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NEI KATUNDË ARBËREŞË SI RESPIRA PIANO PER NON CONSUMARE L’ARIA BUONA fachietë e shëpive tona i bënë si dosa lavinje

Posted on 12 settembre 2026 by admin

gulia3NAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Un centro antico arbëreshë va interpretato come uno spazio di accoglienza, nel quale la dimensione comunitaria, la memoria culturale e il rapporto con il territorio concorrono a definire il senso dell’abitare comune.

In questi sistemi urbani aperti, l’accoglienza non si configura esclusivamente come apertura verso l’altro, ma come disposizione quotidiana alla condivisione di tempi, spazi e relazioni e, l’espressione secondo cui «chi vi abita respira piano e non consuma aria buona» può essere assunta come metafora di una diversa concezione del vivere insieme e, respirare lentamente significa sottrarsi, almeno in parte, alla logica della velocità e del consumo, riconoscendo al territorio un valore che non è soltanto economico o funzionale, ma anche simbolico.

Da tale prospettiva, il centro abitato diviene un luogo nel quale l’aria è, intesa metaforicamente come bene comune, che non deve essere dissipata, ma condivisa e, il “respirare piano” allude dunque a una modalità dell’esistenza fondata sulla misura, la reciprocità e capacità di preservare ciò che appartiene alla collettività. L’accoglienza qui nasce e si sostiene da questa condizione che, fa di questo territorio il luogo ideale secondo cui chi viene accolto, non è considerato come un dissipatore di risorse, bensì come parte di un equilibrio sociale e culturale più ampio e solidale.

Ne consegue un postulato, secondo cui la capacità di accogliere è direttamente proporzionale alla sua capacità di abitare senza consumare il proprio spazio vitale, culturale e relazionale colmo di aria semplice e genuina.

Nei centri sostenuti dagli arbëreşe, e mi riferisco a quelli di un tempo non lontano, questa possibilità la si incontrava nella persistenza delle tradizioni, nella dimensione comunitaria e nella relazione tra memoria e territorio.

L’accoglienza, per questo, era soltanto una pratica che assumeva un ruolo significativo che riportava la memoria indietro nel tempo, secondo una qualità intrinseca del modo in cui una comunità abitava, custodiva e tesseva con rigore di memoria, il proprio luogo.

Oggi, purtroppo, questa dimensione sembra aver smarrito la via maestra e, chi vi giunge come ospite, turista o “artefatta voglia urbana”, vede e sente in questo paesaggio aria abbondante da violare dipingere e consumare, questi centri colmi si storia operosa che costituisce la parte integrante dell’identità del luogo.

E in poco tempo gran parte di questo patrimonio è viene modificato, trasformato o sostituito, fino a rendere meno riconoscibile la memoria di quanti dovrebbero iniziare il corso elementare e addentrarsi nel ciclo formativo.

Tuttavia nei Katundë arbëreşë, questa aria antica è ancora presente, non completamente alterata dagli interventi di quanti ancora non hanno iniziato il ciclo elementare di formazione o, da chi va all’asilo e non ha ancora compiuto sette anni e, che confonde la risorsa sabbiosa locale con il laghetto dove crescere papere selvatiche.

Infondo si tratta solo di pagine di storia illustrata che oggi possono essere ancora lette e interpretate soltanto da chi sa attraversare questi vicoli con rispetto, attenzione e consapevolezza.

Le soglie delle abitazioni, le pietre levigate delle strade dal tempo i muretti dei ponti conservano ancora i segni della storia e costituiscono, nel loro insieme, un vero e proprio archivio materiale del tempo che qui è trascorso.

Sebbene lo scenario originario sia stato in parte compromesso, trasformato e colorato di memoria indigena, nessuno degli interventi che ne hanno modificato l’aspetto ha potuto cancellare completamente quella dimensione profonda, costituita da un’“aria antica e riverberi antichi” che il tempo ha conservato con riverberi dei saggi dottori locali e non con i moderni addetti che vedevano nebbia, non si muovevano mai dal camino come legna in estate, chi imitava gli altri non avendo una propria visione della vita o chi chimato per riparare il collegio lo danneggiava.

Tra questi vicoli si incontrano oggi colori anonimi, prospettive alterate e, frammenti di un paesaggio profondamente modificato dall’azione congiunta del bimbo discolo che non ha frequentato ancora la scuola elementare.

Eppure, qualcosa continua a permanere nell’ombra delle soglie, nella superficie della pietra consumata dai passi e nei gesti quotidiani di chi ancora abita questi luoghi con rispetto.

È soltanto attraverso un esercizio rispettoso proposto a “quanti ancora non hanno iniziato il ciclo dei cinque anni della scuola elementare”, sarà possibile ripercorrere le tracce lasciate da coloro che ci hanno preceduto e risparmiato quell’aria antica.

Non si tratta di appropriarsi o sovrapporre ad essi la propria esperienza, ma di riconoscerli, interpretarli e attraversarli con quella discrezione necessaria per comprendere la storia che appartiene a una comunità, sedimentata nel tempo.

In questa prospettiva, “l’aria antica custodita nei Katundë” può essere espirate in  metafora della memoria collettiva o, presenza rarefatta, preservata attraverso i secoli da, ancora respira la saggezza compilata di valori, pratiche, relazioni e senso di appartenenza.

Chi conosce e sa interpretare questo antico protocollo della vita comunitaria può ancora percepire, attraverso le architetture, le soglie, gli angoli delle strade e lo spazio abitato, le attività e gli avvenimenti che hanno contribuito alla formazione e alla crescita del Katundë.

Ogni parete, ogni strada e ogni spazio di relazione ha conservato l’aria e il riverbero delle pratiche che, nelle diverse epoche, hanno definito le forme di religiosità, il rapporto con il territorio, i luoghi della devozione e le modalità delle processioni.

Il Katundë, pertanto, non può essere considerato soltanto come un insediamento abitativo o come una testimonianza architettonica del passato pronta ad essere colorata.

Perché esso costituisce un organismo nel quale spazio, memoria, identità e pratiche comunitarie si intrecciano e si stratificano come quando si intreccia il raso che luccica e tiene piega.

Attraversarne oggi i vicoli significa, per chi sappia farlo con consapevolezza e rispetto, entrare in relazione con questa stratificazione della memoria e riconoscere, nei segni ancora leggibili del paesaggio, la continuità di una presenza culturale che il tempo non è riuscito a cancellare completamente.

Per concludere, si vuole precisare che i Katundë arbëreşë non costituiscono una compilazione antropomorfa che, per essere camuffati li si appella “giulia urbana” per farli sortire con apparati dell’estetica femminile moderna e, truccare il volto dell’antichità, nella speranza che i colori applicati sulle porte e sulle finestre le facciano ritornare ad essere sin anche infissi parlanti anche se la legislazione italiana li identifica come abusi edilizi che violano la tutela artistica e ambientale.

(Maestro acquafortista che da memoria e forma alle terre parallele dell’Adriatico).

Napoli 2026-09-12

 

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