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LA PARABOLA DEGLI ARBËRESHË

Posted on 18 gennaio 2019 by admin

LA PARABOLA DEGLI ARBËRESHËNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Sino a quando all’interno della regione storica sono stati rispettati e utilizzati secondo il codice i valori consuetudinari, linguistici, sociali, metrici e religiosi, i minoritari hanno vissuto coerentemente la propria identità in armonia con lo scorrere del tempo, nonostante le articolate vicende clericali ne abbiano più volte minato il senso.

Tuttavia per la solida caparbietà di quanti hanno dovuto subire tale calvario spirituale il danno è rimasto molto al di sotto dei livelli di guardia.

Questa particolare incrinatura ha origine nella innaturale volontà di voler attribuire una forma scritta arbëreshë (oltretutto mai appartenuta al codice di tutela) “al bizantinismo clericale”, con segni greci e latini.

Va in oltre rilevato che sino all’unificazione d’Italia, i regnanti sia laici e sia clericali del regno di Napoli prima e delle due Sicilie dopo, avevano interessi strategici a preservare intatte le sacche alloglotte provenienti dai Balcani, in quanto, spacciata come risorsa bellica in attesa.

Tuttavia quello che avviene dall’unità d’Italia è paradossale e non trova alcuna spiegazione logica, se non quella che, la parabola arbëreshë, nel meridione italiano aveva terminato la sua funzione.

Ad oggi avere un quadro generale di cosa stia avvenendo è fondamentale ed eseguire l’indagine adoperando le caratteristiche intrinseche ed estrinseche prive di protagonismo si ottengono con molta facilità, i parametri per ricostruire le trame del ruolo svolto dagli arbëreshë nello scenario strategico, sociale e religioso del meridione Italiano.

A noi cultori spetta il compito di non far sparire, nella piena convinzione che ciò non avvenga prima di averle lette, le nozioni identicamente proporzionate, similmente ad una antica formula alchemica, la stessa per cui gli arbëreshë vennero scelti per dare continuità alle scelte politiche, di quanti avevano interessi, nel bacino del mediterraneo.

La vicenda della diaspora che ha dato luogo alla Regione storica, non è altro che il risultato di una volontà di pochi che dovevano prevalere sui molti, salvaguardando gli equilibri economici e sociali in continua evoluzione.

Una minoranza storica come quella, arbëreshë, che conserva il suo modello consuetudinario attraverso valori tramandati oralmente, presuppone prima di tutto che gli elementi che compongono la minoranza, sottolineano un forte attaccamento a un codice non scritto e che li fa rimanere legati attraverso un patto che ognuno di essi riceve in eredità.

Una popolazione che vive di poche leggi a impronta di Licurgo, in cui il sotterfugio legale non è contemplato ne immaginata, quale migliore garanzia potevano avere i clericali e i regnanti laici del meridione italiano, per ripopolare idealmente il loro territorio, specie gli esuli vivevano la disperata ricerca di territori da bonificare per sostenere la propria continuità dinastica.

Una garanzia che gli arbëreshë offrirono sino all’unità d’Italia, quest’ultima infatti, ebbe inizio quando l’intera provincia citeriore, dette garanzie di essersi schierata con gli apparenti unificatori buoni.

Tornando ai tempo dell’insediamento nel meridione degli arbëreshë è opportuno sottolineare che definite le aree e i luoghi di insediamento, da parte delle istituzioni dell’epoca e mi riferisco a quelle più forti, solo in un caso, ovvero, i principi Sanseverino di Bisignano riuscirono a realizzare una contro risposta.

Solo in seguito alla determinazione di questo disegno di difesa, gli arbëreshe furono lasciarli lavorare senza reprimere alcun valore identificativo, infatti, solo i clericali, preoccupati di insediare sacche alloctone provenienti dagli ideali dell’est, hanno dato avvio a una lenta rivoluzione che si è poi concretizzato nel bizantinismo diocesano, calabro/siculo.

Questo è l’unico elemento che dal quattordicesimo secolo hanno subito, senza soluzione di continuità, gli oltre cento paesi della regione storica, piegando secondo il volere romano, i tre quarti dei katundi arbëreshë durante il tempo di un secolo o poco più.

Una crociata che ancora continua e vuole latinizzare la rimanente parte, facendo apparire li’antica costumanza romana come una candela consumata, innescando processi che allontanano sempre di più i fedeli dalla chiesa arbëreshë.

Oggi si festeggia il giorno della nascita di Sant’Atanasio l’Alessandrino patrono di Firmo, San Giacomo di Cerzeto e Santa Sofia d’Epiro, storicamente in quest’ultimo katundë è la giornata di “Sant’Atanasio il Piccolo, inteso non per la grandezza del Santo, ma per la durata del festeggiamento, in quanto, si ricorda la nascita del santo, “ShënThanasi i vikerë”, tutto inizia e finisce, nel corso di una solenne funzione religiosa (messa) e per questo la popolazione intera partecipava; le donne vestite in abito da festa, perfettamente allineate sul lato sinistro della navata e gli uomini sulla destra, il lato dell’accesso secondario a questi consentito.

Poco più di un’ora intensa, in cui tutta la comunità si ritrovava con comuni intenti, lasciando fuori dal sagrato ogni genere di avversità.

Non so se i clericali odierni conoscano la nostra lingua, anche se rientrano negli adempimenti dell’ordine del Drago, tuttavia speriamo che sappiano interpretare il significato di questa ricorrenza.

Essa nel ricordare il giorno in cui nacque il Santo, vuole essere il punto di partenza per un anno migliore e mettere a dimora principi e ideali che a primavera inoltrata dovrebbero condurre a traguardi condivisi, per riportare la nostra comunità ai vertici  culturali, sociali ed economici della Regione storica Arbëreshë e non solo, oltre ad innalzare quei valori che in questa latitudine citeriore, mancano da troppo tempo.

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