SPAZIO NATURA TEMPO E MEMORIA DEI PAESI DIFFUSI ARBËRESHË

SPAZIO NATURA TEMPO E MEMORIA DEI PAESI DIFFUSI ARBËRESHË

Posted on 25 marzo 2020 by admin

NAPOLI (di Atanasio Arch. Pizzi Basile) – Il Mediterraneo nella storia rappresenta il bacino che unisce, uomini, civiltà, consuetudini, religioni e pratiche di vita differenti.

Le terre a esso prospicienti, in particolare quelle dell’odierna Italia meridionale, sono state le più ambite da tutte le popolazioni in movimento del vecchio continente, non per essere conquistate e distrutte ma per essere vissute.

Ragion per la quale vi trovò approdo Greci, Arabi, Bizantini, Normanni, Longobardi, Francofoni, Ispanici e tante altre popolazioni o dinastie di rilievo; ognuna di essi ha depositato temi unici e indissolubili.

Il valore aggiunto di questa lingua di terra mediterranea, è racchiusa nel dato che essendo  stata stesa alla luce del sole, quando esso viaggia da est a ovest, mitiga i territori e il mare accarezzati in questo bacino.

Va in oltre aggiunto che tutte queste popolazioni, non avendo idee bellicose, nel corso della loro permanenza anno depositato valori, depositando elementi identitari caratteristici che rinforzarono l’identità di questi luoghi.

Per questo, la storia, li considera, quale luogo ideale d’incontro e confronto di religioni, gruppi sociali e nuove tendenze, tutte queste, attraverso le proprie attività materiali in campo urbanistico e architettonico, unitamente ai valori immateriali, partecipi in diversa misura a renderla “terra irripetibile”.

In questo breve argomento di thema, si vuole mettere in luce il contributo dalla minoranza storica identificata come “Arbëreshë” un tempo Arbëri e ancor prima Arbanon; i discendenti del modello d’integrazione diffusa più solido e vivo del mediterraneo.

Di estrazione Arbanon, gli Arbëreshë sono la dinastia che proviene degli Stradioti (i soldati contadini), ancora presenti nel meridione italiano, con le stesse modalità identitarie caparbiamente conservate e sostenute, secondo la sola forma orale, ritmata dalla consuetudine, la metrica del canto e la religione Greco Bizantina.

Per quanto attiene agli aspetti abitativi, sociali ed economici, la minoranza Arbëreshë, si può ritenere tra i pionieri italiani della “città diffuse” o “impianti urbani Aperti”.

Questi nel corso del XV secolo s’insediarono in questa lingua di terra multietnica, prevalentemente ripopolando casali disabitati posti nei pressi di chiese e a media distanza dai Borghi amministrativi del potere politico, religioso e scambio mercatali.

Si disposero in sette regioni del meridione secondo “Arche strategiche” con finalità ben programmata, realizzando così quella che oggi è identificata come “La regione storica diffusa Arbëreshë”, sedici macro aree, di cui fanno parte oltre cento agglomerati urbani tra paesi (Katundë in arbëreshe) e frazioni (kushëth in arbëreshe) tutte territorialmente distanti dalle aree paludose (Fushëth in arbëreshe).

La caratteristica che contraddistingue gli agglomerati apparentemente disordinati, è racchiusa nella toponomastica e nell’aggregazione del modulo abitativo di base, che si articola lungo lingue di terra ben identificate secondo sistemi, prima articolati e poi in seguito lineari.

Quattro sono gli elementi toponomastici storici dei centri antichi Arbëreshë: gli ambiti del credo, ovvero, la chiesa Greco Bizantina (Kishia); Il promontorio o luogo di osservazione (Bregu);  l’ambito circoscritto di primo insediamento Piazzetta (Sheshi); gli spazi delle attività ed espansione (Katundi).

Sono sempre quattro i toponomi ricorrenti in tutti agli odierni “centri antichi”, l’identico sistema urbanistico aperto, adottato sin anche nelle terre di origine balcaniche.

La conferma di ciò giunge, anche dagli studi e le metodologie, adottate negli schema aggregativo del modulo base Kaliva o Katoj, che gli architetti di Re Calo III° adottarono per accogliere le famiglie di quanti prestarono servizio nelle famosa armata Real Macedone Partenopea dalla metà del XVIII secolo in Abruzzo.

Di sovente i Katundë (paesi arbëreshë) sono comunemente confusi con “Borghi Medioevali”, anche se gli Arbanon, Arbëri e in fine Arbëreshë, quando vivevano nella propria terra di origine, in questa epoca non hanno mai fatto uso ditali apparati in senso di città chiusa; essi realizzavano i propri sistemi abitativi a stretto contatto con il territorio agreste, in cui il modello Katundë esigeva la misura diretta con il territori, risorsa indispensabile, che si rinnovava ogni anno e senza barriere o confinamenti di sorta.

Oltre cento tra paesi, frazioni e casali furono ripopolati dal XV secolo fuori dai centri di potere dei borghi, da cui dipendevano; una tessitura urbana identificabile nel rione romano dal punto di vista espansivo, mentre per quanto riguarda le architetture e gli aspetti sociali attingeva della radice greca,

La differente mentalità nel modo di insediarsi rispetto agli indigeni locali, non sempre, dagli storici è stata intercettata con successo, infatti, comunemente si confonde il modello sociale di mutuo soccorso degli indigeni, “il Vicinato” con quelli dei cinque sensi e di ricerca dell’antico ceppo familiare arbëreshë, detta “la Gjitonia”, ritenendoli identiche, equipollenti o simili.

I Vicinato e la Gjitonia, sono due modelli sociali ben distanti e pur se coabitando ambiti simili sono diametralmente opposti:

Il Vicinato, genericamente interessa la fascia mediterranea che da Est ad Ovest  comprende l’Abruzzo sino alla punta più a sud della Sicilia; coinvolge similmente tutte le popolazioni della Grecia più ad Est, sino alla punta più estrema della penisola Iberica, unendo in questo ambito, individui di radice dissimile,  in cooperazione sociale genericamente sotto il controllo del “commarato o mutuo soccorso”;

La Gjitonia sono gruppi familiari allargati che s’insediano nelle stesse aree, secondo disposizioni su trattate; macchina sociale precostituita, in cui ogni elemento o gruppi di elementi ha ben chiaro il ruolo da svolgere, diritti e doveri per la sostenibilità dei gruppi, in armonia e nel pieno rispetto del territorio;

Ponendo a confronto i valori spaziali dei nuclei urbani monocentrici degli indigeni e quelli policentrici Arbëreshë, si comprende quale sostanziale differenza distingueva quanti s’insediarono in fuga dalle terre d’oltremare e chi già in quelle terre dimorava.

Tornando alla storia del nostro Katundë arbëreshë, va rilevato che dopo un periodo medio breve di confronto e scontro, con gli indigeni locali, iniziarono a edificare le prime case in muratura, prima modeste, in cui gli elementi fondanti erano: il recinto, la casa e l’orto botanico, un micro ambito circoscritto idoneo a soddisfare le esigenze dal gruppo familiare allargato e dei suoi animali domestici o da lavoro e trasporto.

È in questo spazio “micro stato” che avviene il miracolo di gjitonia, è la conseguente mutazione della “famiglia allargata”, in “urbana diffusa” e poi, in tempi più recenti fa parte del sistema, ” metropolitano/multimediale”.

Il modello sociale cambia la sua funzione secondo le mutazioni dei processi economici, sviluppatisi dal XV al XVIII secolo, quando i moduli abitativi quadrangolari a piano terra, è stato sovrastato un piano superiore, poi il conseguente frazionamento ereditario conseguenza, della sopraggiunta “famiglia urbana”, prende in prestito dagli indigeni i noti e indispensabili profferli, per disimpegnare le proprietà.

Il terremoto del 1783, e la posizione regia, dettano nuove regole per l’innalzamento e i posizionamento dei nuovi fabbricati, o quelli da recuperare; in oltre grazie all’abolizione di Cassa Sacra e la conseguente acquisizione di territori da parte di molte famiglie che le portarono a regime produttivo, nasce una nuova classe sociale che per le risorse economiche incassate, si distingue nei noti palazzotti nobiliari, con segni dell’architettura del rinascimento architettonico.

Gli stessi segni e manufatti identificativi che le classi meno abbienti emulano con superfetazioni di vario genere inglobando gli antichi profferli, trasformandoli in volumi di pertinenza nei pressi delle proprie abitazioni.

Nonostante la crescita economica e l’insinuarsi dei nuovi presupposti sociali e della comunicazione, oggi rimangono poco meno di cento Katundë Arbëreshë, i cui centri antichi,conservano interessanti episodi in forma materiale e immateriale: edifici, sonorità linguistiche, artistiche e religiose, sono il patrimonio con il quale allevare le muove generazioni, secondo precisi e antichi principi di accoglienza e cooperazione con indigeni locali; a noi buoni osservatori spetta il compito di vigilare come avviene il passaggio dei  dettami con le nuove generazioni al fine che nulla dell’antica consuetudine, dell’idioma, della metrica e della religione sia travisato o deposto non il linea con la “PROMESSA DATA”.

P.S.

L’immagine ritrae ed è offerta dalla Dottoressa Martina Lavriani di Santa Sofia D’Epiro (CS)

Didascalia:

Atanasio Arch. Pizzi l’Arbëreshë: il rilievo architettonico storico Mediterraneo, la ricerca, la sostenibilità ambientale e il costruito dei cinque sensi; sono il progetto per il futuro sostenibile.

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BREVE STORIA DEI  KATUNDË ARBËRESHË

BREVE STORIA DEI KATUNDË ARBËRESHË

Posted on 23 marzo 2020 by admin

Breve storiaNAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – La storia ci insegna che spesso ogni cosa buona è stata distrutta per essere in seguito faticosamente ritrovata e raffermata; questo travaglio ha interessato anche i Katundë arbëreshë, il cui costruito storico, oltre alle vicende li avvenute, sono state distintamente compromesse, oggi spetta allo spirito di buon senso di quanti vivono, questa pena riaffermare e rendere giustizia al principio storico citato.

La minoranza storica definita dall’odierna letteratura come, Arbëreshë affonda le sue origini nella costituzione dei themati, quando la capitale dell’Impero era Costantinopoli.

Nota  l’estensione  dell’impero, i themi di confine rappresentavano la linea più delicata del nuovo sistema, ovvero, la cui gestione dei confini, non più come ai tempi Roma capitale, fu realizzata secondo un nuovo modello territoriale,  in cui, per tenere ben difeso e saldo il confine territoriale, venne istituita la figura dello stradiota, “il soldato contadino” secondo un antichissimo modello di radice  centro europea.

È in questo periodo della storia, che si può ritenere, senza perdere il senso del discorso, sia messo in evidenza e affinato il gruppo familiare allargato, che poi ritroviamo riassunto nelle pagine Kanuniane.

Gruppi familiari allargati fedeli al governo centrale, il quale affida consistenti porzioni di territori di confine e non solo, da difendere e nello stesso tempo  coltivare e rendere produttivi, la metodica trovò forte applicazione anche nelle storia  della solida Venezia e in seguito nel corso dei secoli, in numerosi frangenti, il modello, venne applicato con le stesse dinastie,  prevalentemente erano di origine Balcanica, avendo come risultato sempre la difesa di territori in continua disputa.

Ed è su questi brevi accenni storici che si deve indagare, dalla fine del medio evo e l’inizio della storia moderna, per estrapolare cosa sia avvenuto e caratterizzato unitariamente gli agglomerati urbani della Regione storica diffusa Arbëreshë, dal resto dei paralleli, terrestri, che attraversano da est a ovest il mediterraneo.

Oltre cento paesi, uniti dallo stesso idioma, posizione altimetrica, geografica, toponomastica, consuetudine e religione, nascono e senza soluzione di continuità progrediscono sino ad oggi, se si esclude un esempio malamente interpretato da istituzioni e tecnici.

Tuttavia, focalizzando ulteriormente , con brevi accenni, l’aspetto religioso, in specie almeno fino al concilio di Trento, le politiche ecclesiali, sono state imposte secondo prerogative romane attraverso rotacismi religiosi, poi dal 1742 con l’istituzione del Collegio Corsini, che doveva lanciare aperto il solido balcone clericale, da cui liberare una treccia di “matrimonio” con l’ortodossia più radicale orientale.

Nonostante tutto ciò gli arbëreshë hanno tenuto solide le proprie radici, con sacrifici e patimenti immani, proprio come i soldati stradiotti facevano in quelle battaglie, quando nei confini resistevano agli invasori in soprannumero, solitari ed imperterriti, nel mentre i rinforzi delle truppe bizantine giungessero a regolare i conti con i malevoli invasori.

Tornando alla storia del nostro Katundë arbëreshë va sottolineato che dopo un periodo medio breve di confronto e scontro iniziarono a edificare le prime case in muratura, prima modeste e riferendosi al solo territorio di pertinenza, il recinto, la casa e  l’orto botanico, solidamente ed esclusivamente abitato e usato dal gruppo familiare allargato e dei suoi animali domestici. da lavoro e trasporto.

È in questo spazio circoscritto che avviene il miracolo di gjitonia con il passaggio della famiglia allargata, in urbana e poi, per così dire, “sinteticamente metropolitana”.

Il modello sociale cambia la sua funzione in relazione ai processi economici e che si sviluppano dal XV al XVIII secolo, quando i moduli abitativi quadrangolari a piano terra associano un paiano superiore prima e poi in seguito per le disponibilità della famiglia urbana, associano i famosi profferli per distinguere e godere dei frazionamenti ulteriori.

Il terremoto del 1783, detta nuove regole di edificazione e consente grazie all’acquisizione di terreno sino ad allora della chiesa, ed ecco che nasce una nuova forma sociale che consente di innalzare i noti palazzotti nobiliari con segni dell’architettura del rinascimento.

Fino a questo tempo gli arbëreshë sono stati lasciati operare secondo il proprio essere e le proprie leggi sociali, di confronto linguistico e religioso, è solo dopo l’unità d’Italia che ha luogo la deriva che oggi irreparabilmente viviamo e cui si dovrebbe prendere provvedimento.

In caso di emergenza oggi si chiederebbe l’intervento della P.C.N. ma è meglio che gli arbërehsë facciano da soli e diano mandato alla persona più emblematica del proprio gruppo familiare come facevano ai tempi degli stradioti; visto come abitualmente si muovono, gli emergenziali nazionali, i quali, magari  “udendo di deriva storica”, e traducendo tutto in acqua e terreni sciolti in movimento,  si presentano  come hanno già fatto, con una carovana di camion e portano i soliti tubi tubi,  negli ambiti arbëreshë; terminando per fare guai peggiori di quelli che abbiamo gia; d’altronde per loro una volta intervenuti  devono trascorrere i quattro decenni istituzionali per non pagare pena.

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UNITI PER UNA SOLA E INDIVISIBILE PARLATA DELLA REGIONE STORICA DIFFUSA ARBËRESHË

UNITI PER UNA SOLA E INDIVISIBILE PARLATA DELLA REGIONE STORICA DIFFUSA ARBËRESHË

Posted on 21 marzo 2020 by admin

L'uomoNAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – Facciamo le cose per bene, almeno per una volta, invece di andar per cantine  a riversare vino che per la poca accortezza manuale, diventi aceto, come dicevano le eccellenze del passato, G. S., o E. F..

Cerchiamo di iniziare non dal basso e ne dal l’alto ma dalla vita terrena, ovvero da dove si sarebbe dovuto iniziare tanto tempo addietro, ovvero, l’identificazione del corpo umano, solo in questo modo la lingua Arbanon, poi Arbër e oggi Arbëreshë, come avvenuto per unificare idiomi di nazioni con superfici consistenti e che non avevano una regola unitaria, ha avuto inizio  identificando il  corpo umano di quanti storicamente condividevano quei territori.

Non si vuole inventare nulla di nuovo, ma semplicemente attingere una metodica basilare, come hanno fatto gruppi etnico di aree ben più estese della regione storica meridionale,in cui,  descrive e riconosce se stesso  ha funzionato e dopo secoli sono solidamente coesi e si riconoscono in quel dato di radice.

Altro dato fondamentale è rappresentato dall’edificato storico della sua dimora primitiva o modulo di base e i suoi elementi costitutivi r distributivi, per passare in seguito ai prodotti dell’orto botanico, a tutela della salute; ampliando la prospettiva d’indagine verso la definizione dell’ambiente naturale e le attività di produzione di sostentamento; in fine gli appellativi degli animali domestici oltre  quelli dell’operosità sui campi.

Già adesso il compito è arduo, giacché sono mutati i sistemi produttivi e di confronto, ma sicuramente nessuno dei paesi della regione storica arbëreshë di tutte e sedici le macro aree meridionali degli oltre cento paesi, che hanno memoria della loro radice, non possono allontanarsi troppo nel riconoscere univocamente in questi appellativi la propria radice.

Non è concepibile diversificare le parlate locali e creare una confusione di appellativi, in cui si pone in evidenza, solo cosa divide e non cosa unisce la minoranza storica più longeva del mediterraneo.

Qui di seguito si elencano e si accennano in italiano cosa va tradotto e senza ombra di dubbio alcuno nessuno avrà accento da aggiungere.

Capitolo I°    : IL CORPO UMANO; Anca, Braccio, Cuore, Destra, Gola, Mano, Naso,ecc., ecc.

Capitolo II°   : LA CASA; Porta, Finestra, Muro, Pavimento Solaio Piano, Camino, ecc., ecc.

Capitolo III°: L’ORTO BOTANICO; Aglio, Alloro, Basilico, Erbe, Finocchio, Mandorlo, Gelso, ecc., ecc.

Capitolo IV°: L’AMBIENTE NATURALE; Terra, Campo, Seminato, Strada, Fontana

Capitolo V°: ANIMALI DOMESTICI, DA LAVORO E LIBERI IN NATURA; Cane, Agnello, Asino, Buoi, Galline, Rondini, ecc., ecc.

 

Chi ha voglia di segnare la retta via con metodo e secondo gli insegnamenti della storia, può inviare il suo contributo di appellativi in italiano e scritti in arbëreshë (Scritti entrambi con l’alfabeto dell’italiano corrente) al fine di contribuire al progetto che ambisce ad unire quanti sanno e sono stati lasciati ai margini di questo percorso che doveva essere diffuso e non lo è stato.

In tutto lavorare tutti uniti secondo un progetto che ha tutte le carte in regola per lasciare un segno indelebile verso il quale tutti noi ci riconosciamo e non fare come chi senza licenza edilizia attendono il condono, pur sapendo che in caso di evento tellurico si vedrà la casa stesa irreparabilmente al suoli, gli uomini possono anche ignorare e ritenere che tutto passa e va, la natura NO!

 

P.S.

Oggi inizia Vera! l’Estate per gli arbëreshë che vivono secondo l’armonia dei cinque sensi , quella pura , “intima”; quanti vivono secondo questo elemento distintivo sono le figure invitate perché i soli capaci di ascoltare e sentire questo invito,  auspicio di luce per le cultura e la convivenza, mai illuminata  perché preferita all’ombra dello scorrere del tempo.

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IL CORPO UMANO, LO STATO, LA CASA, L’ORTO E GLI ANIMALI PER LA SOSTENIBILITÀ  CURMI, SHËSHI, SHËPIA, COPSHËTI, TËBUTURATË SATË SHËNDESËTH

IL CORPO UMANO, LO STATO, LA CASA, L’ORTO E GLI ANIMALI PER LA SOSTENIBILITÀ CURMI, SHËSHI, SHËPIA, COPSHËTI, TËBUTURATË SATË SHËNDESËTH

Posted on 20 marzo 2020 by admin

IL corpo umanoNAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) –  Il problema dell’identità è una delle questioni più difficili da affrontare nei contesti di una società come quella contemporanea, che pur se globalizzata va alla ricerca di tradizioni o episodi in forma materiale ed immateriale che  caratterizzi un ben identificato gruppo.

Nel meridione Italiano chi vive questa endemica vicenda è la minoranza storica denominata Arbëreshë, questa oggi, scandisce il suo “vissuto storico” tra episodi indigeni e quelli della propria radice, senza avere cura e memoria di cosa gli appartiene e quanto sia stato preso in prestito.

In questa prospettiva, dunque, nasce la necessità di disegnare un quadro di riferimento semplice e ben definito, attraverso il quale individuare “la matrice” quella in grado di essere parte integrante, in una prospettiva di appartenenza multiculturale e nel contempo capace di for­nire le coordinate necessarie al vivere civile, avendo ben cura di non uniformare popoli.

La questione dell’identità, intesa come valore descrittivo non solo dei singoli, ma anche e soprattutto come impronta costitutiva della comunità e della cultura che la caratterizza­, si può quindi proporre come oggetto d’interpretazione e di analisi critica, oltre che come elemento di costruzione della personalità storica di un ben identificato gruppo culturale.

E in quest’ottica di confron­to continuo, entrano in gioco le tradizioni e ciò che caratterizza il gruppo, solo queste possono costituire un fattore importante sia per la comprensione delle dinamiche costitutive delle differenze, sia come elemento di stabilità e di radicamento capace di consentire l’integrazione e l’acco­glienza delle alterità.

Non vi è dubbio che i luoghi vissuti da diverse personalità sociali e culturali, lì sviluppano e lì abitano nello scorrere del tempo, diventino l’elemento fondante di una riflessione condivisa con le identità, che di fianco scorre.

 

“Nulla nasce dal nulla;

ogni storia ha sempre una preistoria, nasce da una storia e prelude a un’altra storia”

 

Con queste parole Giu­seppe Galasso è riuscito a esprimere in modo lapidario la ne­cessità dell’uso della memoria, pensata e condivisa, esistenza delle identità collettive prime e individuali poi.

Accomunate da senso di appartenenza successivamente, vanno analizzate secondo prospettive di storicità primitiva e discernere cosa le è stato arbitrariamente assegnato.

In oltre il tempo ritmato tra globalizzazione e campanilismi per identificare l’oggetto della riflessione storiografica pone problemi nuovi e di non immediata soluzione.

L’omogeneità dei luoghi violentata dall’inconsapevolezza della politica economica, ignara del filo logico fornito delle carte storiche a tutela, del restauro dello stato dei luoghi, li ha resi protagonisti di prima linea, nell’usufruire del banale atto dell’abbellimento formale, specie quando lo sviluppo economico poneva nelle loro disponibilità consistenti risorse economiche.

Il risultato forse è in linea con le esigenze della spazialità contemporanea e con i processi di riconoscimento comunita­rio, rintracciabili nella società del consumismo odierna, ma l’usa e getta per poi rifare non è adatto per le originarie essenze o la memoria,  depositata ai margini del progetto e talvolta la prima ad andare in discarica, giacché ritenute poco adatte ad una modernità che porta nell’ignoto.

La connotazione delle diverse macro aree, dal punto di vista amministrativo, non sempre si dimostra capace di disegnare un ambiente nel quale i cinque sensi arbëreshë siano in grado di rintracciare i tratti distintivi necessari a intraprendere lo storico percorso identitario.

Percorrendo la storica via del complesso meccanismo condiviso, non è facile riuscire a emergere con coerenza in tutta la regione storica e adagiare l’immateriale e il materiale di appartenenza indispensabili ingredienti al ripetersi in armonica coerenza.

La dimensione globale dei paesi o Katundë arbëreshë ha contribuito in ordine fondamentale nel Mezzogiorno peninsulare con particolare pregnanza in ben determinate e identificate aree parallele.

Queste sono e costituiscono il luogo di ricerca, realizzazione di progetti e cosa fondamentale, che ad oggi manca , di confronto dell’analisi prodotte di quanti si si sono occupati con quelli che si occupano di ricucire i processi, politica, sociali religiosi e linguistico/consuetudinari di questi territori.

Ed è proprio nel confronto in lingua di macro area tra quanti vissero e vivono oggi, dalla capitale del regno sino all’angolo più sperduto della regione storica, che dovrebbe partire il progetto su cui edificare il contesto della realtà meridionale attraverso una alternanza serrata tra panorama geo/economico, strutture politiche e istituzionali e dimensione culturale e sociale.

In questa continua connessione tra l’idea del centro e quella di un tessuto periferico dovrebbe nascere il polo di attrazione, quel presidio ideale da cui avere gli ingredienti fondamentali per innalzare la “storia locale”.

Il territorio rappresenta la piattaforma della scienza storica, non vi è dubbio che la percezione della collocazione spaziale, in relazione con i legami identitari di appartenenza assumono un ruolo importante nella ricostruzione locale anche quando vennero innalzati i primi modelli edilizi, che rappresentano gli scrigni, o meglio le culle dove allevare la propria identità.

I termi “cultura” e “società” sono gli ingredienti più abusati nelle pagine di quanti fanno ricerca al giorno d’ggi, utilizzate diffusamente per disegnare il quadro del vivere e del sen­tire delle popolazioni attraverso relazioni dialettiche, comportamenti e ideologie delle quali poi non si creano mai momenti di confronto e affinamento.

Non vi è dubbio che il tratto ricorrente con regolare cadenza nell’analisi delle comunità meridionali, alle Tanto spazio ha dedicato l’antropologia storica, verso la presenza di una forte confronto tra gruppi con la sfera maggioritaria sia dal punto di vista comportamentale sia sociale/linguistico sia sacro, cristiano che bizantino.

Un nesso che non si esaurisce certamente nella tradizione tramandata nel caso degli arbëreshë attraverso una lingua ignota e senza alcuna forma scritta, identificandosi e dipendenti alla Chiesa bizantina impostata dalla terra di origine ma di cui trovarono intrisi i luoghi da loro intercettati per essere bonificati e vissuti.

Essi estendono i comportamenti entro i limiti imposti dalle forme istituzionali della religione, per addentrarsi in un universo nel quale hanno trovato lo spazio per la sopravvivenze di antiche tradizioni e devianze, in un coacervo di devozione e superstizione che ha costituito uno dei tratti distintivi della società arbëreshë, la più penalizzata e compromessa in tal senso.

Una specificità che ha fatto sì che molti studiosi siano finiti nel libero arbitrio, durante le analisi del contesto del Sud dell’Italia; specie nel legame tra antico e popolare in una chiave evocativa, producendo un intreccio allegorico che non sempre trovato riscontro, non essendoci stata  rivolta la giusta attenzione verso il ruolo delle istituzioni e delle strutture ecclesiastiche.

Perché l’approccio all’osservazione delle comunità possa davvero arricchirsi della vera storia, essa non può in alcun modo prescindere dalle condizioni ambientali, dalle caratterizzazioni immateriali,  dai rapporti sociali ed economici prodotte da situazioni e comportamenti sviluppati nel corso dei secoli.

La necessità del luogo, accanto alla consapevolezza dell’evoluzione, viene in questo modo a determinare il percorso metodologico necessario alla ricostruzione di qualsiasi identità.

Se nel Mezzogiorno appare costante la presenza, attiva e operante, di una minoranza capace di caratterizzare il territorio e la sua storia, essere e sentirsi parte attiva nel percorso di tutela e crescita della società, deve nel contempo mantenersi viva la sua tenuta morale e gli stili di vita della sue popolazioni, è necessario anche soffermarsi su di un tempo specifico della evoluzione del loro tessuto connettivo, capace di identificare i passaggi periodizzanti che diano una connotazione effettiva al legame dell’oggi con le sue radici.

È chiaro che i limiti cronologici della storia in senso generale, non  devono solo seguire  la regione storica o le sue sedici macro aree, ma per l’intera penisola meridionale italiana e le terre di origine.

Va cercato il punto comune di tutta la regione storica, in buona sostanza amalgamare  uomo territorio e risorse utili al sostentamento di una radice antica, tramandata oltre modo nella sola forma orale e senza alcun segno, se non quelli delle impronte,  dalla l’operosità tipica.

Una fase sospesa che parte dall’Alto Medioevo, nella quale segnalare le attività seguendo le sfumature dei confini esistenti tra la sfera civile e la sfera economica, una prospettiva che apre una finestra condivisa, o meglio creare un senso di appartenenza unitaria, che unisce e non divide il tessuto sociale.

Proprio per questo motivo, mantenersi in vita nel periodo storico nel corso del quale si sono poste le basi della percezione tra individui, ci doveva essere una parlata unica che non creava ne squilibri ne doppie interpretazioni per questo l’analisi di approfondimento che si sta eseguendo è finalizzata seguendo le orme dalle quali la preistoria, da una storia e il preludio di un’altra storia” appellava per descrivere il territorio Sheshi (lo stato), il corpo umano (l’individuo), l’orto copshëti,(la farmacia) gli animali domestici capshërat (risorsa alimentare e forza lavoro collaborativa essenziale).

Questa è la radice da cui partire, non ci sono altre vie ed è inutile  sprecare tempo immaginando che la Sapienza Orientale, seduta tra le rive del, Settimo e del Surdo”  a bighellonare possa trovare altre soluzioni diversi da quella di descrivere se stessi e gli ambiti di attesa.

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ROTOLI DI CARTACAPRA  (Thë mbjedurë e Dijes)

ROTOLI DI CARTACAPRA (Thë mbjedurë e Dijes)

Posted on 17 marzo 2020 by admin

Capra1NAPOLI (Atanasio Basile Pizzi) – Avventurarsi in disquisizioni di lettura cromatica con scenario la regione storica arbëreshë, se non idoneamente capaci nel distinguere cromatismi e sfumature, si finisce di scambiare il cielo con la terra e i generi con l’ambiente naturale.

La nota vuole redarguire con forza e determinazione, quanti hanno imprudentemente e impunemente scambiato diplomatiche, ai tempi in cui le notazioni si stilavano su carta canapa.

Gli arbëreshë per oltre quattro secoli hanno mantenuto viva la propria identità in senso idiomatico, culturale, religioso, esclusivamente in forma solenne e orale; essi hanno superato guerre, invasioni, carestie, terremoti, rivoluzioni, ancora guerre e ogni sorta di avversità naturale o indotta dagli uomini, ciò nonostante, dopo l’unificazione dell’Italia, inizia a smarrire la rotta con andamento pericoloso e deviante, non per colpa di altrui, ma per l’errata inculturazione adottata in forma scritta, artificio ignoto alla minoranza ma utile agli indigeni per copiare e riportare le altrui idee.

Il picco del degrado è raggiunto a seguito dei processi industriali e le migrazioni verso le città dalla fine degli anni sessanta del secolo scorso.

Ciò che più lascia perplessi è l’indifferenza dei presidi storici preposti per la tutela culturale, proprio i saggiamente predisposti localmente con dovizia per la difesa dell’irripetibile modello sociale linguistico e consuetudinario in evoluzione.

Sant’Adriano, ma non il Santo, ha forgiato comunemente figure che avrebbero dovuto fare tutela, tuttavia l’ostinazione a ricercare, giudizi legali e processi evolutivi dell’idioma in forma scritta, ha lasciato al libero arbitrio aspetti materiali ed immateriali unici nei generi e di cui rimangono solo esili frammenti.

Il fenomeno s’intensificò quando agli inizi degli anni sessanta, del secolo scorso fu elevato tra i torrenti Surdo e Settimo, un presidio che avrebbe dovuto modificare il senso della deriva, ma l’incapacità culturale, figlia della poca preparazione, ha fatto si che quelle acque genuine prendessero la stessa direzione “Adriana e delle sue pertinenze”.

Si potrebbe ipotizzare che l’errore più grave sia stato fatto quando “i soliti prescelti”, inforcata la cattedra come condottieri, invece di segnare e diffondere certezze da bravi cavalieri, hanno preferire creare una muraglia di difesa della propria posizione per evitare di perdere l’aureola culturale precompilata, evitando con ostinazione a predisporre il ben che minimo progetto di tutela indispensabile,  a quel tempo, per ricucire passato presente e dare la linfa ideale per distinguere carta pecora dalle diplomatiche in senso di Kanun di radice in themi.

Forse questo è pretendere troppo, da semplici titolati,  incaricati di fare cose solide e durature, purtroppo i curricolari con poco più di venti esami (pergamena di basso livello istituzionale) ritenute in mani loro come eccellenze locali, si sono rivelate le meno adatte ad assolvere l’incarico di ricerca storica e tutela delle macro aree minoritarie.

Se a oggi non si comprende ancora cosa distingua il principio di regione storica, dal nomadismo delle popolazioni, è un grave errore e se quanti inforcarono quelle cattedre, appellano secondo un misero sostantivo indicatore di nomadismo, la regione storica è segno che ancora la deriva, continua imperterrita e devasta, restringere, consumando imperterrita il senso culturale della minoranza.

Svolgere certe attività non basta solo possedere un titolo generico o di medio valore in esami fondamentali, giacché servono esperienza di ricerca sul campo, l’unica a rendere merito e sviluppare ingegno, capacità imprenditoriale e cognitiva:

E’ solo dopo questo iter, più volte ripetuto, ad acquisire l’idonea visione di analisi, non ipotizzabile partire dal basso e sbagliare per poi “sbagliare” con la speranza che un giorno arrivi Peppino dalle Galassie per indicarti la diplomatica da cui copiare e trascrivere in cartapecora.

Ed è proprio questo l’anomalo dato che non ha consentito di realizzare progetti multi disciplinari indispensabili per restituire una visione generale del fenomeno minoritario, ancor oggi studiato secondo piccoli episodi locali disconnessi tra loro, oltremodo inutili, anzi penalizzano, disturbano e fanno perdere tempo a quanti, oggi, si adopera nella ricerca “unica e indivisibile”.

Questo ha prodotto un vuoto culturale incolmabile, in altre parole, l’assoluta mancanza di figure con cui comparare i nuovi progetti di ricerca, perché la maggior parte dei così detti formati, acquisto il titoli, o equipollenti di estrazione locale,  si rintanano nell’insegnamento di natura primaria e secondaria delle scuole dell’obbligo, non producendo alcuna maturazione storico/culturale, accadendo che: nel misurarsi con ragazzini, adolescenti o analfabeti locali, seguono inesorabilmente, senza averne cognizione, la buia trincea cognitiva“Adriana e delle sue pertinenze”.

Una società paragonata ironicamente dal mondo della cultura come il riversamento dei concetti in forma di aceto in presidio dipartimentale che attende che l’aceto diventi vino, con  cui poter solidarizzare tutto ciò che la piena degli inopportuni trascina.

Se questo non è un dato comprensibile e rendere con cognizione di causa, la misura di quale attenzione garbo e dedizione sia stata volt allo studio e alla ricerca delle tappe, che hanno distinto la regione storica, dal resto del continente, basta affacciarsi e prendere atto o lettura, dei prodotti editoriali attuati dagli anni sessanta del secolo scorso a oggi.

L’azione di questo breve, vuole cambiare l’anomalia in atto avendo quale campo di riferimento, da cui partire e tracciare i canoni ricerca o progetto storico; i riferimenti di temi; gli stradioti; l’unificazione dell’impero romano con capitale Costantinopoli, focalizzando in particolare il tempo in cui venne  ristretto nell’area dei Balcani.

In conformità a quanto su citato, proseguire indagando, la minoranza mediterranea, puntando sulle origini radicate allo spirito delle leggi, degli statuti, delle ordinanze e il senso del lavoro, quale lotta faticosa con la natura secondo la manualistica basata sul diritto bizantino, lo stesso che legava normative militari e contadine, ponendole al centro degli interessi dello stato.

Genericamente ad oggi non esiste prodotto editoriale di  senso finito, se poi vi dovesse capitare di osservare, leggere, confrontare cosa circola nel modo enciclopedico, sottoscritto dai su citati o nei wichiwand di libera interpretazione, c’è da rimanere a dir poco perplessi, basiti, anzi indignati.

Quest’anno l’estate dei “liberi e delle libere Stoljiate” è già terminata a causa dall’emergenza sanitaria, ma quanto prima, questa come tutte le cose brutte passera, speriamo che si porti via tutte le ilarità prodotte in passato e nascano nuovi germogli di buon senso, gli stessi che la regione storica attende da ormai troppo tempo perche le forze sono esigue e occorrono nuove energie colturali, quelle che sarebbero dovute nascere nei dipartimenti per tessere quella tela raffinata a quattro mani capace di fermare e inglobare tutto quello che possa far vivere il sapiente ragno tessitore.

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LE CAPRE VANNO PER VICINATO E DIOGENE VIVE I CINQUE SENSI TIPICI DELLA GJITONIA.

LE CAPRE VANNO PER VICINATO E DIOGENE VIVE I CINQUE SENSI TIPICI DELLA GJITONIA.

Posted on 14 marzo 2020 by admin

indemoniatiNAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – Il modello linguistico consuetudinario per eccellenza e precisamente quello adottato dalle genti che vissero nei pressi o a breve distanza, dal bacino mediterraneo, riconosciuti dalla storia come: Arbanon, in seguito Arbëri e in fine Arbëreshë, rappresenta il più enigmatico e complicato sistema sociale,  ignoto a quanti vanno marenghi immaginando che la cartacapra da risposte.

Oggi chi ha ereditato l’inestimabile valore storico, vive all’interno della Regione Diffusa del Mezzogiorno Italiano, supportato  comunemente,  riguardo l’aspetto linguistico, da quanti vivono le antiche terre d’Albania secondo i limiti di un tempo.

La caparbia popolazione consuetudinaria, rappresenta, o meglio è un esempio trasversale dell’enunciato secondo il quale la storia sia depositata in tomi o comunque nelle archiviazioni scritte in forma, documentale o cartapecora.

Per certi versi il principio potrebbe essere un valido supporto per la ricostruzione delle epoche e delle ere del passato, ma non è certo il vangelo, o la regola che vale per tutte le dinastie del passato, specie quando a scrivere a trascrivere e riportare, sono propri quanti formati secondo canoni clericali, poi di dogeniana memoria, non facendo mai emergere i comuni  o i testimoni che ereditavano i motivi del segno di croce, conservando ben altra memoria.

Nascere all’interno di una culla sociale senza confini come quella arbëreshë “la Gjitonia e in conseguente sistema urbano e architettonico, consente di avere doti ineguagliabili, attraverso le quali, la capacità di lettura di cosa ti circonda, si affina e consente di riconoscere cosa è utile per per ricostruire secondo presupposti ereditari; non sono certo i titoli subito portati a casa, questi ultimi, pur se necessari, non sono fondamentali per tradurre e comprendere o avere consapevolezza  per distinguere con grazia, saggezza, garbo e giudizio, ciò che ti appresti a cogliere.

A tal fine è bene precisare che vanno evitate le campagne di confronto con quanti millantano e impropriamente si considerano i conservatori di una tradizione antichissima, senza averne alcun titolo, in quanto, si finirebbe inesorabilmente a perdere la rotta non riuscendo più a definire “l’unica storia” che va ricercate per calettarla perfettamente poi con gli avvenimenti del passato.

Nelle vicende che accomunano la lingua, la consuetudine, la metrica del canto e la religione greco bizantina degli arbereshe, per lungo tempo si è ritenuto che fondamentali fossero la ricerca delle parlate delle favole e dei testi clericali della minoranza storica, questi espedienti specie se usati senza ordine e ne grado, hanno fatto più danno negli ultimi decenni che in millenni di storia.

Le civiltà più antiche della storia degli uomini, sono state sudiate attraverso le architetture e i segni che queste popolazioni hanno estratto prima ed elevato poi, nei luoghi attraversati, bonificati e vissuti.

Come potevano fare diversamente quanti da ormai sei decenni hanno immaginato che attraverso la definizione della lingua con quanti hanno preferito la fucina degli invasori poter ricostruire un segno tangibile dell’identità arbëreshë.

Come potevano esimersi da errori grandi come le corna di una capra, senza i principi di conoscenza, consapevolezza, cognizione o idea del [no…..s] o del [ger….ko], capacità di lettura di thema o di [so..to co…no]; è normale che poi si vergognassero persino del trattato di  “Besa” Kanuniana o del concetto del clan di famiglia allargata, immaginando vergognosa culturale, un po’ come vergognarsi delle proprie madri perché vestono in tema di Stolja.

Ripercorrere la storia della minoranza più numerosa del meridione italiano, non è stato una cosa semplice, giacché la definizione della sua origine, partendo dai soli stato di fatto odierni, richiedeva almeno un’altro punto per tracciare una retta secondo una ben identificata direzione, ma una volta intercettato il secondo punto, in questi giorni di esilio forzato, ha reso tutto più limpido e chiaro avendo ormai la direzione, si tratta solo di camminare e scegliere cosa è genuino raccogliere e dare in pasto alle pecore cresciute nella mangiatoia del “sordo” e del “settimo rigagnolo” , ma questa è un’altra storia ancor più penosa e indicibile.

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