Archive | Storia

DUE LINGUISTI E UN GIURISTA NON POTEVANO FARE UN PROGETTO DURATURO DI TUTELA

Protetto: DUE LINGUISTI E UN GIURISTA NON POTEVANO FARE UN PROGETTO DURATURO DI TUTELA

Posted on 06 luglio 2021 by admin

Il contenuto è protetto da password. Per visualizzarlo inserisci di seguito la password:

Commenti disabilitati su Protetto: DUE LINGUISTI E UN GIURISTA NON POTEVANO FARE UN PROGETTO DURATURO DI TUTELA

COME PROTEGGERE LA REGIONE STORICA ARBËRESHË DAI COMUNEMENTE

Protetto: COME PROTEGGERE LA REGIONE STORICA ARBËRESHË DAI COMUNEMENTE

Posted on 11 giugno 2021 by admin

Il contenuto è protetto da password. Per visualizzarlo inserisci di seguito la password:

Commenti disabilitati su Protetto: COME PROTEGGERE LA REGIONE STORICA ARBËRESHË DAI COMUNEMENTE

DA ATTORI PROTAGONISTI A TURISTI DI PASSAGGIO

DA ATTORI PROTAGONISTI A TURISTI DI PASSAGGIO

Posted on 06 giugno 2021 by admin

GJITONIA

NAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – Per realtà degenerata, mediocre o senza storia, s’intende l’atto di imporre percezioni sensoriali, attraverso informazioni che degenerano la prospettiva del vivere natio, specie nel baricentro dal costruito storico,  quando a valorizzare  l’uomo e la natura, sono immagini senza storia.

Le cose della radice umana, manipolate di sovente dai comunemente, propongono atti pittorici, lì, dove l’uomo non è più attore delle sue cose e del suo vivere quotidiano, ma un semplice spettatore passivo o in veste di turista che passa e va.

Unica risorsa ancora viva, disponibile al genio locale, rimane la ribellione dei cinque sensi, che imperterriti non si adattano a queste espressioni del vissuto figurato, oltretutto pensato da altrui menti, sicuramente successo in stupore e divertimento per i viandanti; ma colpo al cuore per quanti sentono, vedono, odorano, assaporano, parlano senza riverberi tipici del focolare materno.

Un tempo era l’uomo che faceva il ciabattino, il fabbro, il maniscalco e ogni sorta di mestiere con i passanti locali spettatori.

Quando da piccolo si aveva “ghë nge” letteralmente tradotto “una voglia” ancor più nota dall’arbëreshë volgare come “gnë n’guli” erano le nostre madri  a soddisfarle con prodigiosi manicaretti la nostra esigenza di irrequietudine e non certo ci affidavano alle trovate, delle altrui genti o  ignoti passanti.

Un tempo erano i bambini che riempivano piazze e anfratti con la libertà dei loro giochi.

Un tempo erano le nostre madri e le nostre sorelle a riunirsi negli anfratti storici, contro vento e riempire quei luoghi ameni, annotando e intrecciando la storia locale durante i pomeriggi assolati.

Un tempo era la comunità a fare festa per identificarsi in valori della propria religione.

Una volta eravamo noi i protagonisti della nostra vita, dentro le scene del quotidiano vivere in comune.

Un tempo erano le nostre madri, che risparmiavano in tutto, compresa l’acqua sporca, riversata “Kasanë” ambiti naturali dove, le correnti ascensionali, assorbivano i maleodoranti miasmi e la terra rigenerava i reflui per produrre eccellenza.

Un tempo le nostre madri si riunivano per tessere e consolidare rapporti parentali, predisponendo strategie di mutuo soccorso.

Un tempo erano le nostre madri a vivere serene, perché i luoghi dei gioco dell’adolescenza erano sicuri e sotto l’occhio vigile degli adulti che divertiti assistevano.

Un tempo le nostre madri si vestivano a festa per fare atti coerenti, garbatamente vestite e senza eccedere negli atteggiamenti di confronto.

Una volta le nostre madri ci abituavano ad affrontare la vita, rispettando gli altrui generi, mai ritenuti in alcun modo mira di scherno o usati per dominarli o sottometterli, in quanto, ritenuti nostri pari con abilità uniche (a tal proposito si possono fornire prove e avvenimenti).

Un tempo le mostre madri, quando stanche restavano davanti all’uscio di casa, il luogo di spogliatura dei prodotti del trittico mediterraneo, attendevano il premio della loro abnegazione in forma di  ritorno dei propri cari dalla campagna, non per finta ma per vita vissuta.

Un tempo la vita del paese era fatto di noi tutti, sia si trattasse del centro storico, sia delle frazioni o di ogni Kota/Rashë di terreno lavorato.

Quelli erano i tempo in cui le uniche onde  del mare nostro, erano  prodotte dallo scorrere lento del Galatrella; carezze simili alle materne, e  ti crescevano c senza pericoli, perché fatte di lievi abbracci di docili  acque.

Oggi la realtà degenerata, mediocre o senza storia, mira a rubare il futuro, impone scenari per le nostre cose e dalle vie quotidiane, trasformandoci in spettatori senza forza e cosa più grave siamo scippati sin anche dall’attivare i nostri cinque sensi.

Il genere umano è strano, anzi potrebbe dirsi degenere o perverso, in quanto, invece di rendere la vita partecipata nei centri minori, si preferisce illustrarla secondo le metriche di giullari senza futuro, che producono abusi edilizi perché modificando sin anche il senso certificato delle cortine edilizie.

Tuttavia, per quanti non hanno  letto un libro, non hanno partecipato al vivere civile delle piccole comunità, è bene far sapere che lo scorrere del tempo non è dettato dalle onde del mare in burrasca o da voci altre; gli ambiti dei piccoli centri antichi, le prospettive le disegnano, giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto, quanti vivono e attivano i cinque sensi, coerentemente da oltre sei secoli di vita condivisa tra generi e ambiente naturale in crescita. 

Commenti disabilitati su DA ATTORI PROTAGONISTI A TURISTI DI PASSAGGIO

PER QUESTO DELOCARONO IL COLLEGIO CORSINI (1792)

Protetto: PER QUESTO DELOCARONO IL COLLEGIO CORSINI (1792)

Posted on 25 maggio 2021 by admin

Il contenuto è protetto da password. Per visualizzarlo inserisci di seguito la password:

Commenti disabilitati su Protetto: PER QUESTO DELOCARONO IL COLLEGIO CORSINI (1792)

DALLE CITTÀ, SI TORNA A RESPIRARE CON LA FILIERA CORTA DEI CENTRI RURALI DIFFUSI

Protetto: DALLE CITTÀ, SI TORNA A RESPIRARE CON LA FILIERA CORTA DEI CENTRI RURALI DIFFUSI

Posted on 23 maggio 2021 by admin

Il contenuto è protetto da password. Per visualizzarlo inserisci di seguito la password:

Inserisci la tua password per visualizzare i commenti.

LA FAVILLA MADRE, NELL’ALTARE DELLA KALIVA ARBËRESHË

LA FAVILLA MADRE, NELL’ALTARE DELLA KALIVA ARBËRESHË

Posted on 19 maggio 2021 by admin

Annetta1NAPOLI (di Atanasio Pizzi  Basile) – Il monte Olimpo con le sue figure più rappresentative ha ispirato storicamente le vicende e le consuetudini degli arbëreshë nel corso della storia sin anche gli aspetti più reconditi della tipica consuetudine.

Prima di attingere e presentare come mitico personaggio Giorgio Castriota, raffigurato nelle gesta e gli emblemi di difesa, è opportuno delineare cosa abbia caratterizzato la definizione, durante lo scorrere del XVIII secolo, degli elementi caratteristici e caratterizzanti il costume della pre-Sila, in media valle del Crati.

In questo breve si vuole rilevare cosa rappresenta, il panno in porpora(Panj), che la signora Annina F. da Santa Sofia, (in figura), porta avvolto sul braccio sinistro, storico messaggio di consuetudine per ogni moglie e madre, regina del fuoco domestico.

Premesso che il costume della media valle del Crati rappresenta la radice, in forma di arte sartoriale, o meglio, atti di credenza civile è religiosa, arbëreshë; è un identificativo completo della sposa, moglie e madre, rispettivamente arco di tempo a seguito del quale  all’interno del perimetro costruito, dove vive la famiglia, diverrà  il luogo dove la donna, sposa e poi madre assumerà il ruolo di regina del focolare .

Lei come, Hestia, la prima figlia di Cronos e Rhea, per non sottrarre il trono al fratello minore Zeus, assume il ruolo, in tutte le dimore degli uomini, identificandosi, dea del focolare domestico acceso.

Per questo essa è la dea della casa, degli affetti e dell’ospitalità, perché nel centro della casa, trova luogo il focolare, il suo storico altare.

È qui che ricevere ogni bene, assumendo il ruolo di forza trainante della casa, sacro diventa così il focolare, amministrato senza soluzione di continuità; qui trovano asilo i supplici, qui si sacrifica la sposa, essa non è onorata solo al centro delle singole case, ma contemporaneamente nel focolare comune che le comunità accendono quando si riuniscono in pubblica piazza.

Solo attraverso il fuoco possono costituirsi e fiorire nuove famiglie, esso rimane indistinto nel mondo figurativo perché rappresenta la fiamma in continuo mutamento.

Il fuoco è il fulcro, centro, di ogni casa, nell’antichità quando una parte dei suoi figli partiva per insediarsi in nuove terre parallele, si affidava una favilla di fuoco, da poetare nella mano sinistra, al fine di accendere nuovi focolai e potersi ritrovare a casa attorno a quel luogo, che grazie a una favilla della madre casa continuava legittimamente a progredire.

La sposa arbëreshë quando diventa moglie porta sempre il suo panno color porpora nel suo braccio sinistro, specie nei giorni di festa, quando deve ricordare alla sua famiglia che anche quando e festa, che il fuoco della sua casa e sempre vivo.

Il costume arbëreshë della pre-Sila, in media valle del Crati è uno elemento caratterizzante che non trova eguali in nessuna macro area della regione storica.

Spetta alla posa, poi moglie e in seguito madre, ogni volta che indossa quelle vesti, inviare messaggi di continuità storica, spetta alle nuove generazioni comprenderne il valore e il senso di quei messaggi.

Sono questi che una volta fatti propri, in lingua madre nell’atto della vestizione, è opportuno saperli esporre in forma di vestizione e messaggi, con modestia, garbo e buon senso, come dicevano le nostre madri;  magari rimanendo in silenzio, per consentire alla “favilla madre” di illuminare ogni cosa, esposta agli osservatori incuriositi.

Commenti disabilitati su LA FAVILLA MADRE, NELL’ALTARE DELLA KALIVA ARBËRESHË

L’ABITO DA SPOSA ARBËRESHË  (Stolithë i Nusesh Arbëreshë)

Protetto: L’ABITO DA SPOSA ARBËRESHË (Stolithë i Nusesh Arbëreshë)

Posted on 13 maggio 2021 by admin

Il contenuto è protetto da password. Per visualizzarlo inserisci di seguito la password:

Commenti disabilitati su Protetto: L’ABITO DA SPOSA ARBËRESHË (Stolithë i Nusesh Arbëreshë)

STORIE DEI PICCOLI CENTRI MINORI NEL MERIDIONE ITALIANO (Janë përàlesë arbëreshë)

STORIE DEI PICCOLI CENTRI MINORI NEL MERIDIONE ITALIANO (Janë përàlesë arbëreshë)

Posted on 02 maggio 2021 by admin

PER AMORE D’ARBERIA.NAPOLI (di Atanasio Pizzi  Basile) – Generalmente la storia dei centri minori del meridione italiano, si basa sulle note prodotte dal parroco, l’alchimista, il notaio, il medico o l’aio; in tutto, le uniche figure all’epoca dei fatti, in grado di leggere, scrivere; generalmente di parte e privi di competenze specifiche verso i temi e le note lasciate in eredità ai posteri.

Lo scorre lento, sostenuto dal consuetudinario locale, lasciava il tempo alle citate figure, di annotare le cose e catalogarle secondo personali descrizioni, che non rientrano nelle materie della propria formazione, professione o arte manuale.

I lasciti così prodotti, assumono più un valore campanilistico, che traccia della storia locale, quella che poi serve come lascito da tramandare.

Tuttavia, se le note opportunamente interpretate, si confrontano con le cose del territorio locale, il riferito di memoria è  presumibile catalogare quali i temi in due distinte categorie: le romanze locali utili a valorizzare ceppi campanili familiare  e  il veritiero realmente accaduto, quest’ultimo in specie, ricoperto da dubbi di ogni genere .

La consuetudine da annotare, la storia in forma campanilistica, attinge le informi pieghe dai trattati dei romani, questi ultimi, notoriamente per esaltare le gesta dell’impero in ascesa, mescolavano presente, passato e futuro, a cui si è dovuti ricorrere ai temi delle diplomatiche della storia.

Oggi a rivestire il ruolo di scriba dei latini, sono figure con funzione di  modellatori della storia locale arbëreshë o indigeni, i quali, invece di annotatore note da tramandare, esaltano senza ragione cose mai avvenute o da nessuno prodotte o rese in forma veritiera.

Per questo la storia dei piccoli centri minori, come avveniva con i romani, si ripete e promuove accadimenti, raffigurazioni, costumi e riti, senza un supporto di senso compiuto, rimanendo incapace di rendere credibile, forme fisiche e le risultanze del genius loci, in altre parole argomenti senza fonte storica possibile, per un ambito ben circoscritto o identificabile.

L’impossibilità di confrontare elementi finiti del territorio, parallelo allo sviluppo economico e sociale, immaginando che siano il prodotto del tempo di una stagione, restringe secoli di storia secondo la metrica di una favola o di una leggenda.

Chi oggi crede di poter tracciare o far apparire credibile la storia di un centro minore, brandendo capitolo, onciari liberamente interpretati da comuni addetti, in oltre produce danno alla radice della comunità.

Non è concepibile continuare a dare di giorno, in giorno, significati pittoreschi perennemente alle note locali senza avere come fondamento una visione globale dell’ambito in esame, in altre parole si costruisce forme con la polvere e alla prima flebile brezza, sottratta da quanti attendono d’incamerarla senza misura di cosa raccolto, se polvere di storia o stelle filanti, certamente non sono ne vicende e ne avvenimenti della radice  locale.

Quale migliore auspicio identificativo può essere, per un ambito minore, l’analisi del paesaggio, le bonifiche, gli elevati dove le genti hanno iniziato a vivere, le vie, le piazze, in tutto l’insieme “sheshò”  atto di ritualità, giacché, componimento, eseguito non secondo le note ereditate, ma grazie il genius loci, in altre parole, gli atti dell’uomo con l’aiuto della natura.

La storia di un centro minore, è cammino culturale, intrapreso da un gruppo di lavoro, in continuo fermento e confronto; esso mira a raggiungere obiettivi certi, individuando bagliore, dopo spiragli, la storia del passato.

Alla luce di ciò si può ritenere che ogni piccolo centro minore dell’Italia collinare, sia esso Paese, Frazione, Poggio, Casale, Castrum, Motta, Villaggi, Vico, Contrada, Sheshi o Katundë, tutti volgarmente appellati Borghi, Borgate o Bovàrë; o il risultato matematico di una  somme, sempre in numero primo.

Altrimenti si termina per inglobare ogni cosa nel calderone dei piccoli imperi romani, in piena evoluzione; racconti di  luoghi idilliaci, i cui attori principali sono sempre nobili cavalieri, spose in festa e nessuno intento a lavorare;  una società priva d’ingiustizie, soprusi, prevaricazioni o pregiudizi verso le altrui genti, cui oggi, nessuno crede.

In altre parole una popolazione gioiosa intenta a stare seduta nei tipici artefatti murati, di fianco all’uscio della propria dimora, in attesa che la storia li annoti, toponimi di quartieri, rioni o gjitonie.

Per analizzare le dinamiche di crescita dei centri antichi detti minori, in passato, non si sono occupate, le grandi menti in campo architettonico, sociale, antropologico e urbanistico, generalmente inclini a osservare e studiare  centri maggio, ritenendo a torto, che il confronto tra uomini e natura, splendeva solo nelle grandi opere.

Purtroppo per loro, non è così perché l’uomo, ha sempre iniziato con le cose piccole, per poi crescere e fare cose grande.

Oggi finalmente si è compreso che è arrivata la stagione per recuperare e iniziare il percorso di recupero dai centri minori, avendo ben chiaro il principio che a svolgere questo complicatissimo compito devono esse i grandi e non i comunemente, senza formazione culturale, sensibilità, garbo, in tutto educazione, per leggere e tradurre le fondamenta dell’architettura che è appartenuta alla maggior parte degli uomini, in tutto la parte operosa del mediterraneo.

Ragion per la quale, dare significato alla storia e agli eventi seminati nei perimetri dei centri antichi detti minori delle colline italiane, bisogna essere “imprenditore storico colturale” menti libere da pregiudizi, prevaricazioni politiche, senza mire e accomodamenti di genere/ colore.

L’imprenditore storico colturale, preferisce libri, mappe, atti impolverati, memoria del territorio, in tutto, cosa è in grado di fornire ricchezza storico/culturale, per delineare il processo di sviluppo locale, in stretta aderenza con la storia in senso ampio, di un territorio in fermento identitario.

La ricchezza culturale così intercettata, renderà possibile aprire nuovi stati di fatto, attraverso cui si possono vedere, le vicende locali in forma di architetture.

Sono proprio queste ultime grazie alla consistenza degli elevati murari, gli orizzontamenti, i piani inclinati, ad essere espressione lampante del genio locale, atti materiali, elevati nel corso dello scorrere dei secoli; aggiunte, sovrapposizioni, conquiste di spoglio, sono l’espressione economica della crescita di un ben identificato gruppo familiare.

Gli stessi, che fino agli anni sessanta del secolo scorso rappresentavano i libri, gli atti disegnati sul territorio; la stessa architettura, s che da oltre cinque decenni accoglie superfetazioni e angherie di ogni genere;  senza  che una cultura professionale figlia della formazione scolastica, accademica e di categoria prenda il volo e osservi.

Quando si riferisce di tutela, non si dovrebbe intendere a quella delle leggi degli uomini, ma della fonte del rispetto che ha origine dalla formazione del progettista cui viene affidata l’opera, dalla committenza, lasciando ai preposti  il compito di memoria e non tribunale, da aggirare con espedienti o esperimenti.                                                                                                                

Solo quando il tecnico progettista inizia il suo itinerario sostenibile. attingendo da fonti storiche per impastare il suo progetto. fatto di antropologia, valori sociali, architettonici, analizzando le attività di luogo, potrà mirare a un buon progetto di riqualificazione.

È tempo di prendere consapevolezza che le epoche di edificazione di questi ambiti, nasce per rispondere a esigenze, non più possibili dentro i recinti delle città murate, questo è il tempo. in cui si termina di esse il modello per accogliere e sostenere le esigenze dei suoi abitanti, ma di allargare le prospettive sociali.

Ha così origine la città aperta o policentrica, prima con le appendici di prossimità fuori dalle mura, la conseguente eliminazione di queste ultime  per scelta strategia e rispondere adeguatamente alla nuova economia in forza lavoro.

È in questa epoca che nasce l’elenco citato di agglomerati, gli unici in grado di predisporre attività intensive in forme produttive, agricole, silvicole e pastorali, in prossimità di queste ultime.

L’agricoltura e la bonifica del territorio diventano la risorsa per la sostenibilità demografica in forte crescita, ed ecco che in prossimità dei luoghi di lavoro, nascono quelli che oggi identifichiamo come Paese, Frazione, Poggio, Casale, Castrum, Motta, Villaggi, Vico, Contrada, Shesho e Katundë.

Modelli urbani che non hanno mura, ma si difendono con la tipica configurazione articolata in forma di rughë, shëpi e aie adagiate rispettosamente senza intaccare l’orografia naturale; rioni in aderenza che danno origine a forme urbane policentriche, il Sheshi, la nuova murazione fatta di case e strade per la difesa.

Questi s’identificano in due tipologie distinte; la prima, espressione sociale del modello di vicinato e riguarda gli indigeni locali; la seconda gli agglomerati etnici dei gruppo provenienti dalle sponde a est dell’Adriatico, questi, una volta intercettati gli ambiti paralleli della terra di origine, avviarono le loro attività di sostentamento, affidandosi al modello sociale denominata gjitonia, battiti sociali intercettabili all’interno dei quattro rioni tipici arbëreshë.

Analizzare gli ambiti e la relativa storia, per quanto accennato, consente di avere consapevolezza dei trascorsi delle popolazioni distintesi sotto il sole del mediterraneo collinare.

Secondo il noto filosofo Aristotele, i centri  quelli collinari, erano storicamente riconosciuti ideali per crescere, coltivare e nel contempo allevare coltura, scienza e arte, grazie alla luce più longeva del mediterraneo, la stessa che consente di indagare le sfumature più profonde, in ombre e si oppongono alla luce del sole.

A tal fine è il caso di citare alcuni esempi, se non i più emblematici componimenti realizzata in ambito architettonico e urbanistico, direttamente connessi con le narrazioni delle figure elencate all’inizio del capitolo.

Utopie storiche, componimenti dell’uomo senza indagine, producendo  prevalenza o favori di pochi verso i molti in sofferenza perenne.

Gli esempi sono rispettivamente: San Leucio in Campania, Filadelfia in Calabria, Ulteriore, Matera in Lucania e Cavallerizzo in Calabria Citeriore; quattro modelli  della storia moderna il cui sunto attinge dalla narrazione che supera supera la vera radice delle cose che servono; tutto diventa leggenda e quanti non sanno, producono identità violate.

Commenti disabilitati su STORIE DEI PICCOLI CENTRI MINORI NEL MERIDIONE ITALIANO (Janë përàlesë arbëreshë)

ARBARÌA UN COMPONIMENTO ACROLITO (sju gjitonisë)

Protetto: ARBARÌA UN COMPONIMENTO ACROLITO (sju gjitonisë)

Posted on 28 aprile 2021 by admin

Il contenuto è protetto da password. Per visualizzarlo inserisci di seguito la password:

Commenti disabilitati su Protetto: ARBARÌA UN COMPONIMENTO ACROLITO (sju gjitonisë)

NAPOLI E SANTA SOFIA UNITE DA UN SOLIDO FILO DI CULTURA E STORIA  (Il Sindaco di Napoli Luigi de Magistris a Santa Sofia)

NAPOLI E SANTA SOFIA UNITE DA UN SOLIDO FILO DI CULTURA E STORIA (Il Sindaco di Napoli Luigi de Magistris a Santa Sofia)

Posted on 19 aprile 2021 by admin

Bugliari DemaNAPOLI (di Atanasio Pizzi  Basile) – Oggi 19 aprile 2021, dopo un mese dall’inizio dell’estate arbëreshë, il centro antico di Santa Sofia è nuovamente intriso di quei valori come avvenne per diversi decenni durante la fase dell’illuminismo in ascesa.

Luigi de Magistris con la sua visita ha confermato che il legame tra il Katundë Arbëreshë e Napoli continua a rimanere immutato.

L’interesse con cui ha ascoltato tutte le vicende storiche, poste all’attenzione dell’illustre figura istituzionale, ha reso più solidali i rapporti storici che videro protagonisti gli arbëreshë, sin dai tempi in cui era ancora Casale di  Bisignano.

A tal fine oltre alle vicende che videro i Sofioti sentinelle attente, sono da rilevare la scelta di Carlo III°, per la fiducia dimostrata quando preferì il reverendo Giuseppe Bugliari quale cappellano militare delle guardie reali denominate, Real Macedone.

O quando le prime vicende che avevano come tema la questione meridionale, con protagonisti, il vescovo Francesco Bugliari in loco e il cugino Pasquale Baffi aprire una serrata corrispondenza, quest’ultimo, intento a confrontarsi con la cultura e la politica europea per riferire le misure da adottare in Calabria citeriore.

Non da meno sono, le vicende della nascita e la fine della rivoluzione del 1799, quando a rivestire la funzione del ministero degli interni, della proclamata Repubblica Partenopea fu Pasquale Baffi, afforcato in piazza mercato, non prima di aver ben seminato i germogli sociali, nonostante alcuni anni dopo, vide soccombere, il vescovo agricoltore  F. Bugliari, i cui germogli allevati, non smisero mai di fiorire gli anni a seguire.

Napoli è ancora protagonista con Santa Sofia, quando nel 1876 il reverendo Giuseppe Bugliari fu indicato dalla curia Napoletana, per relazionare sulle sorti del Collegio Corsini e nonostante fosse un Prete latino, Notte tempo fu trasferito a Roma per essere nominato Vescovo e preparare le sorti dei Bizantini in Italia.

Queste e tante altre vicende hanno fatto la storia di Santa Sofia, del meridione e dell’Italia; nate e sviluppatesi tra questi elevati murari, che dietro intonaci e infissi moderni fanno riecheggiare le storiche decisioni.

Oggi il sindaco Luigi de Magistris partecipa alla disputa elettorale, per la guida della regione Calabria e con la sua presenza, li in quei luoghi, dove la storia si è svolta, ha riportato in auge e ascoltato il riverbero, nel più rigoroso silenzio.

Prima il Museo del Costume di Macro area, poi la statua di Pasquale Baffi, in seguito la storica dimora dei Bugliari e  in fine La chiesa Matrice di Sant’Atanasio, sommati al vociferare in Arbëreshë, formano il quadro Sofiota, che garantisce energia al modello di solida integrazione mediterranea.

A quanti affermano che la Calabria abbia già i suoi figli migliori per essere tutelata, vorrei ricordare quanto la storia insegna, giacche, a valorizzare il piede dello stivale, furono i popoli che affacciano nel mediterraneo e approdarono in Calabria, non per occuparla, distruggerla o sottometterla, come oggi è  per la popolazione tutta.
 
Il fine degli alloctoni puntava a migliorarla e renderla sostenibile, garantendo dignità diffusa ai suoi abitanti indigeni e non.
 
Oggi dopo due secoli di decadenza, un stagione nuova si presenta concretamente ai Calabresi di buon senso e liberi da vincoli di comunanza; serve solo cogliere l’attimo, per tornare nuovamente a splendere come il sole, che la avvolge e la nutre giorno dopo giorno.
 
Luigi de Magistris, per questo non va guardato come straniero, ma l’opportunità mediterranea per una nuova stagione di rinascita.
 
A noi arbëreshë,  siccome siamo una delle popolazioni approdata per sostenere e migliorare queste terre, il dovere di ringraziare, fraternamente e con orgoglio il sindaco di Napoli la nostra capitale in terra meridionale.
 
Con la sua iniziativa, infatti ha ricucito lo strappo, di due secoli or sono, per restituire dignità diffusa ai molti calabresi, evitando che i pochi prevalgano e riportino il piede dello stivale, alle origini della questione meridionale.

Commenti disabilitati su NAPOLI E SANTA SOFIA UNITE DA UN SOLIDO FILO DI CULTURA E STORIA (Il Sindaco di Napoli Luigi de Magistris a Santa Sofia)

Advertise Here
Advertise Here

NOI ARBËRESHË




ARBËRESHË E FACEBOOK




ARBËRESHË