Categorized | In Evidenza, Storia

GIZZERIA E IL SUO CAMMINO STORICO

Posted on 14 ottobre 2013 by admin

GizzeriaGizzeria (CZ) – (di Camillo Trapuzzano) – Se il tempo da me previsto per scrivere questo saggio è stato molto più lungo di quanto avessi  immaginato,  ciò  è  dipeso  dal  fatto  che  ho  voluto  dare  ad  ogni  mia  affermazione  una giustificazione logica e ponderata, in maniera che anche i più restii possano convenire con la conclusione che mi sono prefisso di raggiungere: dimostrare la fondatezza storica della presenza arbëreshe a Gizzeria.

Questo, come tutti i post che seguiranno, è parte di un più ampio studio in corso sulla storia umana nel territorio di Gizzeria. L’obiettivo è quello di fare un po’ di chiarezza sul suo lungo e interessante passato. Gizzeria ha attraversato le fasi rilevanti della nostra Calabria -dal neolitico all’età contemporanea- conoscendo il suo massimo splendore nel periodo bizantino e in maniera più accentuata e riconoscibile, nelle sue implicazioni di tipo culturale e religioso, nonché nel nome nell’Età moderna- riuscendo a conservare rilevanti e variegate testimonianze culturali, onomastiche, toponomastiche e archeologiche delle epoche che ne hanno segnato la storia.

Schematicamente potremmo suddividere la storia di Gizzeria in tre grandi fasi:

a)  Cronistoria

   La prima fase, che dal Neolitico giunge agli inizi del XII, si identifica con  l’esperienza storica in cui sul territorio gizzeroto si riscontrano testimonianze  protostoriche relative a grotte e  utensili  (asce,  selci,  pesi;  punte,  raschietti  e raschiatoi  di  ossidiana),  a reperti archeologici: hydria, anfore greche, e tombe nelle località di  Viali,  Famularo, Comunelli, Celsito, Dirroito, Parracocchia, Valle Cerza, Cerzito, Sperone, Ministalle, Passo Carglio, Livadia, Valle Masi, Cecatella, o Aria de Magari, Spineto, San Nicola e Campolongo (in una di queste è stato rinvenuto un chiodo di  bronzo contenente un’iscrizione in Greco “ΑΙΩΝΟΣ” che indica il concetto di tempo infinito) che si datano tra il IV-III secolo a.C.. Dovette avere una sicura presenza in età  romana (epoca adrianea), “mausoleo di località Sperone”, del I- II secolo d.C., con riuso  fino al IV-V secolo d.C., documentato da una lucerna e da vasellame in sigillata  africana  e poi prerogative di villaggio bizantino nella parte bassa del suo territorio, quella collinare di Valle Masi, denominata [‘Casale Vecchio’ o

Paragolio’(antico centro, paese antico, gr. med. Παλαιοχωρίοη)], nella cui presunta area sono state identificate tombe, ed i resti di una muraglia che dovrebbero appartenere alla chiesa detta di San Nicola.

b)  Considerazioni

    In questo lungo e interessante periodo storico, di Gizzeria non v’è alcun cenno negli scrittori antichi: i reperti e le tombe con oggetti greco e romani, rinvenute nelle  campagne dei dintorni  di  Gizzeria  testimonierebbero,  tutt’al  più,  che  nel  territorio,   sorsero,  nell’età ellenistica, nel tardo impero e per buona parte nell’alto medioevo degli agglomerati di case: sparsi nella «chora» o «villæ», per la presenza di estesi latifondi e  di grandi proprietà signorili. Comunque nessuna di tali località è mai ricordata negli  scritti di quei tempi, neppure in quelli di carattere storico o geografico, né, d’altronde, è segnata negli “Itinerari”.

c)  Cronistoria

   La seconda fase, che va dalla metà del XII secolo a quella del XVI, incomincia dalla grave crisi  demografica,  economica,  sociale  di  metà  Trecento  dovuta  alla  peste,  alla  guerra, all’abbandono delle colture, ma anche per le frequenti incessanti incursioni saracene lungo le coste calabresi che si concretizza nello spopolamento del territorio gizzeroto (G. Galasso, Economia e società…, 1967).

Se  osserviamo  la  sequela  di  guerre  condotte  nell’Italia  meridionale  dagli  inizi  della penetrazione normanna fino alla fine della dinastia aragonese (1503), possiamo notare che è

un susseguirsi di furti e saccheggi che mettevano a dura prova le popolazioni autoctone: […] in quanto a devastazione. I normanni son peggiori dei saraceni e dei bizantini; prendono ciò che trovano, per cui molti cessano di coltivare la loro terra o abbandonano i loro monasteri […] (Centro Studi normanno-svevi- Università degli Studi di Bari, Roberto il Guiscardo …,

1991)

d)  Cronistoria

   La terza fase, infine, vede il ripopolamento, la rinascita del territorio e, dietro l’arrivo dei profughi Albanesi, il sorgere a nuova vita di Gizzeria con il suo statuto cinquecentesco e la sua diversità culturale e religiosa. Si instaura un nuovo rapporto col mondo delle campagne e del territorio lametino, determinando un riassetto territoriale legato allo sviluppo del polo lagunare dei laghi la Vota (che trova le sue motivazioni storiche ed economico-politiche nel quadro più ampio delle dinamiche tirreniche) dall’altro la  progressiva occupazione stabile del  territorio  gizzeroto  medio  e  alto  con  le  attività  per  l’allevamento,  la  pastorizia  il disboscamento e la messa a coltura di nuove terre.

A. È arrivato Godot. A proposito della presunta origine e della continuità storica tra il lontano passato e il presente.

Un gruppo di studiosi, guidati dal professore Emilio Rosato, hanno voluto individuare, all’interno di una ricostruzione complessiva della vicenda della civiltà bizantina, gli elementi di “continuità” che avrebbero caratterizzato la storia e le istituzioni del villaggio bizantino dal basso medioevo all’età contemporanea, relegando la vicenda dell’insediamento albanese di Gizzeria ad un ruolo marginale, come meccanismo di difesa di fronte ad un timore di “spaesamenti esistenziali e perdite di identità“.

Da quello che si riesce a capire dal resoconto prodotto dal Gruppo Acadjus, il lavoro è consistito nella presentazione di alcune ricerche storiche in polemica con quanto la cultura locale ha finora prodotto.

Nel  commento  si  dice:  “[…]  25  (venticinque)  cognomi  di  origine  albanese  in  tutto  il lametino. E’ il risultato della ricerca effettuata dal Prof. Giuseppe Masi che, avvalora, casomai ci fosse bisogno, lo studio del Prof. Burgarella sulla mitizzazione delle origini arbëreshe del Comune di Gizzeria. […] Anche questo studio, ha messo in serissima discussione l’attribuzione di origine albanese al comune di Gizzeria, scaldando gli animi dei gizzeroti presenti in platea che rigettano quanto assegnato alla loro storia da vecchi politici incauti nel loro operato e da nuovi persistenti su questo fronte”. […] secondo il prof. Rosato non è assoluta ma soggetta a mutazione e dipendente dal tempo. La ricerca storica ha evidenziato che dall’epoca dell’imperatore Basilio I, fine del IX secolo, periodo in cui fu fondata l’attuale Gizzeria, Gypsia, sino al 1500, presunta fondazione o rifondazione di Gizzeria dagli Albanesi, esiste un “vuoto di memoria storica”, un oscurantismo intenzionale a discapito della cultura calabro-greca ancora palpabile soprattutto nelle tradizioni popolari di Gizzeria […]Scrivere di una società di cui sono sopravvissuti pochissimi archivi e documenti ufficiali obbliga a fare appello a tecniche di ricostruzione e analisi molto diverse da

quelle familiari agli storici dell’età moderna[…].

Alla luce di quanto scritto dal Gruppo Acadjus sento la necessità di fare alcune precisazioni soprattutto per la correttezza d’informazione di cui tutti hanno diritto, non certamente per l’autore della stesura della nota. Pertanto, preciso quanto segue:

1.  Si può ovviamente dissentire da alcuni, o dell’intero contenuto, delle cose che sono sinora state scritte e pubblicate dagli studiosi locali, ma la rilettura storica, non basata su  dati e riferimenti qualificati, è inutile e superficiale – buona solo per le autocelebrazioni  -, in particolare non può essere accettata come lezione di storia perché a tutt’oggi non è stata né provata da nuovi documenti, né sono state pubblicate le varie relazioni da cui si evincono le fonti e le bibliografie che avvalorano la ricerca stessa. Cosi come non è accettabile la rimozione del ruolo storico e culturale che gli arbëreshe hanno avuto nella Gizzeria dell’Età moderna. Non si è trattato di

qualche sparuto gruppo di famiglia di origine albanese – come andate scrivendo – che casualmente si è fermato nel nostro territorio, ma di 65 nuclei familiari  che fermandosi  nel  territorio  di  Gizzeria,  allora non  popolato,  lo  hanno  fatto rinascere a nuova vita.

2.  C’è il tentativo più o meno velato, ma proprio per questo più subdolo e pericoloso, con cui il Gruppo Acadjus, mistificando i dati storici, tende a sopraffare e a inglobare la  civiltà  del popolo arbëreshe in quella, a loro parere, più  nobile dei Bizantini. Sic!!.  Una  sorte di razzismo  strisciante,  talvolta  persino  involontario,  che  nasce  dall’orgoglioso  senso  di appartenenza ad una civiltà superiore, su cui costruire una  identità collettiva. Una storia vecchia, che gli arbëreshe conoscono bene, per averla vissuta sulla propria pelle, nel corso della loro lunga storia, quando per baroni e vescovi, i nuovi arrivati non erano altro che dei ladri e degli assassini. Mentre Pompilio Rodotà nella  sua “Storia del rito greco in Italia” scriveva che: “I vescovi latini ignorando l’origine, la  santità ed i misteri del rito greco, l’abominavano come velenoso serpente“.

Gli Albanesi meritano attenzione e rispetto in ragione anche della loro storia. Erano illirici, in termini moderni albanesi, imperatori come Decio, Claudio II il gotico, Diocleziano e soprattutto Costantino. Costantino era di lingua illirica, così come erano di lingua illirica, con buona pace dei greci che se li disputano con i bulgari, e quindi, in termini moderni, albanesi, Filippo e Alessandro Magno. I quali, sì hanno portato la cultura greca verso est, ma la loro lingua di casa era l’antica lingua macedonica, che era una lingua di tipo illirico, di tipo albanese. Ancora adesso nel Kosovo e nell’Albania del nord c’è il toponimo mathi che ricorda appunto la radice del termine Macedonia. (Ires, Seminario di studi Albanesi, Torino

1966).

Inoltre mi preme rimarcare l’arroganza e l’altezzosità dei soci Acadjus, a loro dire, i soli depositari

del “sapere“, ignorando tutte le opinioni presenti nella società gizzerota.

Ritengo più semplice di ogni spiegazione riportare ciò che hanno detto e scritto che chiarisce bene  il  concetto  delle  loro  idee:  […]con  l’introduzione  del  moderatore  nonché  responsabile scientifico Emilio Rosato, il quale ha rimarcato la necessità di fare chiarezza sulle origini del paese, per arrivare a definire CON CHIAREZZA la reale verità storica di Gizzeria offuscata in questi anni da un ostinato connubio tra Gizzeria e la sua fondazione avvenuta ad opera di ceppi di derivazione arbëreshë. Una tesi, questa, che il Prof. Rosato ha respinto fortemente, spiegando che Gizzeria ha un’origine greco-bizantina, come tutta la Calabria e asserendo, inoltre, che “trasfigurare la storia di un popolo e le sue origini è responsabilità dal peso enorme quanto immorale, da contrastare  con  tutte  le  forze,  onde  evitare  spaesamenti  esistenziali  e  perdite  di  identità, un’operazione dovuta alle future generazioni“. […] Rosato, ha affermato che “le origini del paese sono da ricercarsi … nella storia greco-bizantina…, non certamente in falsi miti e ipotesi di studio portate avanti in questi ultimi anni“[…].

Non sono abituato a rispondere a chi mi insulta e non lo farò nemmeno stavolta, sebbene sarebbe sin troppo facile replicare al prof. Rosato, che mi dà dell’immorale e, in altra parte, di incompetente, facendogli notare come il suo comportamento in relazione agli studiosi di storia locale era un genere molto in voga nell’Ottocento (Marc Bloch e Lucien Febvre, le Annales, 1929).

Mi piace invece replicare, ricordando  al prof.  Rosato e al gruppo Acadjus, che quegli studiosi da voi detestati, quegli oscurantisti culturali e ignoranti, non hanno commesso un reato. Hanno scritto libri. Presentano documenti nuovi o interpretano a modo loro documenti che già conoscete. Debellarli, per voi alti sacerdoti della cultura, è dunque facilissimo: basta confutare le loro presunte “prove” e interpretazioni. Fatelo, signori. Farete un favore a tutta Gizzeria, perché la cultura di una piccola comunità avanza così, nella polemica senza censure preventive né tabù sacrali, e a voi stessi.

Nel confronto, ma voi ne ignorate il termine, le idee altrui si sconfiggono confutandole. L’esercizio di confutare esercita le menti, le rende più fini e sottili, costringe a informarsi. Quegli autori hanno lavorato e lavorano su materiali, libri e idee che circolano da almeno trent’anni: nel controbatterli, anche voi potete aggiornare la vostra cultura, nel caso fosse (come a volte pare) un po’ datata, ferma e sicura di sé in certezze cattedratiche.

Leggete le loro pubblicazioni ed anche voi sarete d’accordo che: Alfonsino Trapuzzano, più di quarant’anni fa, ha avuto il merito di far conoscere la storia di Gizzeria – fino ad allora nell’oblio

– oltre i confini della nostra Regione; Ettore Jannazzo, è uno scrupoloso ed attento osservatore del paesaggio storico e agrario del lametino; Michele Maruca Miceli, con il “Calendario Jezzaroto” ha raccontato tanta parte della nostra tradizione orale e riportato alla memoria tanti personaggi della nostra cultura contadina e, cosa più importante, ha avvicinato i nostri connazionali all’estero alle loro origini; Camillo Trapuzzano, per dare un senso alle vicende storiche gizzerote non si è limitato a scrivere la storia tout-court dell’insediamento di Gizzeria e delle rispettive vicende feudali, bensì di analizzarne alcuni momenti nodali ovvero presentare aspetti socio-economici e di costume così come sono venuti alla luce attraverso una lunga e paziente ricerca in vari archivi del territorio e in quello di Stato di Napoli.

Analizziamo ora perché questo tentativo è destinato a fallire miseramente con tutto il suo carico di boria accademica ottocentesca.

Vediamo  intanto  cosa  si  è  scritto  o  non  scritto  nella  documentazione  storica  e  nelle bibliografie su Gizzeria.

Gli studiosi delle patrie memorie, che si sono occupati di Gizzeria, concordano nel ritenere che il suo territorio ha conosciuto tutte le dominazioni che si sono succedute nella Piana Lametina dagli Enotri agli Spagnoli. La stessa archeologia sembra confermare tale percorso storico ma di questo ci occuperemo in un prossimo post.

Cominciamo col dire che Gizzeria non compare fra i borghi calabresi:

   Nelle cedole angioine del 1276 del Giustizierato di Calabria (G.PARDI, La popolazione

calabrese del 1276 e i Registri Angioini, in “Arch. stor. prov.nap.”, VII (1921);

   Fra le terre del Giustizierato di Calabria, che contribuirono alle collette dell’anno 1269;

   Non risulta nelle comunità soggette a tassazione nel periodo Angioino (Camillo Minieri

Riccio, Notizie storiche tratte da 62 registri Angioini, 1877)

   Nei registri della Cancelleria Angioina (Riccardo Filangieri, I registri della Cancelleria …,

1950)

   Nelle rilevazione dei fuochi del periodo Aragonese del 1447, Liber Focorum Regni Neapoli

conservato presso la Biblioteca Berio di Genova, non si contano fuochi censiti;

   Non viene fatta menzione del villaggio bizantino di Yussariae nei testi greci (F. Trinchera,

Sillabus graecarum…, 1865)

   Non viene fatta menzione del villaggio bizantino di Yussariae nelle Rationes decimarum

Italiae  dei  secoli  XIII  e  XIV  Apulia-Lucania-Calabria.  (Domenico  Vendola,  Rationes

decimarum…, 1939, figurano invece i casali di: Nicastro, Nocera, Maida, Feroleto, ecc., un certo Dominus Andrea de S. Eufemia;

   Nel Regesto Vaticano per la Calabria tra il XII e il XVI secolo (p. F. Russo, Regesto

Vaticano…, 1974;

   Nella  carta  topografica  al  250.000  a  cura  dell’Istituto  Geografico  De  Agostini  unita  al volume del Vendola, non è riportata la posizione di Gizzeria;

   Il monastero bizantino di San Nicola, non ricorre nell’elenco del Korolevskij; nell’elenco del Laurent; e nelle bibliografia sui monasteri visitati da Atanasio Calceopulo nel  1457-58 (M.H. Laurent- A. Guillou, Le liber Visitationis d’Athanase Chalkèopoulos  -1457-1458,

1960; e così pure nelle bibliografia di Francesco Russo, I monasteri greci della Calabria nel secolo XV, Supplemento al «Liber Visitationis» di Atanasio Calceopulo del 1457-58. XVI,

117.

Allo stato delle attuali conoscenze e delle ricerche fatte possiamo sostenere che Gizzeria, nel periodo storico tra il XII e il XV secolo, era feudo rustico, cioè senza comunità di uomini giuridicamente costituiti in Università.

 

Gizzeria, come entità avente potere giuridico e religioso, entrò a far parte della storia della

Calabria nel XVI secolo:

   Il Barrio riporta il nome di Gizzeria senza alcuna annotazione (Gabrielis Barrii Francicani,

De Antiquitate est Situ Calabriae…, 1571)

   Scipione Mazzella Napolitano nel 1586 ci informa che: Il villaggio di Gizzeria era, in quel tempo di 72 fuochi. I fuochi del villaggio sono anche riportati dal Giustiniani: “Gli abitanti sono Albanesi al numero di 800 in circa, addetti per la maggior parte alla sola agricoltura (Lorenzo Giustiniani, Dizionario Geografico – ragionato del Regno di Napoli, 1797). Nel

1521 fu tassata per fuochi 72, nel 1545 per 64, nel 1561 per 121, nel 1595 per 124, nel 1669 per 113, nel 1732 per 120. In (Giuseppe Caridi, Popoli e terre di Calabria, 2001).

   Il  Marafioti  scrive:  “sono  nel  convicino  di  Nicastro  alcuni  casali,  cioè   Gizzaria,   e Zangarona, li quali parlano in lingua Albanese“. (Girolamo Marafioti, Croniche e Antichità di Calabria, 1601)

   Giuseppe Maria Alfano di Gizzeria così scrive: Terra alla metà d’una collina, d’aria buona, Dioc. Esente, 8 miglia da Nicastro distante, 28 miglia da Caatanzaro, e 3 dal Golfo di S. Eufemia; Baliaggio della Religione di Malta. È abitata da Albanesi di Rito Latino. Pop. 846 (Giuseppe Maria Alfano, Istorica Descrizione del Regno di Napoli, Napoli 1823);

   Francesco  Tajani  in  “Historie  albanesi”  del  1866  scrive:  “finito  il  bisogno  delle  armi fermaronsi  nella  provincia  di  Catanzaro  presaghi  dei  tristi  giorni  all’Albania  riserbati. Sorsero così  “Andalo,  Amato,  Arietta, Carafa,  Casalnuovo,  Vena,  Zangarona”,  ai  quali seguirono”Pallagorio, San Nicola dell’Alto, Carfizzi e Gizzeria”.

   Domenico Zangari riporta il nome di Gizzeria e lo annovera tra i paesi arbëreshe ripopolati per emigrazione diretta, cioè gli Albanesi che giunsero a Gizzeria provenivano direttamente dai paesi balcanici “Gli Albanesi che popolarono Gizzeria dovrebbero  appartenere alle prime immigrazioni, con qualche aumento di coloni, al tempo di Carlo V, di quelli rifugiati nel regno, da Corone e da Modone“. (Domenico Zangari, Le Colonie  Italo Albanesi di Calabria, Napoli, 1941)

   The  Italo-Albanian  Villages  di  George  Nicholas  Nasse,  riporta  alcuni  dati  relativi  a “Altitudine and population of Italo Albanian“: Gizzeria, 630 m. slm, popolazione nel 1951 per 5486; nel 1955 per 5757. Inoltre “Religious rites ad languages of the  Italo-Albanian villages of Calabria and Sicily“: Gizzeria di rito “latino” e di lingua “albanian” (a mio parere

si tratta di un errore a quella data il lessico della parlata jezzarota era il calabrese), in Pietro

Scaglione, Istoria Shqipetarevet …, 1921).

Osserviamo ora più da vicino, invece, cosa dicono i documenti, rinvenuti presso vari Archivi di Stato, che parlano di Gizzeria, facendone una lettura critica, rielaborandone i testi e proponendoci di interpretare in maniera obiettiva e serena i contenuti.

 

B. Capitoli e Grazie

Il 1572 rappresenta per il casale di Gizzeria una data storica. Proprio in quell’anno, infatti, vengono  consegnate  nelle  mani  del  sindaco  del  tempo  Giorgio  Bideri  (cognome  arbëreshe)  i Capitoli e Grazie, il cui contenuto contribuiscono a chiarire la rinascita del casale di Gizzeria in età moderna.

Si tratta di 25 articoli che sanciscono il diritto per gli arbëreshe di Gizzeria e per quelli che verranno ad abitarvi, di costruire case, vigne e giardini nel territorio “Yzzaria”, ed i relativi obblighi, ratificando quindi ufficialmente, dopo circa 70 anni, il diritto all’insediamento.

Di seguito alcuni degli articoli, i quali si offrono alla lettura almeno da due angolazioni: una

intrinseca, si direbbe di contenuto; l’altra estrinseca, di fattura materiale e di tradizione.

Quanto alla prima, essa attiene alla natura particolarissima dei documenti in questione: i Capitoli, cioè le richieste inoltrate dai sudditi al potere centrale e alle quali l’approvazione regia conferiva valore normativo, in particolare sul difficile, iniziale rapporto tra immigrati e popolazione gravitante nel territorio lametino.

3 – Item supplicano, che loro bestiame possano pascolare in detto tenimento d’Yzzaria libere sine ali gus obstaiulo, dico in deto tenimento d’Yzzaria, e di Santa Femia liberi, siccome pasculano li cittadini de Santa Femia nello tenimento de detta terra, e non essere tenuti in altro eccetto ad iura palaggi accorrendo, e pagare li dannaggi comettessero alle robbe, e la censi de particolari possessori sincome godeno li cittadini de Santa Femia. S.S. Ill.ma  comanda che detti Greci siano trattati, e godano come cittadini de Santa Eufemia

Il primo dato è quello che “gli abitanti di Gizzeria vengono definiti – e si definiscono essi stessi – Greci “[…]. Secondo l’ampia storiografia, greci vengono chiamati gli italo/albanesi, in virtù del rito ecclesiastico ortodosso e non già per la loro nazionalità (Katia Massara, I possedimenti dei cavalieri di malta nella Piana Lametina in una Platea del 600, 2005).

13 – Item supp.no, che il Preite Greco, ch’havrà da comunicare in detto Casale e ministrare li sacramenti ecumenici piaccia a V.S.I., e R.ma  concederli due tumolate de terra, e questo per la loro comodità, e salute de l’anima d’V. S. Ill.ma, e R.ma, e d’essi cittadini, e similmente del censo della casa seù pagliaro et horto contiguo, et altre angarie; Selont.nta SS.I. come tanto si sarà uno, come se saranno doi Preiti Greci in detto Casale concede due tumolate de terra tantum, e non dupplicasse detta concess.ne perche fussero doi preiti, mà le tingano del pagliaro, e d’altre angarie siano franchi.

Il secondo dato riguarda invece la pratica del rito ortodosso nella Calabria del cinquecento e a Gizzeria in particolare. Tutti gli storici concordano che a quella data la Calabria era interamente latinizzata. Solo con la venuta degli arbëreshe venne reintrodotto il rito ortodosso “preite greco“, e a Gizzeria fu sostituito da quello latino nella prima metà del XVII secolo dalle autorità feudali (C. Trapuzzano, Gizzeria nei documenti storici, 2002).

24 – Item supp.no  che V.S. Ill.ma, e R.ma  se degni concederli, che niuno Italiano habbia, né possa abitare con casa in lo detto casale d’Yzzaria atteso per li passati sono successi molti scandali per habitare in detto casale alcuni Italiani, perché generalmente quando alcuno Italiano và ad abitare in lo detto Casale è persona de mala vita. S.S. Ill.ma Comanda che non sia lecito ad alcuno Italiano, altro che non sia Greco habitare in detto Casale con la casa eccetto si fosse necessario, ò utile à detto Casale, e con vuluntà, et ordine de S.S. Ill.ma, e R.ma

 

Da questo articolo sembra che la popolazione presente sia tutta di greci (italo/albanesi) poiché fa menzione dei soli Greci, come se non ci fossero stati altri cittadini di sangue italiano o calabrese.

Emerge inoltre la preoccupazione dei greci, che si adoperano energicamente per ottenere dal bali del Baliaggio di Sant’Eufemia fra Fabrizio Pignatelli “se degni concederli, che niuno Italiano habbia, né possa abitare con casa in lo detto casale d’Yzzaria”, ed in particolare che siano solo i greci ad abitare il casale “eccetto si fosse necessario, ò utile à detto Casale”.

Appare del tutto evidente che se la comunità di Yzzaria era formata da una “sparuto” gruppo di famiglie albanesi, come sostiene il prof. Emilio Rosato, presidente della associazione Acadjus, le norme in esame dovevano essere formulate diversamente: non erano certamente i greci che rivendicavano il diritto a che “alcuno italiano” abitasse o venisse ad abitare il casale ma erano gli italiani a rivendicare tale diritto.

Un altro aspetto da rimarcare, poi, è relativo alla data di concessione dei “capitoli e grazie“: se il paese esisteva già prima della venuta degli arbëreshe, non si capisce perché si è dovuto arrivare alla seconda metà del  XVI secolo  -1572- per  ottenerli,  quando  gli  abitanti  che vivevano  alle dipendenze dell’Abazia di  Sant’Eufemia  –  costruita da Roberto  il  Guiscardo nell’anno  1062-, godeva (sincome sono franche le case de Santa Femia[…]detti  Greci siano trattati, e godano come cittadini de Santa Eufemia), da data imprecisata – di tali privilegi.

È ragionevole perciò pensare che l’abitato di Yzzaria, a quella data, era un casale abitato da soli arbëreshe; che il rito ecclesiastico praticato era quello ortodosso, introdotto nel casale solo di recente, poiché il papas (prete) greco è un certo Domenico Trapuzzano, il cui cognome è attestato per la prima volta in Calabria con la venuta degli arbëreshe in Calabria e in Sicilia. Questo si evince

maggiormente da documenti coevi dove il prete greco risulta ammogliato, condizione questa non prevista dal rito latino.

C. Costume femminile

Con la parola “costume” intendo ciò che per secoli è stato il modo del vestire tradizionale di un luogo che variava da zona a zona.

Il vestiario dipendeva dalle origini storiche delle comunità che vi s’insediarono e dagli eventi

storici.

In Calabria, ricostruire la storia del costume, è un’impresa piuttosto difficile perché non

 

esistono fonti iconografiche, archeologiche e letterarie che ci riportano alle origini dei costumi calabresi.

Tutto ciò premesso, riprendo quanto sta scritto nel sito del Gruppo Acadjus in merito alla relazione sull’origine del costume femminile del lametino:

Ultimo relatore è stata Francesca Alessia Mirabella, laureanda all’Accademia di Belle Arti di Brera, ha trattato il tema “La pacchiana e le sue radici greche” esponendo diverse iconografie raffiguranti il costume della pacchiana e altri abiti della tradizione inerenti la Calabria e in particolare il lametino. Mirabella, nel corso della sua esposizione, è stata accompagnata da una ragazza che ha indossato un abito tipico della tradizione di colore nero, che rappresentava un abito da sposa.

Ospite della serata, Desiré Perri, ragazza di Gizzeria che ha partecipato alla kermesse Miss Calabrisella 2013 indossando il costume con il quale ha vinto la manifestazione itinerante sugli abiti tradizionali calabresi e vincendo la finalissima di Vallefiorita proprio venerdì 23 agosto“. (Resoconto del Convegno del 24 agosto 2013

Sicuramente  la  laureanda  Mirabelli  ha  dato  una  sua  testimonianza,  raccontando  che  il costume odierno del lametino è una variante di quello che indossavano le donne greche. Per cui, c’è da supporre, che anche quello di Gizzeria, ricadente in area lametina, per analogia, derivava, come base, da quello greco.

Recenti  studi  hanno  avuto  il  merito  di  farci  conoscere  un’altra  storia  sulle  origini  del

costume gizzeroto.

In una piccola pubblicazione dal titolo “Il costume femminile di Gizzeria” (C. Trapuzzano,

2005), l’autore avvalendosi di una ampia documentazione proveniente dall’archivio di Stato di Catanzaro – Sez. di Lamezia Terme – che conserva la raccolta degli atti dei notai della Piana lametina, ha cercato documenti per fornire elementi utili al recupero del vero costume di Gizzeria ma contestualmente ci ha regalato preziosi documenti dotali del 1600 e 1700 ed altri capitoli matrimoniali compresi fra il XVII e il XVIII secolo.

Il risultato finale della ricerca storica è stato quello di restituirci un elemento vitale della cultura arbëreshe di Gizzeria, il costume che da noi è scomparso da tempo remoto.

Al netto dei tanti limiti che la sola ricerca documentaria presenta nel fornici il modo come andavano indossati i vari pezzi del costume femminile sia un’occasione persa, ma per motivi opposti a quelli dei critici citati sopra: è un’occasione persa per fare autocritica. E per provare a spiegare al pubblico come stanno le cose senza facili indignazioni, altezzosa autoreferenzialità e quell’orribile  linguaggio  «accademico  ottocentesco»  che  non  solo  è  sgradevole,  ma  anche incomprensibile ai più, vediamo in dettaglio alcuni punti:

[…]Dai documenti nuziali più antichi, il primo, risalente all’aprile 1635, riguarda gli sposi Marco Masi e Minica Cralesi (Crialesi). Dotanti sono Jacobo e Joanne Cralesi fratelli di Minica che in San Biase presso lo studio del notaio stipulano il contratto relativo per il prossimo  matrimonio  fra  Marco  Masi  e  Minica  Cralesi,  promettono,  in  particolare,  i seguenti «beni mobilibus»: «una gonnella di lana nobile di cola torchino, dui altri di lana rustica, una usata e l’altra nova, dui dubretta con su missi uno paro de maniche di velluto nigro, due altra para di maniche di panno di stametta colorati, septi sottane, septe rindella, septe cimuse, septe caiule».

Il secondo atto vede, invece, il chierico Domenico Statti promette «in more clericando – e s’obliga di pigliare, et accettare per cara e leg(itti)ma sposa» Dolorice Graziano figlia di Gioseppe e Caterina Calabria i quali promettono in dote: «docati duecento di cui sessanta in beni mobili». Le parti convengono, inoltre, che la dote venga restituita nel caso che «la detta  futura  sposa  rimanga  senza  figli  legittimi  e  naturali,  discendenti  di  suo  proprio corpo», e che: «” ……, quia sic la vesti all’italiana, come so state vestite le sorelle carnali di detta futura sposa».

Nel terzo, futuri sposi sono Lorenzo Mauro ed Elisabetta Barone figlia di Francesca Giraldi la quale promette per il futuro matrimonio, i seguenti «beni mobili»: «uno matarazzo usato, una coverta di lana nigra lavorata, uno paro di lenzola, uno dobretto, uno sproviero, due sottane di donna lavorate all’italiana, una tovaglia di tavulo di cottone, una tovaglia di cistello, uno coscino usato, quattro stiavucchi di cottone, due mandili lavorati di seta nigra,

uno spallieri, una maijlla, una cascia d’abiete, due banchi per lo letto, et un altro per

sedersi, una frissura di ferro, uno ronciglio [..]».

Il quarto, invece, vede futuri sposi Antonio Statti e Margarita Palermo, figlia di Jacona Marotta, la quale promette: «à detti futuri sposi li beni mobili all’Albanisesca à cinque, à cinque e di più loro promettono uno saccone, una coverta di lana, uno sproviero di laborato di canne diece, uno dobretto di lino, nuovo all’uso, e sono a cinque, à cinque: cinque sottane, laborate all’uso, cinque caiule, cinque rindella, cinque cimuse […]».

Sono interessanti dunque alcune parti dei documenti, se non altro perché ci offrono uno spaccato, degno di ulteriori approfondimenti, sulla struttura della società di Gizzeria che a partire dalla seconda metà del  seicento, ruota attorno agli  «usi e consuetudini di detto Casale», e ci segnalano il peso dei matrimoni misti, cioè tra albanesi e italiani, sull’istituto degli usi e costumi.

Dal contenuto degli atti rogati dai notai Paola e Dara, apprendiamo che i patti dotali della comunità albanese di Gizzeria seguivano precise consuetudini, in conformità agli usi della lontana madrepatria «beni mobili all’Albanisesca à cinque, à cinque»; che i pezzi del costume femminile, con  regolarità  descritti  in  tutti  gli  atti,  erano  costituiti  da:  sottana,  cajula,  rindella,  dubretto, maniche e cimuse; che i vari pezzi del costume femminile erano tessuti o lavorati a mano, secondo gli usi e costumi del tempo: «laborate all’uso, e consuetudine del detto Casale», oppure le maniche di donna «di velluto nero guarniti all’uso italiano dico albanese»(atto notarile notaio Domenico Antonio Dara), diversamente era precisato il tipo di lavorazione: «due sottane di donna lavorate all’italiana», veniva, inoltre, precisato, quando l’abito non era quello degli usi e costumi del paese, come doveva andare vestita la donna: «….. la vesti all’italiana, come so state vestite le sorelle carnali di detta futura sposa »; inoltre, che il copricapo cajula – kesa  in albanese – veniva posta sulla testa delle spose novelle, secondo usi della tradizione albanese che non si osservano nella cultura occidentale e calabrese in particolare.

Apprendiamo,  infine,  che  sia  per  il  seicento  che  per  la  prima  metà  del  settecento  si mantengono grosso modo le linee e la fattura dell’originario costume femminile albanese, mentre, è verso la fine del settecento e maggiormente nell’Ottocento, che le donne di Gizzeria cominciano a rendere il loro abito simile a quello dei paesi limitrofi. La presenza nella dote – in particolare nei matrimoni misti – di pezzi d’abbigliamento come: mandile, scuffie, spalleri, che appartengono alla tradizione calabrese, lasciano pensare questo.

Sebbene l’attuale comunità di Gizzeria abbia perso l’identità e a volte anche la memoria storica delle proprie radici e della propria cultura etnica, non è azzardato, dopo un attento studio dei documenti, affermare che gli stessi ci riconsegnano sorprendenti elementi pieni di significati molto più forti di quanto ci sembrino nella descrizione degli atti notarili e connessi con la cultura delle comunità arbëreshe della Calabria di quegli anni […]. (C. Trapuzzano, Il costume…, 2005).

D. Struttura socio-economica di Gizzeria nel Cinquecento

Gizzeria, posto alle pendici dei primi contrafforti del monte Mancuso, poggia le basi della sua storia

urbanistica sulla nascita del primo nucleo abitativo attorno all’attuale sito.

Nel censimento ufficiale della popolazione del casale di Gizzeria, nel 1544, figurano 65 nuclei familiari, per una popolazione complessiva di 245 unità.

Qui di seguito riportiamo, a titolo esemplificativo e non esaustivo, alcuni nuclei familiari, la loro condizione sociale ed economica, tratte da “Il casale di Gizzeria sulla base dei fuochi del 1544” di Camillo Trapuzzano:

1)  Angelo Dara di anni 26, sua moglie Angela di anni 23, Joanne figlio di anni 4, Bascia figlia di anni abita in detto casale da 3 anni. Possiede tugurio e due bovi.

2)  Cosmiano Buba di anni 31, sua moglie Lucretia di anni 23, Menico figlio di anni 4, Maria figlia di anni 3. Abita in detto casale da 10 anni. Possiede tugurio ed un bove.

3)  Joanne Francze di anni 17, sua moglie Maria di anni 18. È nato in detto casale. Possiede soltanto il tugurio.

4)  Thodaro Cacossa di anni 44, sua moglie Margarita di anni 37, Georgio figlio di anni 16, Demitre figlia di anni 1 figlio di anni 16, Demitre figlia di anni 14, Joanne figlio di anni 6, Antonio figlio di anni 3, Bascia figlia di anni 9.  Abita in detto casale da 8 anni. Possiede casa, vigna e tre bovi.

5)  Menica vedova del quondam Giovanni Brescia di anni 37. È sola e poverissima.

6)  Angelo Mase di anni 52, sua moglie Vascia di anni 42, Joanne, figlio di anni 22, Thodaro figlio di anni 19. Abita in detto casale da 35 anni. Possiede tugurio, vigna e tre bovi.

7)  Antonio Brescia di anni 37, sua moglie Polisena di anni 22, Thodaro figlio di anni 6, Rosa figlia di anni 2. Non possiede nulla.

Le informazioni che si possono desumere dalla sua analisi si prestano ad alcune riflessioni:

Onomastica

Si osserva, in primis, da un punto di vista demografico,  che nel 1544, la popolazione giovanile era composta da nativi di Gizzeria, ossia erano tutti nati nel territorio gizzeroto, mentre i loro genitori vivevano nel territorio gizzeroto da almeno 35 anni.

La ricerca onomastica ha altresì evidenziato che i cognomi presenti nei fuochi del 1544, (C. Trapuzzano, Il casale…, 2012), sono riconducibili alla diaspora albanese, come, ad esempio, il cognome Masi.

Il Dorsa include il nome di Masi o Masci tra alcune delle nobili famiglie Albanesi: «tra i vari condottieri che si distinsero per valore e per fama sotto Carlo V, si ricorda un Nicolò Masi comandante la cavalleria dei Stradioti composta di 500 cavalli, e famosa in Italia dopo i soccorsi apportati da Castrista a Ferdinando d’Aragona. (V. Dorsa, Gli Albanesi ricerche e pensieri, 1847)

Il cognome Masi è inoltre attestato in molte località arbëreshe:

[…]  Oggi  attestato  nella  comunità  nella  forma  Masi,  che  compare  già  nella  seconda registrazione del 1595, compresa nella Platea del 1614. Secondo Giuseppe Valentini S.J. (cf.

‘Sviluppi onomastici-toponomastici’, cit., p. 8), “[…] il cognome Mansius, de Masio, de Massio (che però potrebbe essere Mashi), è frequentemente attestato nel Catasto veneto per la regione scutarina del 1416-1417; poi dal 1482 al 1549 troviamo dei Masi, Maza, Massi e Maxi (Masci?) tra gli stradioti; un Matteo Masa nel 1487 è tra i fondatori di Piana; un Colla Massi e un Marin Massdi (Mazi? Masci?) figurano tra i ‘vecchi capi principali’ del 1602 l’uno per la provincia di Petrella e l’altro per quella di Padenia (‘), e un Mazi è un cognome che si sente ancora non infrequentemente nello Scutarino; nella toponomastica abbiamo un Mazi presso Janina nell’antica regione dei Malacassi, detto altrimenti Mazia, e un Mazia presso Paramythia, un Masi o Mazion nell’eparchia di Konica; 3 Mazi nel nomo di Attico- Beozia, eparchia d’Attica e Megaride, e uno per ciascuna delle eparchie di Argo, Corinto, Elea, Olimpia’. La forma oggi più diffusa di tale cognome, Masci [alb. Mashi] potrebbe rappresentare, come ipotizza il Solano (cf. Francesco Solano, ‘La realtà storico- linguistica delle comunità albanesi d’Italia’, in F. Altimari e L.M. Savoia (a cura di), I dialetti – italo.albanesi, cit., p.73) anche la forma italiana scritta – con evidenti condizionamenti

ortografici  dovuti  al  più  ridotto  repertorio  fonologico  (e  grafemo)  dell’italiano  rispetto all’albanese – dell’originale Mazhi (così nella parlata di Eiannina, in cui tale cognome è tutt’oggi presente, si sente oggi pronunciato il cognome che viene trascritto però Masci):

‘non essendovi nella ortografia italiana un segno che rappresentasse il suono /C/ si è ricorso al grafema più prossimo, ossia <@>’[…]. (Francesco Altimari, Tracce onomastiche albanesi nella comunità calabrese di Gizzeria, 2006).

Insediamento umano

Al tempo della sconfitta del Centelles il territorio di Gizzeria era ormai disabitato. La lunga crisi -economica e politico-sociale aveva reso deserte molte aree della Calabria.

Gli storici son d’accordo nel ritenere la Calabria dei secoli XI- XV, una terra impoverita e spopolata a causa di una serie di congiunture negative.

Scrive Giuseppe Caridi, la Calabria nei documenti storici, pp. 12-13: «[…] per quanto riguarda la popolazione calabrese, notizie certe della sua notevole diminuzione si possono desumere dal confronto di alcuni superstiti registri fiscali compilati nella seconda metà del Duecento e a metà del Quattrocento. Nel 1276….   vi erano 393 agglomerati urbani ……a distanza di 169 anni, nel

1443  …..risultano  soltanto  245  centri  abitati, 148  in  meno rispetto a 169  anni  prima. […] Il decremento demografico, che fu generale, colpì tuttavia in misura maggiore le aree costiere e quelle situate lungo gli itinerari degli eserciti […]».

Sotto la dominazione spagnola le deserte contrade di Gizzeria andavano popolandosi di famiglie albanesi, profughe dalla loro patria invasa dai Turchi.

[…] A far ripopolare il territorio fu quasi certamente l’allora priore di Sant’Eufemia, fra Fabrizio del Carretto, una delle più influenti personalità politiche nel Regno di Napoli. Obiettivo del priore era quello di bonificare e risanare il territorio, disabitato da secoli, per consentirne lo stanziamento alla popolazione che in quei luoghi, lontani dal mare ed ubicati in anfratti nascosti per chi sbarcava lungo le coste del Tirreno, erano considerati sicuri e molto difendibili dalle scorrerie dei pirati.

Il contributo determinante in questa direzione, cioè il ripopolamento, fu dovuto, tuttavia, ad un fattore esterno: il trasferimento nelle terre di ‘Yussariae’ di numerosi profughi albanesi, sodali di Gjergj Kastriota Skanderbeg. Provenienti da tutta l’Albania e da varie regioni della Grecia, queste popolazioni, durante il XV secolo ed anche successivamente, vennero a rifugiarsi nel regno di Napoli per sottrarsi all’invasione ottomana della loro patria […]”. (C. Trapuzzano, Il casale di…, 2012)

Struttura urbana

È del tutto evidente, infine, che il nucleo urbano che si stava componendo, costruito senza alcuna regolamentazione urbanistica ma seguendo l’aspra morfologia del terreno roccioso, non era compatto e solido come i tradizionali centri storici medioevali, ma vi erano “tuguri” sparsi, forse monofamiliari, composte da un solo ambiente in cui si svolgeva la vita domestica.  Si tratta – come ben si può vedere – di un’area di relativa recente formazione, ed i cui fatti urbani fondativi più salienti sono da ricondurre, probabilmente, tra la fine del 1400 e i primi anni del 1500.

Che sia un sito, quello dell’attuale centro urbano, di recente formazione lo testimonia il fatto che non mostra alcun segno di stratificazione archeologica, ossia che il paese sia stato costruito su un precedente insediamo urbano. Dati che sono in netto contrasto con la presunta stratificazione storica del luogo sostenuta dai soci dell’Associazione Acadjus.

 

Condizioni di Vita

I suoi abitanti erano per lo più di povera gente, abbrutita dalle disagevoli condizioni di vita, il cui destino era lavorare la terra e cercare di sopravvivere, con i pochi mezzi che il feudatario aveva messo a loro disposizione; Essi erano cittadini senza terra e senza diritti, una testimonianza che si trattava ancora di uno stanziamento, ancora nomade, vagavano alla ricerca, sulle colline, di acque  e  di  terre  da  disboscare  e  mettere  a  coltura  e  passando  solo  in  secondo  momento all’insediamento fisso.

Fu  solo  dopo  una  lunga  evoluzione,  attorno  al  XVII  secolo,  che  semplici  abitazioni “pagliai“, ossia capanne costruite con pietra a secco e coperte con tetti rivestiti di rami, usati fino ad allora come abitazioni, vennero sostituiti con costruzioni più stabili e si accrebbero anche i bisogni, per cui chiesero e ottennero terreni da coltivare.

La Platea della terra di Gizzeria del 1624 ci informa di queste iniziali trasformazioni:

Giorgio Dianì alias Camera

    Per una casa loco detto li Rosati, confine la casa de Vincenzo Lata, la casa che fu de Cola

Rosato et via pubblica: grana dieci.

    Per una terra d’una quatucciata alla Costa de Valli delli Pira, confine la terra de Cola e

Thodero Dianì et Andrea de Brella Crapis: grana sei e mezzo;

    Per una metà di casa e metà d’horto contiguo loco detto li Rosati che prima fu de Yanne Rosato, che l’altra metà è posta all’herede de Paulo Thoya, confine la casa che fu de Brella Manis, Antonio Rosato et via pubblica: grana setti e mezzo;

    Per una tumulata de vigna e terra tumulate tre à Santa Dominica, che prima fu d’Yanne de

Cola Rosato, confine la possessione d’Yanne de Pietro Greco, Andrea Thoya, heredi de

Minico Stati et via pubblica: un carlino e grana setti e mezzo; (Katia Massara, I possedimenti

dei Cavalieri…, 2005

Da tale descrizione e a poco più di cento anni dal loro insediamento -superato, o almeno sembra, lo stadio di nomadismo- il casale e i suoi abitanti hanno terre da coltivare, una casa meno precaria e la toponomastica assume un profondo significato storico-culturale.

A  fronte  di  una  economia  di  sussistenza  e  scambio  fra  beni  e  con  una  popolazione prevalentemente  agricola  permangono  condizioni  di  povertà,  le  uniche  differenziazioni  che implicano  una  gerarchia  di  classi  sociali  sono  quelle  rappresentate  dai  “pecorai“,  “vaccari”  e “bracciali“. Sono questi gli unici segni distintivi di una società non già storicamente consolidata che può far valere secoli di insediamento in un luogo ma quello di una società, giovane di recente insediamento, che si andava strutturando in dimensione giuridica. Una società dinamica, più ricca e differenziata che in parte troviamo nel Settecento.

Il territorio di Gizzeria in quegli anni era, nella sua parte montana, una folta selva, priva di abitazioni, ai primi abitatori fu concesso loro il diritto di pascolo, e la possibilità di disboscare e di coltivare i terreni. Per lunghi anni i terreni arativi destinati a colture di pregio, come i cereali e gli ortaggi, occupavano una stretta fascia immediatamente a contatto con il villaggio. I primi anni furono, quindi, caratterizzati dalla miseria, le precarie condizioni economiche impedivano ogni forma  di  sviluppo  e  li  costringevano  a  vivere  nell’ignoranza.  L’isolamento  geografico  e  il linguaggio incomprensibile per gli abitanti dei paesi limitrofi, la diversità del carattere ed il rito religioso (greco-ortodosso) segnarono per lunghi anni la loro esistenza. Solo a partire dalla seconda metà del XVIII secolo, come si evince dai libri parrocchiali e dalla documentazione coeva, la comunità di Gizzeria è più aperta e ricca di rapporti con le altre località della Calabria. Ciò è dimostrato dai registri dei battesimi e dei matrimoni, nei quali sono indicati i nomi, i cognomi ed i luoghi d’origine dei padrini cosi come numerosi sono i matrimoni tra gli Albanesi di Gizzeria e gli Italiani. Tutto ciò favori gli scambi commerciali dei prodotti della terra, ma anche dei prodotti artigianali quali coperte ed altro, cosi come abbastanza diffusa doveva essere la pratica del prestito di soldi per come si evince da alcuni atti notarili, indice questo anche di una certa disponibilità “finanziaria” almeno delle famiglie più agiate.  Mentre l’abitato  andò,  via via incrementandosi

grazie anche alle massicce migrazioni interne. (C. Trapuzzano, Gizzeria nei…, 2002)

Era questa, quindi, la condizione giuridica, demografica e sociale del casale di Yzzaria, nel territorio Lametino.

E. Convegni del Gruppo Acadjus

Poiché dagli  interventi degli  organizzatori  del Convegno  di  Torre dei  Cavalieri  del  09 febbraio  2013,  non  sono  stati  aggiunti  ulteriori  elementi  di  novità  rispetto  alla  tradizione storiografica, anzi si è volutamente ignorata; e poiché non si può capire la storia di Gizzeria nell’età moderna se si ignora la diaspora albanese e non si può parlare degli Albanesi se si disconoscono le cause che la determinarono, non riusciamo ad immaginare proprio come il prof. F. Burgarella abbia potuto giungere alla sua interpretazione.

Dice il prof. Burgarella:

[…]  da  quello  che  ho  detto  risulta  evidente  un  fatto  il  toponimo  Gizzeria  è  di  epoca bizantina ma potrei dire anche che forse è di epoca precedente a quella bizantina: si tratta di un toponimo di epoca tardo romana se non romana ed indica in maniera inequivocabile una “cava di gesso”[…].

Non  si  può  che  essere  di  questo  parere.  Anche  perché,  sia  G.  Alessio,  Saggio  di toponomastica Calabrese, 1939 che C. Trapuzzano, Gizzeria tra passato e presente: i nomi e i luoghi, 2007, hanno avuto modo, in più di una occasione, di scriverlo.

Dunque (come F.  Burgarella) il  toponimo  Gizzeria ha origine sia  nel  greco  medievale “Γυψαρίο” (cava di gesso) che nella forma originaria latina “gypsum” in quanto fin dall’epoca romana si ricavava appunto calce e gesso dalle abbondanti rocce calcaree.

Se l’etimologia della forma Italiana attuale del toponimo è dunque da gypsum dei Latini in cui si designava una “cava di gesso” ossia una località caratterizzata da particolari forme del terreno o ambientali, ciò significa che il termine veniva adoperato per indicare, dell’attuale territorio, solo la parte relativa alle cave di gesso, cioè identificava un luogo ma non un paese “Vicus, Loci, Choria, Casale”, cioè una unità insediativa stabile, vero e proprio villaggio rurale.

Anche se le origini di Gizzeria rimangono ignote, o, meglio, non si riesce a collocarle con precisione nel tempo e la letteratura antica non offre nulla su cui appigliarsi, e la formazione del toponimo può essere sia romano che bizantino, è interessante sottolineare sia la conferma “della non provenienza del nome dagli albanesi, proprio perché il paese c’era già almeno dall’anno 1062, in tempi in cui la trasmigrazione albanese in Calabria era lontana”(C. Trapuzzano, Gizzeria nella…,

2002)  che  una  smentita  della  colossale  balla,  sostenuta  del  Gruppo  Acadjus,  sulla  presunta fondazione bizantina di Gizzeria medioevale che ha dato origine alla Gizzeria dell’età moderna.

Gizzeria è un paese storicamente giovane anche se nel suo territorio, una volta molto più esteso,  sono  state  rinvenute  nel  tempo,  chiarissime  tracce  di  testimonianze  antiche  sin  dalla Preistoria, cioè di un popolamento rurale sparso nella fascia precostiera fino almeno alla prima metà del XII secolo e rinvenimenti di reperti archeologici, molti dei quali, andati perduti.

L’attuale posizione geografica, posta su un’altura che consentiva il controllo della piana lametina, è il risultato della urbanizzazione, già a partire dal XVI secolo, operata dagli albanesi.

Il prof. Burgarella ci informa anche che: […] io sono rimasto sorpreso nel leggere nel Dizionario Toponomastico e Onomastico di Gerhard Rohlfs che Gizzeria significa cittadina abitata dagli albanesi. Non sta da nessuna parte. Sono rimasto sorpreso, adesso capisco perché, quando

un collega illustre che si è occupato in anni lontani di Gizzeria a proposito di un convegno mi riferisco  a  Daniele  Gambarara,  mi  aveva  chiesto  come  si  dicesse  in  greco  “zingaro”  perché evidentemente  si  cercava  di  spiegare  il  termine  Gizzeria  in  termini  di  legame  etnico  con  gli albanesi, di legame linguistico con gli albanesi e soprattutto in termini di collegamento con gli zingari […] Naturalmente qui il problema diventa per così dire di estremo interesse perché il problema finisce con richiamare le radici di Gizzeria[…]

Non staremo a commentare la fondatezza di questa visione. Notiamo solo che in questa esposizione il relatore intende presentarci una interpretazione conosciuta a priori, anche se ce la prospetta, sorpreso (sic.!), come scaturente dall’osservazione dei fatti narrati e che gli serve solo a dare carattere di maggiore credibilità al suo messaggio, a quella interpretazione della realtà che si trova alle radici delle origini bizantine di Gizzeria.

Ma la cosa sorprendente è la riproposizione della assai discutibile lettura sul significato etimologico del termine, che si ritrova solo in G. Rohlfs, senza tener conto della storia e dei nuovi apporti e contributi linguistici davvero straordinari più recenti, che abbiamo avuto modo di trattare in varie pubblicazioni.

Le  osservazioni  dell’illustre  studioso  proseguono  esaminando  la  diaspora  albanese  e  le

diverse interpretazioni fornite in passato dagli studiosi. Ecco le sue testuali parole:

[…] Gli albanesi sono senz’altro venuti, hanno avuto modo di insediarsi, però per quanto riguarda Gizzeria, diciamo, non c’è altra testimonianza, anzi secondo la ricostruzione di Mandalà, secondo quello che dice Mandalà, che è uno studioso albanese di Sicilia, Ordinario dell’Università di Palermo, ecco secondo quello che egli dice naturalmente la venuta di Demetrio Reres, tutto il mito dei fratelli Reres è tutto un mito che è stato costruito sulla base di fonti posteriori che sono state palesemente fabbricate attorno alla famiglia Rodotà […]

[…] Mandalà si sofferma in maniera molto analitica sugli sviluppi di questa leggenda volta ad amplificare la venuta degli albanesi anche in contesti in cui gli albanesi probabilmente c’erano o  se  c’erano,  c’erano  in  maniera  molto  limitata  e  viene  notato  che  Gizzeria  viene  inserito esattamente – leggo quello che ho scritto – per completare sino al parossismo, ripeto è lo studioso che quando ha presentato questo libro all’Università c’è stata uno scontro epocale tra gli studiosi di stretta obbedienza albanese e gli studiosi invece che avevano a cuore la correttezza della documentazione storica, l’autenticità della documentazione storica, […] per completare, sino al parossismo, l’effetto delle colonizzazioni dei militari di Demetrio Reres è intervenuto sul finire del secolo XIX Francesco Tajani il quale, decise non solo di modificare l’elenco “ufficializzato” da Dorsa, ma anche di aumentare il numero dei paesi, che da sei passarono a undici[…]

[…] È significativo un fatto, e con questa considerazione concludo, che l’enfatizzazione delle origini albanesi viene fatta nell’Ottocento e questo è molto importante, significa meno di due secoli fa significa la mitizzazione degli albanesi era per così dire un ingrediente indispensabile perché l’Italia umbertina potesse aspirare al suo spazio nella penisola balcanica […] Quindi sono orientamenti che sono suggeriti da esigenze politiche di natura non strettamente collegati con la documentazione storica […].  (Tra […] la trascrizione della registrazione dell’intervento del prof. Burgarella  al  convegno  dell’Associazione  Acadjus  del  09  febbraio  2013.  Testo  non  rivisto dall’autore)

Concordo con l’intervento del Prof. Burgarella che interpreta il prof. Mandalà in merito alla presunta colonizzazione operata da Demetrio Reres. Il quadro sulla venuta degli albanesi non è ancora compiutamente definito, per dirla con le parole del prof. Burgarella, è ancora “sub judice”.

La figura di Demetrio Reres è questione intorno alla quale si è dibattuto a lungo. In passato alcuni studiosi hanno scritto che, intorno al 1448, il condottiero Demetrio Reres, dietro invito di Alfonso I d’Aragona sbarca in Italia con un contingente di albanesi per fronteggiare le rivolte contadine scoppiate in  Calabria. Ad operazione conclusa, gli albanesi  ottengono in cambio di potersi stabilire in alcune contrade e ripopolarono alcuni paesi attorno a Catanzaro (Andali, Arietta, Caraffa,   Carfizzi,   Gizzeria,   Marcedusa,   Pallagorio,   S.   Nicola   Dell’Alto,   Vena   di   Maida, Zangarona), da altri non è stato riconosciuto invece l’aiuto di Demetrio Reres prestato ad Alfonso d’Aragona e che non ci sono documenti attestanti che i suoi soldati abbiano avuto il permesso di restare in Italia e di ripopolare casali disabitati o fondarne di nuovi.

Quest’ultima tesi sembra ormai non lasciare spazio ad alcun dubbio, giacché di recente è stato possibile dimostrare che il diploma che riporta questa notizia «si tratta di un diploma dato a Gaeta il 1° settembre 1448, inserito negli atti del Notar Diego Barretta di Palermo, che lo registrò il

24 settembre 1665, in cui Demetrio Reres, valoroso capitano degli Epiroti, condottiero di tre colonie

albanesi si era adoperato con faticosi servizi militari per la conquista di tutta la provincia della

Calabria Inferiore, insieme con i figli Basilio e Giorgio» (Pietro De Leo, Gli albanesi…)  è un falso.

Precisiamo, comunque, che dire che la figura di Demetrio Reres non è mai esistita è una cosa, dire o far sembrare una pura deduzione logica che venuta meno la figura di Demetrio Reres i casali sorti negli anni della rivolta dei baroni in Calabria non sono mai stati ri/fondati è un’altra (tant’è che lo  fa anche  il prof. Mandalà nella sua pubblicazione, citando proprio il lavoro  di Domenico Zangari).

Resta pertanto chiaro sia per Mandalà che per Domenico Zangari che Gizzeria rappresenta uno  tra  i  primi  insediamenti  albanesi  d’Italia:  “[…]Gli  Albanesi  che  popolarono  Gizzeria dovrebbero appartenere alle prime immigrazioni[…]”. (D. Zangari, Le Colonie…., 1941).

Il prof. Burgarella, dopo aver affermato che alla presentazione del libro di Mandalà ci fu uno scontro tra innovatori e conservatori sulla corretta interpretazione della documentazione storica, aggiunge per altro che FrancescoTajani, nella seconda metà dell’800, per motivi anche “nazionali”, fece una sorte di miracolo, moltiplicando i casali albanesi, “che da sei passarono a undici“.

Ma vediamo cosa dice in realtà Francesco Tajani nel suo “Historie albanesi” del 1866, scritto, come egli afferma, “gli scrittori dei tempi ne registrarono con bastante precisione gli arrivi, a noi resta soltanto il coordinarli con gli avvenimenti storici“. Ed è ciò che il Tajani ha fatto, riportando correttamente l’elenco dei casali che, in quegli anni turbolenti, popolarono le terre calabresi. Egli scrive:  “Sorsero così Andalo, Amato, Arietta, Caraffa, Casalnuovo, Vena, Zangarona,  ai quali seguirono Pallagorio, S. Nicola Dell’Alto, Carfizzi, Gizzeria”.

Come ben si può notare, per la maggior parte si tratta di casali che ancora oggi continuano a conservare la lingua, ossia a tutt’oggi parlanti l’antico idioma.

Per quanto riguarda invece Gizzeria la documentazione storica in nostro possesso ci dice che il  casale  conservò  il  rito  religioso  fino  ai  primi  anni  del  XVII secolo,  mentre  per  la  ricerca linguistica siamo di fronte ad un classico esempio di archeologia linguistica.

Siamo  cioè  in  presenza  della  sparizione  della  lingua  d’origine  da  tutti  i  “domini

comunicativi“, cioè, “la dismissione di un’abilità linguistica ad opera dei singoli parlanti di una data comunità per effetto della scomparsa del mondo culturale ed economico che tale comunità motivava e teneva insieme“. Maria Francesca Stamuli, Morte di lingua …, Università degli Studi di Napoli Federico II -Dipartimento di Filologia moderna, 2008

Appare altresì evidente che prima della venuta degli arbëreshe il territorio di Gizzeria era spopolato e che non esisteva alcun centro abitato, diversamente avremmo dovuto rilevare, dai

fuochi del 1544, i cui dati demografici si possono tranquillamente retrodatare agli inizi del XVI

secolo, qualche latino o italiano nato o residente nel casale. (C. Trapuzzano, Il casale…, 2012).

Qualcuno, forse si aspettava di trovare il casale ancora abitato dai signori bizantini che, rimasti a corto di manodopera, aspettavano i “cafoni” albanesi per rimettere a coltura le terre abbandonate. E invece no, nulla di tutto ciò emerge, anzi i documenti analizzati ci restituiscono un luogo non mitizzato, ma abitato da uomini e donne, persone “in carne ed ossa” che, una volta fuggiti dall’Albania e dalla Grecia, trovarono le terre di Gizzeria disabitate e le andarono a popolare. E, a distanza di cinque secoli, noi ne siamo fieri discendenti.

A maggior conferma poi dell’asserzione del Mandalà/Zangari, concorrono altre circostanze di non poco rilievo desunte da una serie di documenti ampiamente trattati ed affrontati in questo saggio e in recenti studi e pubblicazioni.

È evidente che nella fretta e nella preparazione del convegno di Torre dei Cavalieri del 09 febbraio 2013, i documenti sopracitati, sono sicuramente sfuggiti all’illustre prof. F. Burgarella, altrimenti non avrebbe potuto sostenere che “[…] per quanto riguarda Gizzeria, diciamo, non c’è altra testimonianza […] (se non quella legata alla venuta in Calabria di D. Reres, ndr), ma seguendo più da vicino, quanto prodotto dalla cultura locale, avrebbe dovuto ammettere che Gizzeria rientra “non in maniera molto limitata“[…] non solo negli stanziamenti arbëreshe del XVI secolo ma come nuovo insediamento titolare di diritti e obblighi.

Condivido dunque in parte il pensiero dell’illustre Prof. Burgarella, dal quale invece dissento laddove egli ritiene che la Gizzeria albanese non sia altro che il derivato di una “ricostruzione Leggendaria”  –  mitizzazione  –  operata  da  alcuni  studiosi  albanesi  in  epoca  settecentesca  e ottocentesca.

A  darcene  la  conferma  che  non  si  tratta  di  una  ricostruzione  leggendaria  è  la  lettura dell’attuale posizione geografica del paese dove: ogni via, ogni angolo, ogni pietra dell’attuale centro abitato, parla il linguaggio della storia, ossia della cultura arbëreshe.

Ed  è  la  toponomastica,  una  delle  componenti  fondamentali  della  memoria  storica  nel territorio e dunque della cultura locale, a darci il segno più tangibile di questa appartenenza ad una precisa etnia.

Gli arbëreshe hanno voluto fissare nel tempo alcuni dei luoghi del territorio con nomi

appartenenti alla loro civiltà e alla loro cultura. Partendo dall’attuale centro abitato hanno chiamato Micatundo il colle che sovrasta l’abitato di Gizzeria alle cui pendici è stato costruito il paese (Deriva da alb. ‘mbikatundi’, sopra il paese), mentre a valle troviamo le località di Bidderi e Schips (cognomi arbëreshe), poi Cava e DDara (Dara, nobile famiglia arbëreshe di Gizzeria; cognome diffuso anche in alcune comunità arbëreshe in Sicilia), a seguire Fuscia l’ampio terrazzamento quasi ridosso del paese (alb. fùshë-a, pianura, piano, spiano), e subito dopo Livadia, ampio e disteso altopiano, a mezza costa, mediamente sui 200 metri sul livello del mare, ideale per qualsiasi tipo di coltura.  (alb.  livàth-dhi  ‘prato,  campo,  pianura,  piazzale,  campagna;  anche  piccolo  paese nell’Albania Meridionale) e per finire Martino, località a ridosso del mare a ricordarci un ulteriore cognome arbëreshe. (C. Trapuzzano, Gizzeria tra passato…2009).

 

F. Conclusioni

Ricercare nuove ipotesi sulla storia di Gizzeria appartiene alla “ricerca storica“, così come non è una prerogativa esclusiva né degli “scienziati” né degli studiosi di professione affrontare tali argomenti. Con questa affermazione non si vogliono, naturalmente, esprimere valutazioni di ordine morale e tantomeno attribuire a chicchessia titoli di merito o di demerito

Ciò che a mio parere non è accettabile, è la mistificazione dei fatti, la falsa riproposizione degli avvenimenti storici cosi come si sono succeduti nel corso dei secoli.

Come è infatti avvenuto nel recente convegno di Torre dei Cavalieri dove si è consumata l’ennesima  farsa  sulla  pelle  della  comunità  di  Gizzeria.  L’ennesimo  convegno  basato   su mistificazioni e falsi storici, buono solo come macchina del fango per un gossip estivo, che va benissimo se catalogata sotto la voce “eventi di intrattenimento estivo”, ma non dovrebbe essere l’obbiettivo di una crescita culturale, sociale ed economica.

La presenza dei gizzeroti è stata scarsa, la comunità locale non è stata coinvolta, cosi come il

Sindaco e gli stessi amministratori.

Il convegno si è concluso con una passerella del costume femminile lametino, lo spettacolo è stato interessante, peccato che non si è parlato del costume femminile di Gizzeria, delle sue origini e della sua evoluzione.

La nostra comunità ha bisogno di conoscersi meglio e questo non solo e non certo per un mero gusto di erudizione, ma soprattutto perché sono convinto che la conoscenza del passato è in grado di farci approfondire la consapevolezza del presente, di mettere a fuoco la nostra identità. Aver concretezza del proprio stato determina la capacità di programmare consapevolmente il futuro. La storia, quindi, non come sterile curiosità o semplice conoscenza, ma come strumento pragmatico di vita, di miglioramento della condizione della stessa.

Comments are closed.

Advertise Here
Advertise Here

NOI ARBËRESHË




ARBËRESHË E FACEBOOK




ARBËRESHË




error: Content is protected !!