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IL LESSICO CROMATICO DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË

Posted on 03 dicembre 2017 by admin

il lessico dei coloriNAPOLI ( di Atanasio Pizzi)  –

Premessa

Nell’antichità, la scoperta di sostanze tintorie era strettamente legata alla ricerca di piante officinali e materie dotate di poteri curativi o presunti tali.

I pigmenti, per questo, assumevano agli occhi del popolo anche la funzione di potere magico, diventando il fulcro di grandi superstizioni, in alcuni casi, persino medicali.

Non stupisce che per i Greci i pigmenti fossero ritenuti farmaci (pharmaka) e le sostanze di base, sapientemente miscelate, consentivano di ottenere un numero rilevante di tonalità e colori che spaziavano dal giallo, passando per il rosso, sfociando al viola.

È largamente noto, che per ottenere questa gamma di colori, si utilizzassero quattro prodotti fondamentali:

Il primo – la murexo Purpura haemastoma, cioè una chiocciola marina di particolare specie da cui si poteva ottenere la porpora (i Fenici la diffusero in tutto il Mediterraneo);

Il secondo – il chermes, un minuscolo insetto parassita del leccio, importato dalla Libia;

Il terzo – la garanza, la radice di una pianticella chiamata robbia;

Il quarto – lo zafferano;

Le sfumature del blu o del verde più intenso erano complicate da ottenere, motivo per il quale si ricorreva alle sostanze fornite da altri popoli, ricavate dall’indaco, dai lapislazzuli e dal guado.

I primi colori verso cui l’uomo fu attratto furono gli scenari che lo circondavano:

Il bianco, associato alla luce alla purezza;

Il nero, associato alla negazione assoluta, al notte, il buio;

il rosso, associato al sangue delle ferite;

il giallo, associato al sole;

il verde, associato alla vegetazione;

il blu, associato alla notte e al mare.

il marrone, associato alla terra

Tuttavia, non esiste una civiltà umana che non sia stata attratta o abbia fatto uso del colore, quale protagonista o complemento, essenziale, della creazione artistica e distintiva della società.

Il colore si può affermare, senza commettere errore, fosse associato all’idea stessa di bellezza, forza, se non addirittura magia.

Il Corano, in tal senso riporta questo passo: “I colori che la terra stende ai nostri occhi sono segni manifesti per coloro che pensano”.

Goethe, associava ai colori delle vere e proprie affinità quali ad esempio; verde, essenza dell’equilibrio; blu, la contraddizione, composta di eccitazione e di pace’; giallo, l’identificazione della luce; viola, la funzione d’integrazione degli opposti e delle ambivalenze; marrone, l’espressività della terra oltre che al carattere ancestrale femminile e materno; grigio, la mescolanza fra bianco e nero, che poi erano la negazione di entrambi.

Kandinsky, definiva il rosso come colore, inquieto, simbolo di energia vitale; il verde, come immobile, soddisfatto di sé; il grigio, immobilità desolata; il nero come un rogo combusto, qualcosa inerte e insensibile a tutto ciò che gli accade intorno; il bianco è l’uguaglianza o l’equilibrio, in quanto non contiene alcuna dominanza di colorazione; simbolo della purezza, quindi dell’innocenza e della castità, silenzio non morto, ricco di possibilità.

Jung, studiò i tipi psicologici, dagli atteggiamenti, d’introversione o di estroversione, soffermandosi a quattro funzioni dominanti: l’azzurro, colore del cielo, è associato al pensiero, il rosso, il colore del sangue e della passione; il giallo, colore della luce, dell’oro, all’intuizione; il verde il colore della natura e della crescita alla sensazione.

Rousseau, considerava i colori come una forma di linguaggio dell’anima universale, come una chiave in grado di aprire la porta di misteri antichi, il mezzo che può condurre alla comprensione dell’universo.

I colori

La PORPORA, nella tonalità ha assunto un “ruolo”, caratterizzandosi come simbolo di potere e rango sociale. Il senso metaforico attribuito a tale pigmento, scoperto dalla popolazione fenicia, richiedeva, infatti, un procedimento lungo e complesso di estrazione derivata da un mollusco la cui secrezione ghiandolare, di colore violaceo, permetteva la tintura delle fibre tessili, donandogli una colorazione intensa e duratura.

Il rosso, I Kuqh è il primo colore dell’arcobaleno e si ritiene sia il primo a cui tutti i popoli hanno dato un nome, in latino “rubens” (rosso)  è il colore del cuore e dell’amore, il colore del fuoco, del sangue, degli slanci vitali e dell’azioni
Il blu (i Jerisderi9 è il colore della contemplazione e della spiritualità, il colore del mare e del cielo, induce alla quiete, alla placida e profonda soddisfazione, adattamento e armonia.

Il blu riflette anche il significato di pulizia perché è il colore dell’acqua, quindi è immediato il suo riferimento al cielo e al mare, nella percezione visiva offre sicurezza e solidità.

Il verde (i gjelbër) è il colore della vegetazione, della rinascita primaverile, della vita, della natura specie se associato al blu e al marrone.

Il colore rappresenta, forza, equilibrio, stabilità, solidità, perseveranza, costanza di comportamento

Il verde è associato a Venere, dea dell’amore e della fertilità, è anche associato ad una simbologia negativa; è anche associato alla putrefazione, del veleno e dell’invidia.

L’AZZURRO (i kaltër) è il colore del cielo terso, rappresenta la giornata buona e quindi poter lavorare i campi senza patimento.

Il giallo (i Verdhë) è il colore del sole, dell’oro e del grano, dell’allegria, della felicità e della fantasia.

Il viola, nasce dalla mescolanza del rosso e del blu, rappresenta la metamorfosi, della transizione, la mistica, indica l’unione degli opposti, la suggestionabilità, l’occulto, il magico e l’arcano.

Il marrone (i Verdhë si both)è la mescolanza tra il rosso e il verde, è il colore della terra, del tronco degli alberi, della sicurezza, dell’amore per le proprie origini, della prudenza, della pazienza e tenacia.

Il grigio è il colore della perfetta neutralità, mescolanza tra nero e bianco, terra di nessuno priva di vita; rappresenta la nebbia, l’ombra il crepuscolo, è sinonimo di eleganza e distinzione.

Il nero (i zezë) rappresenta la negazione assoluta, il “no” radicale, è la tinta dell’opposizione dietro la quale può esprimersi una rivendicazione di potere.

Il BIANCO (i bardhë) è il colore della purezza e dell’innocenza per le donne e la castità per gli uomini, simbolo delle discipline umanistiche.

Il Lessico Cromatico

Gli Arbëreshë, storicamente noti per non avere forme o pratiche scrittografiche, associarono il messaggio dei colori, alla consuetudine e al rito; il lessico dei colori che ancora vivo nelle parlate locali è riconducibile al bianco (i barëdh), il nero (i zij), il rosso, (i kuq), il giallo (i verdë), il verde (i kielbur), l’azzurro (i kaltër); questi i più noti in tutta la R.s.A., saldamente consolidati, a cui va associato il ventagli di tonalità del marrone (Associato alla terra), del blu (i Associato al mare) e una miriade di colori (Associati a dinamiche del tempo e della naturala); tuttavia ogni colore nel consuetudinario lessicale arbër viene sub associate a (pàk i sbardur)* poco chiaro o (shumë i nxìjtur) molto scuro.

Ragion per cui il lessico cromatico in arbëreshë, si può riassumere nelle seguenti basi cromatiche: bianco, nero, rosso, giallo, verde e azzurro, i cui termini lessicali diffusi in tutta la R.s.A. sono i seguenti:

i barëdh        = bianco (indica la neve, l’acqua, la purezza)

i zezë            = nero (indica più che altro sfumature di grigio e la negatività assoluta)

i kuq         = rosso (indica il colore del sangue, del rame, del vino o del nettare)

i klemez    = rosso acceso (il colore del porporato)

i vetdhë      = giallo (indica il colore dei germogli, del miele, della sabbia).

i kaltër        = l’azzurro (indica il colore del cielo terso, l’ottimismo)

i gjelbër      = il verde (il colore del corpo malato, la malattia)

i jerisderi    = il blu (il colore del mare, delle solidità sociali)

il lessico comunque mette in evidenza, nei fatti, la propria penuria di termini rispetto ad altre lingue.

L’affinamento dei colori, per gli arbëreshë è comunque legato al corpo umano e alle attività lavorative dei prodotti naturali, così come lo è per la lingua nella forma più arcaica, motivo per il quale il bianco, il nero, sono identificati con una parola propria, assieme al rosso; tutti gli altri colori, rappresentano la raffigurazione di un evento tipico della consuetudine.

Un valore aggiunto, il lessico dei colori, l’ha ottenuto alla fine del settecento quando è stato ripristinato, la memoria del costume, mescolandola con la manualità sartoriali dalle capitale del regno.

Nascono cosi le note “Stoli”, abiti nuziali, che hanno assunto il ruolo di messaggeri identificativo della macroare e grazie all’accostamento dei colori, diffondono il messaggi antico della consuetudine arbëreshë.

La cura con cui furono affiancati i colori rappresenta, “il codice” e “il costume arbëreshë”, il valore dei minoritari nell’unica forma artistica, ovvero, l’attività sartoriale; la prima vera creazione artistica materiale, che senza soluzione di continuità, invia messaggi ogni qual volta viene esposto, quale bandiera della regione storica.

Gli arbëreshë, non avevano necessità di identificare il colore in maniera specifica, escluso i fondamentali che sono legati alla luce, alla notte, al sangue, alle malattie e al cielo; ciò denota anche, che non avessero una particolare predilezione per le arti se non per le attività legate alla salute, al sostentamento e al credo religioso.                                                                                    

I lessico cromatico rappresentano messaggio di una condizione sociale, e tutti assieme a secondo degli accostamenti identificano una precisa macroarea di appartenenza.

È per questo, alla fine del settecento, il costume assume il ruolo d’identità territoriale e sociale circoscritta, conferendo alla donna il ruolo che essa aveva all’interno del gruppo familiare.

Il costume arbëreshë, diventa la prima rappresentazione artistica, di un popolo che non ha avuto mai bisogno di forme identificative al di fuori del consuetudinario familiare se non attraverso l’esclusiva forma orale.

L’abito, entra a far parte, della consuetudine e rappresenta l’arte figurativa arbëreshë, attraverso la quale gli indigeni Italiani, iniziarono a leggere i messaggi, grazie alla raffinatissima arte sartoriale.

Se per l’uomo il bianco prevale, rispetto alle rifiniture e le fasce con filamenti in rosso e nero, ma comunque resta un prodotto di sintesi con poche connotazioni; per la donna il vestire diventa un segno identificativo all’interno dell’ambito locale, per esse, il vestito e un messaggio inviato attraverso forme opportunamente pigmentate e lavorate a coste con rifiniture di merletti e tessiture in oro.

Le pigmentazioni, ottenute con processi naturali, più ricorrenti, sono il verde, il rosso, il bianco, il viola, l’azzurro e il blu, diversamente le tessiture e filamenti in oro, rifiniscono e caratterizzano i bordi del vestito, la parte superiore dell’abito è valorizzata dalla giacca, anch’essa rifinita con bordi in oro e simboli caratteristici sulla schiena e lungo le maniche.

Le spalle, la schiena e il collo sono valorizzati, dal merletto di cotone, che funge anche da ombrello protettivo per il vestito.

Conclusioni

Identificare il significato dei pigmenti nella storia è fondamentale in particolare quelli che caratterizzano e rendono armonioso il costume Arbëreshë.

Il simbolismo del colore, varia secondo le epoche e la storia; se durante il periodo rinascimentale e medievale, i pigmenti ha molto in comune con il simbolismo, oggi, differisce a secondo delle varie culture e specifiche aree.

Spesso erano i colori più costosi, come il rosso e il viola a definire le classi sociali e dirigenziali, civili e religiose; comunque si possono trarre conclusioni specifiche se la ricerca è mirata ad aree circoscritte, a questo punto diventa prioritario focalizzare l’attenzione sia su una particolare regione e sia, su uno specifico intervallo storico.

 

(*) Provocatoriamente dedicato a chi ha dato alle stampe “Dizionari dall’ Arbëreshë all’Italiano”

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