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IL COSTUME ARBËRESHË VIOLATO E VITUPERATO “djè mè stolit e sot tue stolisur”

Posted on 18 aprile 2015 by admin

IL COSTUME ARBRESH2NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Il rito della vestizione del costume femminile arbëreshë è ritenuto da chi sente e vede l’arberia, come il momento più solenne attraverso cui antichissime gesta, si ripetono perché parte indispensabile di un percorso storico condiviso e rappresenta la massima espressione dell’arte figurativa consuetudinaria Italo Albanese.

L’atto della vestizione, per questo, diviene il cardine cui è assicurato l’arte e le discipline a essa direttamente connesse per gli arbëreshë, uno dei pochi protocolli figurativi non tramandati oralmente; esso rappresenta la consegna all’interno della minoranza della memoria del corpus di credenze e pratiche condivise attraverso i valori collegati, che ogni generazione, dopo aver appreso la percezione, trasmette alle generazioni successive il contenuto storico figurativo realizzato.

Per ciò la vestizione e l’apparire femminile è particolarmente sentito dalle comunità, che attraverso il rituale, conservano e proteggono la propria identità culturale di una identificata microarea.

Quando il rito è attuato, va condiviso con garbo, responsabilità e rispetto dei preziosi indumenti, onde evitare la perdita del valore intrinseco ed estrinseco che contiene l’oggetto costume nell’atto della vestizione.

È definito dagli studi di folklore inculturazione il processo con il quale un gruppo sociale trasmette e riproduce le proprie “tradizioni”al suo interno; acculturazione invece sono definiti i tratti culturali provenienti dall’esterno, da altre aree geografiche-culturali che modificano il valore dell’atto.

Dagli anni ottanta, venuti a mancare le vere memorie storiche, si tende a criticare il concetto di tradizione, ritenendo che la cultura sia un fatto privato e per questo interpretata secondo le disposizioni di singoli che hanno vissuto sempre ai margini della minoranza, con la quale non hanno mai avuto valori da condividere o tramandare.

Ogni volta che avviene un passaggio di tratti culturali, esso rappresenta necessariamente una rielaborazione, per questo la tradizione deve essere vista come un elemento che caratterizza gruppi di individui per rafforzare una propria identità collettiva e utilizzata per affermare la propria radice.

Il costume rappresenta la sintesi delle pratiche, delle credenze e dei rituali condivisi dalla maggior parte dei minori, sviluppo sociale all’interno della macroarea, in sintonia con la vita e i rapporti che essi hanno avuto con gli indigeni.

Questo diventa espressione delle diverse macroaree, insiemi di usanze, in certi casi vere e proprie tradizioni, tramandate attraverso i trattati liturgici come ad esempio le pergamene a doppia faccia letto dal clericale nella parte rivolta a esso e nelle immagini riferite al Vangelo, volte ai credenti.

Oggi indossare un costume albanese non deve essere solo occasione per mettersi in risalto senza avere cognizione linguistica e culturale del ruolo che si assume, né bisogna indossarlo sinteticamente, sciattamente o addirittura volgarmente, in quanto, il costume rappresenta un simbolo che deve inviare messaggi identificativi di un popolo e del suo territorio.

Indossare il costume vuol dire avere rispetto di ogni suo elemento e caratteristica estetica perché quando è esposto, diventa vessillo di un popolo ben identificato.

Il rito ha inizio con la pettinatura këshèt, messa in atto della tipica forma, entro cui raccogliere i capelli saldamente avvolti dalla candida fettuccia bianca.

La stiratura del ricco merletto, della linjë che va impostato prima dell’uso, con la giusta rigidezza dosando acqua e amido, per fornire solidità alla preziosa trama di contorno del viso.

A questo punto si da avvio al rito della rimozione del xhipùni della còha e del sotto còha dal cassetto appositamente attrezzato del comò, seguita dalla rimozione dei lacci che garantiscono la postura di riposo della còha

Ogni cosa in seguito va prima indossata, calibrata e in fine fissata con raffinata perizia, manualità e dedizione; il costume richiede regole precise, per questo indossate le vestizioni intime e la linjë si continua con sutànini, poi sutàna me raset e in fine la còha, tutte queste una volta indossate vanno calibrate al fine di raggiungere la vestizione che deve essere un’armonia di linee che sul davanti è lineare da sotto il seno fino all’estremità inferiore della coha; sui fianchi e il di dietro, deve essere arrotondata nella parte iniziale per poi allinearsi subito con andamento lineare dettato dalla parte rinforzata da cui partono le bretelle; il contorno inferiore, Gagluni deve risultare perfettamente livellato e il davanti sfiorare la punta delle scarpe, la cui regola è garantita dall’altezza del tacco.

La parte superiore dalla base del collo sino al seno si deve descrivere un piano inclinato che poi s’innesta con la linea curva della prominenza sulla linea verticale su citata.

Lo xhipùni, deve aderire perfettamente sulle spalle e allinearsi alle rotondità del seno cui deve rimanere aderente persino nei piccoli movimenti delle braccia e delle gambe.

A seguito di tutto ciò e dopo continue verifiche si aggiunge il grembiule Vandèra e gli ultimi rintocchi rivolti alla vestizione degli ori (orecchini e collana con diadema) apposizione della kesa che copre këshèt, il tocco finale avviene con l’apposizione sul capo o piegata ordinatamente sul braccio del velo dorato.

In fine lo sfilare o l’apparire attraverso cui chi si assume la responsabilità di rappresentare con il raro vessillo un gruppo ben identificato, il ruolo deve saper trasmettere secoli di storia riassunti in quei preziosi filamenti di porpora e oro; il volteggiare e attirare con quei movimenti di grazia e coerenza, deve ricordare che una favela diversa nel sud dell’Italia ancora vive nella più completa integrazione.

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