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IL “CORONAGRIMM 64” DELL’IDIOMA ARBËRESHË NON SI RIESCE A DEBELLARE

Posted on 27 febbraio 2020 by admin

DiogeneaNAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – L’ostinata ricerca di favole e racconti locali, riferiti in arbëreshë, senza alcuna attenzione nel comprendere se appartengono ai focolari del territorio o esclusivamente alla minoranza storica, non si riesce ancora a debellare dal 1964.

Nonostante le innumerevoli avvisaglie che avrebbero dovuto far desistere, non tanto i poco formati allievi, ma chi sedeva e aveva il dovere storico culturale a privilegiare, il percorso tracciato dai fratelli Grimm.

Ciò nonostante si è proceduti nel legare il senso delle favole alle parlate, secondo le diplomatiche che consentirono alle nazioni germaniche di sottostare all’innalzato idioma standard.

Tuttavia è poco noto che i fratelli Germanici non partirono dalle favole, per tracciare una lingua unitaria, ma dal corpo umano e gli elementi naturali comuni, in altre parole tutto ciò che consentiva la vivibilità sul territorio, o meglio vita condivisa tra uomo e natura.

Questo è un dato rilevantissimo che è sfuggito a chi si è adoperato in questa disciplina, presumibilmente, si può ipotizzare che nella foga di voler primeggiare essi non hanno  neanche terminato di leggere la frase, che descriveva, l’operato dei fratelli germanici, incentrato tra ambiente costruito, quello naturale e l’uomo.

Una distrazione imperdonabile misura e il valore, di quanti da un numero di decenni superiore alle preziose dita di una mano, imperterrito non smette di produrre danno e seminare inutili diplomatiche come facevano i romani.

Esiste un principio secondo il quale le radici danno linfa, solidità del tronco di un albero e i rami con le foglie forniscono il giusto equilibrio energetico per tutelare il sistema vitale.

Se si comprende questo principio, si è in grado di dedicarsi a progetti di una tutela condivisa, altrimenti si finisce di emulare modelli alloctoni che non hanno alcuna referenza, per sostenere nel tempo, la solidità di un idioma privo di segni e tomi condivisi.

Il dato, lascia a dir poco perplessi, se non basiti, vista la distrazione storica degli addetti, nel tralasciare elementi fondamentali, per una ricerca svolta secondo i canoni della progettualità.

Essi sono la fase: ricerca, preliminare, definitiva e in ultimo l’innalzamento esecutivo sul territorio.

Quanti sino a oggi si sono adoperato per produrre elementi utili in campo linguistico, letterario, storico, sociale, antropologico, urbanistico e architettonico, all’interno della regione storica arbëreshë,  senza seguire i protocolli storici, non ha fatto altro che produrre inutili focolai di contaminazione.

Come si può ritenere utile o legare le caratteristiche di una popolazione che tramanda il proprio essere con la sola forma orale, immaginando come legante della regione storica dove essi vivono le favole del focolare.

Una teoria priva di senso, che se mai voglia essere per pena, presa in considerazione può assumere eventualmente il ruolo di ambito “ultra, ulteriore”, il che la pone molto distante dal “citeriore“ di una lingua antica.

Una lingua per essere analizzata compresa ed eventualmente tutelata, la si deve scanzire iniziando da presupposti storico identitari, per poi muoversi secondo le tematiche di progetto; avendo come prioritari la figura umana e l’ambiente?, mi spiego; se una radice linguistica si vuole attribuire a una minoranza storica, essa deve partire non dai racconti del focolare che è un adempimento di necessità secondario e ben lontano dalla sua origine, ovvero, la descrizione e al modo di appellare il corpo umano; Apparati, Organi e Sistemi, ben legati alle opportunità che offre l’ambiente naturale per la sopravvivenza”.

Una teoria che nasce secondo i canoni storici del progetto e in specie gli architetti adoperano e senza di esse non segnano arche, per evitare sconcertanti e inopportuni adempimenti, a favore degli usufruitori, per evitare di  rendergli nuove pene e disagi.

Questa è la radice, questo è il suo cuore, questi sono i suoi sensi di origine, le favole e le altre musiche culturali, lasciamole a quanti fanno valje in forma di ballo, gjitonie come il vicinato, rioni e quartieri, immaginando ancora che gli Arbëreshë sono gli odierni Albanesi e non non sanno dei valorosi Arbanon.

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