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LA TUTELA DISARMATA DELLA CULTURA ARBËRESHË

Posted on 10 febbraio 2019 by admin

LA TUTELA DISARMATANAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Lo stato in cui versa la struttura della tutela storica minoritaria meridionale, denota quanto sia stata disarmata la difesa del modello gjitonia, forza di accoglienza pulsante, della regione storica arbëreshë.

Per dimostrare ciò è bene precisare che la distanza (“scarto“) misurata, elaborata e costruita, tra le tradizioni culturali arbëreshe e indigene, invece di articolarla all’interno di molteplici domini, quali: la morale, le logiche del senso, l’arte, le strategie vissute per guadagnare un diverso accesso e scoprire il carattere inedito e non scontato, ha seguito la ricostruzione linguistica germanica del 1871.

Tralasciando le proprie categorie di merito che avrebbero messo in luce la particolare piega, che le ha prodotte; per questo ad oggi rimangono ancora inesplorate le categorie decisive per l’orizzonte teoretico, pratico e politico contemporaneo, di cultura e identità.

In conformità alla premessa, aprire un cantiere di studio teorico/ grafico (Diplomatica) utile a definire lo ‘scarto’ dei pensieri arbëreshë e indigeni, segna quanto sia indispensabile porre l’attuazione sul giusto confronto e aprire tra i due pensieri, un comune campo parallelo conservativo delle due identità.

L’erroneamente appellata “aRBËRIA” che vuole individuare un luogo stabile, è vetusto, ma più di ogni altra cosa, privo di ogni genere di armatura, in quanto storicamente disarmato e disarmante, i cui elevati tangibili e intangibili, non trovano alcuna conformità strutturale.

Per questo essa diventa “appellativo assurdo” assolutamente da scartare, cosi come, lo è la teoria che l’albanese e l’arbëreshë sono la stessa cosa e che devono affidarsi a una misura standard.

Questo è un errore grave e denota molto bene lo “scarto” di quanti si sono prodigati verso temi a loro oscuri, in quanto, non è concepibile che genti con vissuti e momenti storici dissimili possano ritenersi addirittura identici, quando sarebbe bastato creare i presupposti per determinare il preciso scarto, l’esatta misura.

Quei pochi che hanno preso consapevolezza, e usano l’appellativo di “regione storica arbëreshë”, non stanno sollevando muri o creando barriere per ghettizzare, come avveniva nelle architetture medioevali, in quanto, i principi degli abitanti della regine storica, sono quelli della città diffusa o meglio città aperta, che si basa sui valori urbani del rione e non del quartiere, come spesso si ode per opera di eminenti oratori.

I Katundi Arbëreshë sono i luoghi dell’integrazione, qui l’accoglienza è un dovere, un proprio momento di confronto, l’ospite si siede a capotavola e viene udito e riverito; facendo diventare la Gjitonia il luogo sano, senza confini, per riverberare esperienze senza contrapporsi o sovrapporsi; un momento di condivisione, una rotta parallela costruttiva.

L’ospite nei paesi della “regione storica” è sacro, diventa parte della famiglia ospitante, “atto di accoglienza e confronto” in cui le uniche armature sono il rispetto delle proprie origini e dei propri ideali.

Nei paesi della regione storica, l’ospite entra a far parte della famiglia e i suoi valori sono rispettati, due vie parallele a confronto che convivono e si confrontano solidamente distanti tanto quanto serve per rilevare lo scarto tra la morale, le logiche del senso, l’arte, le strategie vissute per realizzare manufatti idonei, duraturi, che la scienza esatta riconosce nelle strutture armate, non in senso bellico, ma quelle necessario a sopportare ogni tipo di sollecitazione naturale o indotta dall’uomo.

Perché questi concetti non sono mai stati dibattuti e portati alla ribalta, perché si è preferito la via dell’ostinazione nel ritenere la gjitonia un suddito, un sotto prodotto del vicinato, senza mai invece porle sullo stesso piano, accostarle per scoprire le fondamenta?

Quale difesa hanno prodotto gli arbëreshe verso di essa in convegni, tavole rotonde, cattedre e momenti legislativi se si usava paragonarla come sotto prodotto del modello indigeno?

Dove stavano i cavalli, la destrezza, le capacità per la sagomatura del ferro, utile ad armare i monoliti (i pilastri) della regione storica arbëreshë?

Una risposta plausibile ci sarebbe, ovvero,  la responsabilità sta in tutti coloro, che con sorrisi ironici, hanno indossato le verti e la corona sul capo per addobbarsi da Dante Alighieri, spargendo versi e sonorità senza senso, magari pure raccolti nel paese di fonte.

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