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SPAZIO NATURA TEMPO E MEMORIA DEI PAESI DIFFUSI ARBËRESHË

Posted on 25 marzo 2020 by admin

NAPOLI (di Atanasio Arch. Pizzi Basile) – Il Mediterraneo nella storia rappresenta il bacino che unisce, uomini, civiltà, consuetudini, religioni e pratiche di vita differenti.

Le terre a esso prospicienti, in particolare quelle dell’odierna Italia meridionale, sono state le più ambite da tutte le popolazioni in movimento del vecchio continente, non per essere conquistate e distrutte ma per essere vissute.

Ragion per cui vi trovarono approdo Greci, Arabi, Bizantini, Normanni, Longobardi, Francofoni, Ispanici e tante altre popolazioni o dinastie di rilievo; ognuna di essi ha depositato temi unici e indissolubili.

Il valore aggiunto di questa lingua di terra mediterranea, è racchiusa nel fatto che essendo  stata stesa alla luce del sole, quando esso viaggia da est a ovest, mitiga i territori e il mare che accarezza in questo bacino.

Per questo la storia, li considera, quale luogo ideale d’incontro e confronto tra religioni, gruppi sociali e nuove tendenze, tutte queste, attraverso le proprie attività materiali in campo urbanistico e architettonico, unitamente ai valori immateriali, ha partecipato in diversa misura a renderla “terra irripetibile”.

In questo breve argomento di thema, si vuole mettere in luce il contributo dalla minoranza storica identificata come “Arbëreshë” un tempo Arbëri e ancor prima Arbanon; i discendenti del modello d’integrazione diffusa più solido e vivo del mediterraneo.

Di estrazione Arbanon, gli Arbëreshë sono la dinastia che proviene degli Stradioti (i soldati contadini), ancora presenti nel meridione italiano, con le stesse modalità identitarie caparbiamente conservate e sostenute, secondo la sola forma orale, ritmata dalla consuetudine, la metrica del canto e la religione Greco Bizantina.

Per quanto attiene agli aspetti abitativi, sociali ed economici, la minoranza Arbëreshë, si può ritenere tra i pionieri italiani della “città diffuse” o “impianti urbani Aperti”.

Questi nel corso del XV secolo, s’insediarono in questa lingua di terra multietnica, prevalentemente ripopolando casali disabitati posti nei pressi di chiese e a media distanza dai Borghi amministrativi del potere politico, religioso e scambio mercatale.

Si disposero in sette regioni del meridione secondo “Arche strategiche” con finalità ben programmata, realizzando così quella che oggi è identificata come “La regione storica diffusa Arbëreshë”, sedici macro aree, di cui fanno parte oltre cento agglomerati urbani tra paesi (Katundë in arbëreshe) e frazioni (kushëth in arbëreshe) tutte territorialmente distanti dalle aree paludose (Fushëth in arbëreshe).

La caratteristica che contraddistingue gli agglomerati apparentemente disordinati, è racchiusa nella toponomastica e nell’aggregazione del modulo abitativo di base, che si articola lungo lingue di terra ben identificate secondo sistemi, prima articolati e poi in seguito lineari.

Quattro sono gli elementi toponomastici storici dei centri antichi Arbëreshë: gli ambiti del credo, ovvero, la chiesa Greco Bizantina (Kishia); Il promontorio o luogo di osservazione (Bregu);  l’ambito circoscritto di primo insediamento Piazzetta (Sheshi); gli spazi delle attività ed espansione (Katundi).

Sono sempre quattro i toponomi ricorrenti in tutti agli odierni “centri antichi”, l’identico sistema urbanistico aperto, adottato sin anche nelle terre di origine balcaniche.

La conferma di ciò giunge, anche dagli studi e le metodi adottate negli schema aggregativo del modulo base Kaliva o Katoj, che gli architetti di Re Calo III° adottarono per accogliere le famiglie di quanti prestarono servizio nelle famosa armata Real Macedone Partenopea dalla metà del XVIII secolo in Abruzzo.

Di sovente i Katundë (paesi arbëreshë) sono comunemente confusi con “Borghi Medioevali”, anche se gli Arbanon, Arbëri e in fine Arbëreshë, quando vivevano nella propria terra di origine, in questa epoca non hanno mai fatto uso ditali apparati in senso di città chiusa; essi realizzavano i propri sistemi abitativi a stretto contatto con il territorio agreste, in cui il modello Katundë esigeva la misura diretta con il territori, risorsa indispensabile, che si rinnovava ogni anno e senza barriere o confinamenti di sorta.

Oltre cento tra paesi, frazioni e casali furono ripopolati dal XV secolo fuori dai centri di potere dei borghi, da cui dipendevano; una tessitura urbana identificabile nel rione romano dal punto di vista espansivo, mentre per quanto riguarda le architetture e gli aspetti sociali attingeva della radice greca,

La differente mentalità nel modo di insediarsi rispetto agli indigeni locali, non sempre, dagli storici è stato intercettato con successo, infatti, comunemente si confonde il modello sociale di mutuo soccorso degli indigeni, “il Vicinato” con quelli dei cinque sensi e di ricerca dell’antico ceppo familiare arbëreshë, detta “la Gjitonia”, ritenendoli identiche, equipollenti o simili.

I Vicinato e la Gjitonia, sono due modelli sociali ben distanti e pur se coabitando ambiti simili sono radicalmente opposti:

il primo, il Vicinato, genericamente interessa la fascia mediterranea che da Est ad Ovest  comprende l’Abruzzo sino alla punta più a sud della Sicilia; coinvolge similmente tutte le popolazioni della Grecia più ad Est, sino alla punta più estrema della penisola Iberica, unendo in questo ambito, individui di radice dissimile,  in cooperazione sociale genericamente sotto il controllo del “commarato o mutuo soccorso”;

La seconda “la Gjitonia” sono gruppi familiari allargati che s’insediano, nelle stesse aree secondo disposizioni su trattate; macchina sociale precostituita, in cui ogni elemento o gruppi di elementi ha ben chiaro il ruolo da svolgere, oltre i diritti e doveri per la sostenibilità dei gruppi, in armonia e nel pieno rispetto del territorio;

Ponendo a confronto i valori spaziali dei nuclei urbani monocentrici degli indigeni e quelli policentrici Arbëreshë, si comprende quale sostanziale differenza distingueva quanti s’insediarono in fuga dalle terre d’oltremare e chi già in quelle terre dimorava.

Tornando alla storia del nostro Katundë arbëreshë, va rilevato che dopo un periodo medio breve di confronto e scontro, con gli indigeni locali, iniziarono a edificare le prime case in muratura, prima modeste, in cui gli elementi fondanti erano: il recinto, la casa e l’orto botanico, un micro ambito circoscritto idoneo a soddisfare le esigenze dal gruppo familiare allargato e dei suoi animali domestici o da lavoro e trasporto.

È in questo spazio “micro stato” che avviene il miracolo di gjitonia, è la conseguente mutazione della “famiglia allargata”, in “urbana diffusa” e poi, per così dire, ” metropolitana multimediale”.

Il modello sociale cambia la sua funzione secondo le mutazioni dei processi economici, sviluppatisi dal XV al XVIII secolo, quando i moduli abitativi quadrangolari a piano terra, in seguito è stato sovrastato da un piano superiore, poi il frazionamento ereditario conseguenza, della sopraggiunta “famiglia urbana”, sono associati i famosi profferli per disimpegnare le proprietà.

Il terremoto del 1783, e la posizione regia dettano nuove regole per l’innalzamento e i posizionamento dei nuovi fabbricati e di quelli da recuperare, in oltre grazie all’abolizione di Cassa Sacra e la conseguente acquisizione di territori da parte di molte famigli che le posero subito in produzione, nasce una nuova classe sociale che per le risorse economiche incassate, si distingue nei noti palazzotti nobiliari, con segni dell’architettura del rinascimento architettonico.

Gli stessi segni e manufatti identificativi che le classi meno abbienti emulano con superfetazioni di vario genere inglobando profferli, cosi come pertinenze nei pressi delle loro abitazioni.

Nonostante la crescita economica e l’insinuarsi dei nuovi presupposti sociali e della comunicazione, oggi rimangono poco meno di cento Katundë Arbëreshë, i cui centri antichi conservano interessanti episodi in forma materiale e immateriale: edifici, sonorità linguistiche, artistiche e religiose, sono il patrimonio con il quale allevare le muove generazioni, secondo precisi e antichi principi di accoglienza e cooperazione con indigeni locali, a noi buoni osservatori spetta il compito di vigilare come avviene il passaggio degli antichi dettami con le nuove generazioni al fine che nulla dell’antica consuetudine, dell’idioma, della metrica e della religione sia travisato o deposto non il linea con la “PROMESSA DATA”.

P.S.

 La foto allegata ritrae  ed è stata gentilmente messa a disposizione dalla dottoressa M. Lavriani in costume tipico di Santa Sofia d’Epiro (CS).

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